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Full text of "Delle storie bresciane"



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STORIE 
BRESCIANE 

DELL'ABATE 

PIETRO BEAVO 












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in 2013 



http://archive.org/details/dellestoriebresc03brav 



DELLE 



TOME 

BRESCIANE 



DELL'ABATE 

PIETRO BRAVO 



Volume III. 



BRESCIA 

PER G. VENTURINI TIPOGRAFO 

1840. 



V-3 



DELLE 

STORIE 

BRESCIANE 






anno 
1 101. 



fi LIBRO QUATTORDICESIMO 

""^^ decreti a pien arbitrio, potevasi facilmente tiranneg* 

r>opo piare dal medesimo : e singolarmente allora che era 
G. C. fe . . ° 

vescovo di Brescia il cardinale Arimanno da Gavardo^ 

personaggio di potentissime relazioni. 

Il prete Ardiccio degli Aimoni, cui bolliva in petto 
la patria tenerezza, e che per l'accortezza, per Tatti- 
vita, pel coraggio poteva essere ammirato, prese a con- 
siderazione quelle maniere di governo, scovrinne facil- 
mente i pericoli, ne lasciò scamparsi di mano le ma- 
niere di prevenirli. 

Era don Ardiccio nato a Vobarno da parenti gentili 
e doviziosi; compito che egli ebbe appena il duodecimo 
anno, il vescovo di Brescia Odorico li lo ordinò sa- 
cerdote; poi dietro la mala costumanza di que' tempi, 
il giovine prete don Ardiccio diede la mano di sposo 
a Titabuona, giovinetta discendente dalla illustre e po- 
tentissima famiglia de'Brasati da Gorzone. Il prete Ar- 
diccio per quel matrimonio erasi congiunto in pa- 
rentela con molte fra le più distinte famiglie bresciane. 
Un giorno, mentre faceva quegli scavare nella sua casa 
di Brescia un sotterraneo, scovrì una somma immensa 
d'argento, d'oro e di altri oggetti preziosi: e l'anti- 
chissimo cronista, che ne ha cous^vvato la memoria, ha 
supposto che quel tesoro fosse stato nascosto da De- 
siderio ultimo re dei Longobardi, quando paventava le 
armi dei Franchi (i). 

>' ■ ■ 1 - I - ì «■ m ■ .. I I .- n , . , ■ ,. ■ - | ... ) , ,j 

(i) Quanto si è detto ed avrà a dirsi del prete Ardiccio 
degli Aimonì è appoggiato nd una pergamena del XII secolo f 
intitolata Breve Recordationis de Ardicelo de Aimonibus , et 
de Alghisio de Gambara^ dedicata allora dall'autore ai gover- 
natori della città. Quella pergamena è stata scoperta dall'abate 
G. Maria Biemmi da Goglione, e da lui pubbl. pei tipi Riz- 
zardi di Brescia l'anno i^Sg. 



I 1UI. 



LIBRO QUATTORDICESIMO j 

Giovato don Ardicelo da sorti così avventurate, e ■ 
persuaso che le nuove maniere per le quali governa- !?°^° 
vasi questa città erano pericolose, andava dicendo fra anno 
se: convien lasciarcela universalità dei cittadini l'appa- 
renza del sovrano diritlo popolare, perchè la pubblica 
persuasione di essere chiunque investito di un' eguale 
pubblica autorità possa rendere ognuno gelosissimo di 
conservarsela, avvincolare per conseguenza gli spiriti, onde 
la repubblica possa trarre da una tale unione la mag- 
gior forza possibile. Ma è necessario ancora scegliere 
a pubblico scrutinio un discreto numero di persone 
accreditate, oneste, accorte ed amorose della patria, 
e costituire di quelle un consiglio particolare, al quale 
venga affidata la pubblica fede. Entrino pure, soggiu- 
gneva fra se stesso, in quel consiglio, e vi presiedano 
i consoli ed il vescovo, ma come tutt' altri non abbiano 
«he una sol fava da porre nel bozzolo. Al consiglio parti* 
colare, siccome composto di quelle scelle persone sopra 
le quali è singolarmente appoggiata la pubblica fede, da- 
rassi il nome di Consiglio della Credenza; le sue decisioni 
saranno inappellabili quando sostenute dalla pluralità dei 
suffragi, e sarà rimesso il quesito alla determinazione 
del consiglio generale, quando lo scrutinio di quello della 
Credenza sia stato per eguaglianza di voti indeciso. 

Dopo questo pensando don Ardiccio quanto sia cosa 

interessante ¥ elezione di buoni consoli, immaginò che 

9 o 

il consiglio della Credenza avesse a scegliere cinquanta 
fra i più assennati appartenenti al consiglio generale, 
i quali, appena scelti, dovessero essere chiusi in una 
casa ove non potessero comunicare con chicchessia; onde 
ivi allontanati necessariamente da ogni raccomandazione 
o maneggio, potessero eleggere liberamente quelli chts 
riputassero più adatti ad occupare il consolato. 



anno 
1 101. 



8 LIBRO QUATTORDICESIMO 

"^~ = Don Ardicelo siguificò tali progetti a Salvo Sala ed 
Popò a p a t eruo Scovoli, che ambi erano consoli di quell'anno 
in Brescia, anzi lo ocovoli ne era il priore; ed ambe- 
due approvarono quelle proposte, e con benevola schietr 
tezza le confidarono agli amici. Il vescovo cardinale 
Arimauno ne fu per tale maniera avvertito: ed egli 
paventando clie mandandosi ad esecuzione que'progetti, 
si avesse ad affrenare di troppo l'alta autorità civile, 
della quale godeva, studiossi di opporvisi a tutta lenq. 
§ 2. E qui conviene osservare, primo, che Arimanno 
fino dall'anno 1087 era stato nominato vescovo di Brescia 
dal partito pontificio, il che avvenne quando lo sci- 
smatico vescovo Giovanni governava questa diocesi (1), 
come è chiaro da un suo diploma, quantunque non ne 
sia stato consecrato che circa otto anni dopo; secondo, 
che Arimanno era statp il promotor principale del go- 
verno repubblicano in questa provincia, per la qual 
cosa era dai Bresciani assai riputato (2); terzo, che per 
essere Arimanno cardinale e legato apostolico in Lom- 
bardia, era persona molto autorevole, e perciò le sue 
opposizioni ai progetti di don Ardiccio potevano avere 
altissima forza. Ma don Ardiccio era fermo, intrapren- 
dente, ridondante di oro, e pei soccorsi che di giorno 
in giorno prestava ora all'uno, ora all'altro, erasi gua- 



(1) Ciò è chiaro dalla data di un diploma accordato da 
Arimanno alla chiesa di san Vito di Medole, pubblicato da 
Gradenigo, Brixia Sacra, pag. 187. 

(•2) Breve Recordationis, pag- 16. Iste Arimannus omnì v'ir» 
tute sua feccrat, ut omnis pubblica functio de fare et domi» 
nio Impera, in jus et dominium Comuni s Brissie trans/un» 
deretur, cum hoc tamen paclo , ut Episcopus semper aberelue 
eaput Comunis, et ipsorum Consulum* 



G. C. 

anno 



LIBRO QUATTORDICESIMO 9 

daguata la pubblica benevolenza. Il cardinale vescovo 
Arimanno, che era furbo d' assai , sospirava di abbai- Dopo 
tere i progetti di don Ardicelo, ma non osando farlo 
apertamente studiavasi di operare sott' acqua. 

Per la qual cosa usò da prima il seguente strata- 
gemma. Alberto padre di Arimanno, rimasto vedovo, 
aveva vestito Y abito benedettino nel monastero di 
Maguzzano, dove avendo condotta una vita regola- 
tissima, fu dopo morte a pubblica voce proclamato 
santo. Arimanno tentò trarre partito dagli onori del 
padre, e chiamato a secreto colloquio il suo cancelliere, 
gli commise di fiugere che gli fosse una notte apparso 
sant'Alberto suo padre , e di sostenere fermamente ed 
in ogni luogo, che quel santo gli aveva ordinato di 
minacciare a suo figlio, il vescovo, la collera del Si- 
gnore, se non si fosse altameute opposto ai progetti di 
don Ardiccio. Quel fingimento era cosi grossolano che, 
trattine i soli fautori del vescovo Arimanno, fu deriso 
da tutti (1). 

Accortosi Arimanno d'essergli andata a vuoto quella 
finzione, tentonue un'altra. Fece egli per mezzo dei 
suoi partigiani correre voce per la città, che lo stato 
libero di Brescia era esposto ad un estremo pericolo , 
perchè don Ardiccio studiavaue secretamente la tiran- 
nia; e che era quella idea che lo spingeva a prodi- 
gare, onde per mezzo delle liberalità procurarsi ade- 



(1) Brev. Record, pag. 16. Ex Tlarimanni imposilione ejus 
Cancellarius constantcr pubblicavit sibi comparuisse s» Alper» 
tum patrem Episcopi, et jussissc ut fitto suo Episc» indiceret 
non esse juxta voluntatem Dei nova ordinamento, civium bris* 
sianorum e te . . . • Set nemo de Brissianis fuit qui credere 
voluit. 



1102. 



i o LIBRO QUATTORDICESIMO 

■ reati, Il popolo che era per la libertà repubblicaoa in* 

Dopo galluzzato, uditi que'falsi rumori, rabbrividì; ma intese 

anno poscia le difese di don Ardiccio, ed a seconda de* bi- 

noi. sogni, ottenuti da lui ulteriori sovvenimeuti , si tenne 

fedele al suo partito (i). 

§ 3. Mentre in Brescia agitavansi tali cose, il gio- 
vine re Corrado essendo in Fireuze mancò di vita. Quel 
principe aveva frequentemente ospitato nei dintorni del 
bresciauo, e singolarmente si era trattenuto od a Garda 
sulla costiera orientale del Beuaco, od a Borgo san 
Donnino sul parmigiano. Siccome quando il re Corrado 
cessò di vivere non brillava dolce armonia fra lui e 
la contessa Matilde, non mancarono sospetti, ch'ei fosse 
fatto avvelenare da quella principessa (2). 
Anno Don Ardicelo il giorao 12 giugno 110?^ dietro coo- 
perazione di Paterno Scovoli priore de' consoli fece ra- 
dunare in Brescia il consiglio generale; in quello salì 
egli la bigoncia, e con eloquente e vigorosa parlata 
dimostrò ai cittadini, quauto bene sarebbe ridondato 
alla bresciana repubblica dai due provvedimenti che 
egli aveva proposti. Declamava egli ancora, che infiam- 
mati i consiglieri dai detti suoi a piena voce grida- 
rono: si dispensino le fave, si raccolgano i voti (3). 



(1) Idem, ibicl. Tum Harimannus alia ulens fraude per ho- 
mi nes, qui de bonis moribus abebanlur, set oculte invidos et 
malìgnos , tacitum rumorem diffondete fecit , quod Comune 
Brissie in magno esset periculo: inde aperte dicere contra 
Ardiccium quod ipse se veli et foce re Tirannum, eie. 

(1) Landulphus junior, Hislor. Medio!, cap. 1: scrivendo 
«lei re Corrado dice: accepta potione ab Àlviano medico Me* 
ti Idi s Comitissae, vilam finivi t. 

(5) Br. Record, pag. 17. ut popuhts adhuc ( Ardicc. ) eo 
ivqucnte magna voce clamitaret, ad Bussolas, ad Balloitas. 



fcarixwrfìc*" :v/"C 



LIBRO QUATTORDICESIMO n 

Emilio Sangervasi e Bonfadio Biemmi, ambidue par- 
titane del cardinale Arimanno, tentarono di ascendere Dopo 
la tribuna cnde arringare contro le proposizioni di don aniJO 
Ardiccio; ma lo strepito tumultuante dei radunati li co- ll p i 
strinse l'un dopo l'altro a discendere ed a tacere. In quel 
punto si raccolsero i voti, ed a pluralità di suffragi 
non solo furono accettati ambedue i progetti di don Ar- 
diccio, ma egli medesimo venne eletto priore de'consoli. 

§ 4* Questa provincia era da più anni travagliata 
da una asperrima carestia, per la quale moltissimi erano 
stati costretti a ricorrere agli usurai, ed a prendere 
da. quelli a prestito alcune somme, dietro la promessa 
di un livello esorbitante. Scaduta 1' epoca fissa al pa- 
gamento di quelle somme, caso che i debitori non po- 
tessero soddisfare puntualmente al capitale ed ai frutti 
decorsi sopra il medesimo, erano concussi di ogni mala 
maniera, spogliati per vilissimo prezzo di ogni avere, 
e caso che né i fondi loro ne le suppellettili bastassero 
a pagare quanto dovevano, erano tradotti alle carceri. 
Vedeva don Ardiccio e compiangeva fra se medesimo 
concussioni di simil genere; ma perchè onde potervi 
rimediare più facilmente, conosceva essere necessario 
che le si rendessero rumorose, rallentò ad arte le li- 
beralità sue solite, e per mezzo di secreti emissarii 
incitò i concussi a sommuoversi. Non tennero que' mi- 
seri le mani in mano^ ma quanti ne erano fuor di 
prigione si raccolsero in piazza gridando: morte agli 
usurai, fuoco alle case loro, e dispersione de'loro fondi. 
Don Ardiccio fingeva di placare quel tumulto, ma sotto- * 
mano lo suscitava , perchè sapeva essere necessario jun 
tratto minaccioso e forte, pria di potersi pubblicare una 
legge contro le ribalderie degli usurai, i quali erano 
tutti genti doviziose^ ed o per se medesime o per rela- 



i % LIBRO QUATTORDICESIMO 

— " zioni potenti. Iu quella circostanza don Ardicelo lascia 

^ C P° correre voce che fosse suo pensiero di proporre al consi- 
prno glio credenziale: che nessuno potesse riscuotere un 
XI>2 ' frutto annuo trascendente il sei per cento; che se ah 
cuno avesse per lo passato scosso un frutto maggiore, 
dovesse computare il di più in isconto del capitale; 
e che nessun debitore potesse essere escusso ad un sol 
tratto di tutto intero il suo debito, ma che abbia ad 
essere autorizzato a pagarlo in quattro eguali rate, 
una per anno de' quattro prossimi successivi (i). 

Udite gli usurai quelle proposizioni, le contrastarono 
altamente; ma don Ardicelo per abbatterli di potente 
maniera, fece pubblicare a suono di tromba: che chiun* 
que avesse fatto chiudere un qualche debitore in car- 
cere, si presentasse la mattina 26 dicembre, cioè il dì 
del santo Natale, sotto al portico che copriva il vesti* 
bolo delle prigioni, dove sarebbe stato puntualmente 
soddisfatto di ogni suo credito. Surse appena in quel 
giorno il sole, che all'indicato luogo concorsero a torme 
genti d'ogni fatta: altre bramose di riscuotere quanto 
avevano di credito, altre trattevi da semplice curiosità, 
Don Ardiceio vestite le divise di priore del consolato, 
accompagnato da una convenevole scorta, e seguitato 
Via un carretto carico di sacchetti d' argento e d' oro, 
giunse anch' egli a quel luogo all'ora indicata, e dopo 
di avere declamato una parlata contro le crudeltà de- 
gli usurai, chiamolli ad un per uno, pagò loro del 

(1) Br. Ree. p. 18. Ut de usuri s futuri temporis fieret ratio 
usque ad quaniitatem VI lib. prò centenario; et si tempore 
transaclo ultra dictam quanti tatem VI lib* creditores accepe» 
rinl, là tolum in sortem computar ctur ; et quod tempore qua' 
fuor anno rum in quatuor equaìibus ratio nibus possint d&bi- 
tores ex solvere fundos suos. 



LIBRO QUATTORDICESIMO i3 

proprio quanto avevano paratamente di credito con^^sas^ 
que J detenuti, e di così generosa maniera rese a quei J*°P° 
miseri la libertà (i). Usciti queglino dalle prigioni si anno 
prostrarono innanzi a don Àrdiccio, e mentre con voci iI02 « 
interrotte dai singulti insieme e dalla gioia si sforza- 
vano di rendergli le debite grazie e di benedirlo, gli 
stringevano colle mani le ginocchia, e con ingenue e 
caldissime lagrime li bagnavano i piedi» 

Commosso il popolo a quello spettacolo declamò mi- 
naccioso, imprecò mille danni agli usurieri , e volto a 
don Àrdiccio, lo supplicò di proporre al consiglio quei 
provvedimenti che egli aveva sopra di tale argomento 
immaginati. Don Àrdiccio, dimostrando timidezza di 
operare invanamente, promise di secondare il pubblico 
desiderio, e convocato il giorno appresso il consiglio 
credenziale, propose allo scrutinio dei radunati le ideate 
provvidenze, ed adoperossi a tutt' uomo, perchè avessero 
ad essere accettate. Alcuni consiglieri aderirono alle 
sue proposte; altri, o perchè usurieri eglino stessi o 
perchè a quelli aderenti, le ributtarono; ed il cardinale 
vescovo Arimanno da Gavardo fu fra gli oppositori il 
più. ardito, il più fermo. Incitato don Àrdiccio a quei 
contrasti, die' un altro grido, e chiamato Dio in testi- 
monio appellossi al consiglio generale, e radunatolo 
tantosto, ebbe da quello adempiti i suoi desiderii senza 
alcuna contraddizione (2). 

(1) Ardicius graviter venti, et post multa gravite r dieta 
contra usurarlo rum crudelilatem , de sua pecunia quecunque 
per solvi t debita, ed de carceribus omnes capto s di mi sii. Isti 
ad pedes ejus, etc. etc. Brev. Record, pag* 18. 

(2) Idem, ìbidf Tum Ardicius Deum testem invocans generale 
Consilium congregava, et quantum voluit sine una alia con* 
tradictiont consequutus est* 



i4 LIBRO QUATTORDICESIMO 

'~^r^= § 5. Qui mi credo in debito di ricordare un fatto^ 
JJ^J 1 quantunque mi si presenti all' occhio ricinto da tenebre 
aròo somiglievoli a quelle che ascondono le anitre silvestri 
ii 02. a c hi tenta cacciarle in buia notte. La cronaca della 
libreria di san Pietro in Oliveto racconta che a quei 
tempi battagliossi in Bresciana un sanguinoso couflitto, 
detto la pugna del campo (1). L'abate Doneda co» 
meritando quel cronaco, non si è opposto alla verità 
del racconto; ma lagnandosi, ed a ragione, del troppo 
laconismo del medesimo, si è schermito dall' esporne 
fin l' ultima congettura. L'anonimo autore del cronaco 
Breve Recordationis pubblicato dall'abate Biemmi rac- 
conta che molti paesi bresciani si erano rnbellati al- 
l'imperatore Arrigo, che quello li percosse, e dopo di 
averli costretti a nuova sommissione coli' armi, mandò 
al fìsco dodici mila piò di terra appartenenti a quei 
rivoltosi (2). Dove fossero que' fondi, è ignoto; dove 
abbia V Augusto Arrigo repressa l'audacia di que' ri» 
voltosi, è ignoto egualmente. Non è però fuor di prò» 
posilo il credere che la pugna seguita in campo aperto, 
il Praelium campi del cronaco d' Oliveto, sia proprio 
la battaglia succeduta fra le armi di Arrigo e quelle 
de' suoi ribelli (3). 

I dodici mila piò di terra confiscati a quelli che ave- 
vano rotto a ribellione furono dalla camera imperiale 



(1) Cronic. s. Fetrì, pag. 7, dove osservisi ancora la nota C 
soscrittale dall'abate Uoncda. 

(2) Tempore Henrici Imp. inpartibus Brissianis rebelìio orla 
futi, per quam supra duodecim millìa bubulce terre ribelli wn 
ad Imp. Carne ram devolute fuere. Br. Ree. pag* 18. 

(3) La cosa mi sembra probabilissima, non essendone però 
certo, amerei che alcuno mi avesse a dare sopra di ciò, se 
non una certezza, aimeno una miglior congettura, 



LIBRO QUATTORDICESIMO i5 

venduti ad acquisitori enfiteotici; ma giovandosi poscia — — S3 
que' compratori della decaduta potenza del re Arrigo, J*°PJ] 
rifiutavausi di più pagarne alcun livello ne all' impero 
ne ai rappresentanti la repubblica bresciana. Don Ar- 
diccio diede pensiero a tale inconveniente; e siccome 
era egli nato fatto per giovare ai miserabili, il dì 24 Anno 
marzo no3, propose al consiglio credenziale: che quei 
fondi confiscati, venduti e non pagati, avessero ad es- 
sere distribuiti e liberamente donati a tre mila patrii 
indigenti. Fu approvata dai consiglio la sua proposi- 
zione, e fu da quello delegato egli medesimo in com- 
pagnia di Obizzo, di Ugone, di Matteo Poncarali e di 
Gherardo Maggi ad invigilare la distribuzione di quei 
terreni ai miserabili; e di tale maniera si tolsero al- 
l'estrema indigenza tre mila famiglie (1). 

§ 6. Poco di poi venne in Brescia un prete roma- 
guuolo, il quale sapeva declamare con bella energìa; 
ma che per malizie ancora e per scelleraggini era di- 
stintissimo. Andava quello predicando essere prossima 
la fine del mondo, prossima la risurrezione de' trapas- 
sati, prossima la discesa del divino Giudice e la sen- 
tenza eterna nella valle di Giosafatte. Adduceva il falso 
profeta in prova di quelle minacce i terremoti, gì' in- 
cendi . i conflitti successi da poco tempo, e singolar- 
mente i contrasti agitati fra l' imperatore ed il pon- 
tefice. Quel finto Geremia, che era ascoltato dal popolo 
come uno spirato da Dio medesimo, cominciò a raduuare 



(\) Fraude . . • fiscus nihil, aut parum proficiebat ( dell'en- 
fiteusi de* 12 mila piò di terra ) . . . . Ardic. die 9 ex Mart. 
no3 in Consilio Credentie proposuit: ut ille bubulce supra 
3ooo pauperum di spartir 'entur. Placuit Concilio nullo Contra- 
ddente* Br. Ree. pag, 19. 



ifl LIBRO QUATTORDICESIMO 

jf^SSS proseliti ìu luoghi segreti, chiusi e ad ore notturne; 
Dopo predicava a quelle radunanze non essere la fornicazio- 
anno Me ; ■ adulterio , lo stupro offese di Dio, quando ambi 
1,Q 5. i sessi abbiano convenuto di consenso (i). 3Non accet- 
tava ne' suoi primordi! ad ascoltare così infami in- 
segnamenti che il solo sesso maschile; si accolse poscia 
aucora il femminile: ed allora, altro che minacce della 
ime del mondo e del giudizio universale! si tramuta- 
rono quo* notturni congressi in banchetti, in tripudi!, 
in fornicazioni le più. laide, le più ributtanti. 

Don Ardiccio venne avvisato di una cosi turpe, se- 
creta e funesta radunanza : la denunziò sollecitamente 
al consiglio credenziale, e fu da quello delegato a 
scovrirne legalmente ed a gastigarne a piacimento 
i complici. Accettò l'impegno, ma paventando che 
avesse a destarsi a tumulto il popolo, caso procèdesse 
con tratti violenti, bramoso di usare circospezione e 
prudenza, il dì 25 maggio convocò il consiglio gene- 
rale, dinanzi al quale espose le scelleranze deli' em- 
pia secreta combricola, e le determiuazioni del cousi* 
glio della credenza. Quella generale assemblea, udite le 
parole di don Ardiccio, fece chiudere immantinenti le 
porte della città , perchè non alcuno de' rei potesse 
avere mezzo di scampo, fece arrestare il prete roma- 
gnuolo, ed insieme con lui Grandiddio Petracucchi, 
Rogerio Rapacotta e Giannetto Rivola, i quaìi, dopo 
quel prete, primeggiavano in quella scelleratissima com- 



(i) Brev. Ree. pag. 18. Homo pessimus > velati Angelus Dei 
ìoqnebatur, et in diabolica malitia docere curabat hoc scelus: 
nullam offensionem Dei contine re quoscumque actus carni s , 
sì in eis adesset consensus ambavum personarum, et nulla 
vio lentia commi s sa esset. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 17 

bricola. Sottoposti quelli agli esami giudiziari! ^ non M ^"®* EB 
solo confessarono ogni misfatto, ma scovrirono mille e J? ?? 
più correi. Non andò a lungo la sentenza di quegli » n no 
infami; il prete romagnuolo, Petracucchi, Rapaeotta e l,0J - 
Rivola distesi sopra un carro di tormento furono con- 
dotti per le contrade della città, e tanagliati indi tra- 
dotti al luogo del patibolo, e sopra di un rogo ab- 
brucciati vivi, e quelli de' loro complici tanto maschi 
che femmine, i quali avevano avvelenato un qualcheduno, 
e trapassavano i ducento, furono nel medesimo luogo 
di pena appesi per la gola da messer lo boia; gli al- 
tri poi che non avevano commesse che semplici forni- 
cazioni o frodi, furono rattenuti prigione; e la casa 
nella quale avevano costumato raccogliersi, che era 
prossima alla fontana di santa Pace, cioè presso porta 
Matolfa , fu demolita fino dall'ultimo fondamento (1). 
E pubblica tradizione che i Bresciani indignati contro 
quella razza di colpevoli, non più li nominassero uo- 
mini, ma cani; che il luogo del patibolo de' medesimi, 
non fosse nel circuito della città, ma in una contrada 
circa seicento passi ad ostro della medesima , e che 
quella contrada sia stata dal loro patibolo nominata 
Forca di cani, il qual nome conserva ancor di presente (2). 
§ 7. Approssimavasi il giorno 3o giugno, nel quale 
i cousoli solevano recedere dalla occupata magistratura, e 
raccoltosi preventivamente in Brescia il consiglio, e dopo 
quello il comitato de' cinquanta destinati ad eleggere 
i nuovi, venne nuovamente da quell'assemblea propo- 



(1) Br. Ree. pag. io. Domus maxime ubi tot scelcra facta fue*> 
runty que erat ad Portam Maluìfam, e fundamentis diruta. 

{1) Non è d'uopo che ìndichi ai Bresciani ove sia la con/rada 
suburbana detta Forca di cane, siccome ognuno la conosce. 
YOL. III. p 



IIOÓ. 



18 LIBRO QUATTORDICESIMO 

" """" "•' sto ed eletto don Àrdiccio priore de' consoli ancora 

Dopo p e j re gg; me nto seguente, impegno che dietro alcuni 
anno eccitamenti nuovamente accettò. 

Lo scaltro don Ardicelo, priore de' consoli di Bre- 
scia per la seconda volta , sapeva pur troppo che i 
sovrani avevano veramente concesse a molte città ita- 
liche la facoltà di governarsi di maniera repubblicana, 
contentandosi di un leggiero tributo in segno dell'alto 
loro dominio sopra le medesime; ma lo avevano fatto, per- 
chè essendo quelli agitati in Germauia da contese in- 
terne, non erano in istato di potere adoperare la forza 
per conservare la primiera autorità ; caso però che 
procedendo il tempo migliorassero le sorti loro, non 
avrebbero omesso ogni attentato, onde ricuperare col- 
T armi quegli antichi diritti, che per prudenza avevano 
necessariamente ceduti. Perlocchè don Àrdiccio pensò 
di congiungere in lega sociale tutte quelle città d'Ita- 
lia che lo avrebbono voluto acconseutire: onde fatte 
forti da tale confederazione, potessero più di facile ri- 
battere gli attentati di chiunque osasse soggiogarle 
di nuovo. 
Anno Comunicò don Àrdiccio tale pensiero al suo collega 
Vitale Palazzi, il quale non solo lo approvò, nou solo 
adoperossi di tutta possa onde persuaderne gli amici, 
ma egli stesso il propose al consiglio della credenza , 
che lo accettò a pieni voti, e delegò don Àrdiccio a 
percorrere le città della Lombardia e della Marca 
Trevigiana e Veronese, e di sentire che cosa quelle pen- 
sassero di un tale progetto. Quelle tutte lo accettarono 
volonterose, e già erasi destinato il chiostro de' Rego- 
lari di Palazzolo, grosso borgo bresciano sulle sponde 
dell'Olilo^ pel luogo dove avevansi a raccogliere i com- 
missari! di ogni città collegata per fissare i patti della 



1 104. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 19 

confederazione, segnarne l'atto legale, ed eleggere due ??^??5 
rettori della lega, uno scelto fra i Lombardi, e l'altro Dopo 
fra gli abitanti la suddetta Marca. E mentre era per anno 
radunarsi a tale oggetto il congresso di Palazzolo, frap- Il °£* 
pose niesser lo Diavolo le corna e rovesciò ogni cosa (i). 
Il vescovo cardinale Arimanno occultava scaltramente 
1 suoi sentimenti, ma nell'intimo del cuore odiava don 
Ardicelo ferocemente, siccome per sua opera era stato 
spogliato di quella secolare autorità, della quale aveva 
per lo innanzi così ampiamente goduto. Cupidissimo 
quegli di deprimere don Ardicelo, fermò secreta cospi- 
razione con due potenti valleriani, l'uno de' quali era 
Riperto da Sarezzo paese di Yalle-Trompia, e l'altro 
Adamo da Montecchio della Camonica. Inviò quel ve- 
scovo somme generose all'uno ed all'altro di que' due, 
perchè dovessero assoldare armati e condurli in Bre- 
scia: quelli il compiacquero con tutta sollecitudine, e 
raccolti col maggior silenzio due mila uomini, li con- 
dussero a Brescia con tanta secretezza, che i cittadini 
non ne furono prevenuti da alcun avviso; il che av- 
venne sull' imbrunir della sera 23 maggio no4; e dopo 
avere massacrato chiunque aveva alle porte osato op- 
porsi ai loro passi, prontamente s'impadronirono del 
castello di Brescia. Tutti palpitavano i cittadini quella 
notte, e raccoglievansi a torme ansiosissimi di sapere 
gli autori di tanta soperchieria; i consoli munirono pron- 
tamente le piazze e le porte della città, e sforzavansi 
frattanto di calmare i rumori del popolo fremente. 



(1) Brev. Ree. pag. 21. Clauslrum plebi s de Palatiolo de» 
slinatum fiat, Juibl Ambaxaiores civitalum ad ineundam liane 
ligam, et subscribendas suas conditiones coadunarentur. Set 
opus tanti boni misera sorte perfici non potiti t. 



io LIBRO QUATTORDICESIMO 

— '" """■"•' (j 8. Sorto alla fine il dì seguente uscirono dal ca~ 
J * c Py stello due messaggeri, che iu nome di Adamo da 
ftB ii Montecchio e di Riperto da Sarezzo si presentarono 
w«*i« ai consoli , domandando pronta radunanza del con- 
siglio generale, e dicendo che a quello avevansi ad 
esporre affari di altissimo rilievo. Il priore dei con- 
soli don Ardiccio rispose, che a norma degli statuti t 
ricorsi dovevausi presentare al consiglio della credenza, 
prima che al consiglio generale , e che però sarebbesi 
radunato tantosto il credenziale. Il vescovo Arimanno 
fingeva di avere per giustissima la risposta di don Ar- 
diccio; ma gli altri consoli e molt' altri cittadiui di- 
stinti che erano a quel consesso presenti, spauriti da- 
gli armati che occupavano il castello, inclinavano di 
concedere ai messaggeri il domandato. Il vescovo al- 
lora, dopo di aver dette alcune artificiose parole, si 
congiunse alle intenzioni dei secondi, ed a pubblica 
voce convocossi il consiglio generale. 

Uno de* cooperatori degli attentati del cardinal ve- 
scovo, Adamo da Montecchio, lasciato il compaguo Ri- 
perto a guardia del castello, presentossi francamente a 
quella numerosissima radunanza, alla quale significò che 
don Ardiccio tentava di farsi costituire principe di 
Brescia, che per questo solo motivo non aveva trascu- 
rato uè artifizii ne spese onde procurarsi la benevo- 
lenza del popolo , e che già covavasi a tari e oggetto 
una potentissima cospirazione iu questa città. Apriva 
appena quel buon prete la bocca per esporre le sue 
difese, che il tristo Arimanno lo interruppe dicendogli, 
che si sarebbe egli gagliardamente adoperato onde so- 
stenere la sua innocenza, ma che mentre era Brescia 
esposta ad un tanto pericolo Io supplicava di usare 
prudenza, e di aìlontauaì uesi per qualche tempo] i con- 



LIBRO QUATTORDICESIMO 21 

ioli suoi compagni, gli amici ed i più distinti cittailioi, —M,1M ™ ,1B ^™^ 
mossi non già da uno spirito frodolento, ma da inge- ^ P° 
nui sentimenti, ripeterono a don Ardicelo la medesima anno 
preghiera. Accondiscese quegli al pubblico voto, partì 1,0 4- 
da Brescia all'istante, ed andò a ricoverarsi in Vobarno. 
Riperto da Sarezzo, dopo essere stato assicurato che 
don Ardiccio erasi allontanato dalla città, uscì egli 
ancora co' suoi armati dal castello, e li ricondusse alle 
proprie case in Valtrotnpia; ma Adamo da Montecchio, 
dietro secreta intelligenza col vescovo, trattenne i suoi 
Camunni ad occupare il castello medesimo, adducendo 
a motivo di essere necessaria tale precauzione, onde 
affienare al caso que' tumulti , che alcuni facinorosi 
avrebbero potuto destare neNa città. Si esaminarono 
frattanto i testimoni! delle imputazioni apposte a don 
Ardiccio; erano quelli tutte persone che avevano ven- 
duta al vescovo Arimanuo la fede, e che preventiva- 
mente avevano da quello avute maliziose istruzioni ; 
dalle deposizioni di que' falsi testimonii risultava che 
don Ardiccio andava cospirando la tirannìa della città. 
Dietro un così scellerato processo, senza concedere al- 
l' ottimo imputato difesa alcuna, uscì la sentenza e 
quella inappellabile, per la quale don Arriccio fu con- 
dannato, siccome pubblico traditore, ? perdere la testa 
sul palco, e per ciò da rintracciare con taglia. Si diede 
poscia ordine ad ogni comune della provincia, che 
caso il si potesse aver nelU mani, fosse dato tantosto 
a morte; e venne decretata ancora la confisca de' suoi 
averi, e la demolizione della sua casa di Brescia. •— Tanto 
la depressa ambizione del vescovo cardiuale Arirnauua 
seppe ottenere d'ingiusto, d'infame, di nequitoso (1). 

(1) Br. Ree. pag. 20, Hec omnia asta sunt scerete agente 
JTarimannOj et nikil apparente* 



2a LIBRO QUATTORDICESIMO 

— »"— Oprando Brusati personaggio illustre e potente, ami- 
*^ P o cissimo di don Ardicelo, e pel matrimonio di quel 
anno prete con Titabuona de' Brusati da Gorzone , forse au- 
llu 4« cora suo congiunto, era allora Valvassore di Vobarno. 
Dicevansi Valvassori quelli che da qualche duca, mar- 
chese o conte avevano V investitura feudale di qualche 
paese o castello. Oprando, dopo di avere accolto ono- 
revolmente don Ardicelo, e di avergli dato sicurezza 
nel suo castello, bramosissimo di riparare a que' mali 
dai quali vedevalo ingiustamente percosso, mosse tan- 
tosto a Brescia, ove giunto, nulla paventando i nemici 
del perseguitato amico, ad altissima voce declamò in 
pubblica piazza che: i Bresciani condannando don 
Ardiccio, avevano condannato un innocente; che la 
perfidia degli invidi aveva brattato il candore di 
queir onestissimo e provvidentissimo cittadino, e che 
i ttstimonii prodotti contro di lui erano tutti compri 
e spergiuri. Conosciuto Oprando che tali sentimenti 
erano aceolti favorevolmente dal popolo, si presentò ad 
Arimauno ed ai consoli, ai quali domandò una carta di 
salvacondotto per don Ardiccio, affinchè potesse entrare 
sicuro in Brescia, presentarsi al consiglio e produrre 
le proprie di^se. Il cardinale vescovo si oppose alta- 
mente alle inchieste del Brusati, e non già per abbat- 
tere quel solo, ma r> e r deprimere insieme tutti i Val- 
vassori della provincia, stornò V argomento, volgendolo 
come segue. 

§ 9. Prima dello scisma, dal quale è stata afflitta 
la chiesa di Brescia per 26 anni, il vescovo della dio- 
cesi godeva i diritti feudali sopra quasi la quinta parte 
della provincia; ma i quattro vescovi scismatici succes- 
sivi, che furono Odorico II, Conone, Giovanni od Oberto, 
contrariati continuamente dal partito cattolico, avevano 



LIBRO QUATTORDICESIMO *3 

studiato di procurarsi l'affezione delle più potenti fa- ^-"=S 
miglie, facendole loro vassalle; all'una concedendo le Hopo 
giurisdizioni feudali di un paese, all'altra quelle del- an no' 
l'altro; e per tale maniera avevano spogliata la curia no.J. 
vescovile della maggior parie de' suoi diritti. Cupidis- 
simo il cardinale Arimanno da Gavardo di ricuperare 
quanto i suoi antecessori avevano largamente profuso, 
colta l'occasione che l'anno iio4 erasi nel dì 24 lu- 
glio radunato il consiglio generale, propose in quello, 
e dal pubblico voto ottenne un decreto, pel quale com- 
mettevasi ad ogni Valvassore del vescovato di resti- 
tuire alla curia bresciana que' feudi, de' quali avevano 
ottenuto dai vescovi scismatici l' investitura: e ciò dietro 
la minaccia di essere a tanto sforzati coli' armi. 

Reggevano in quell' anno il consolato di Brescia Emilio 
Saugervasi, Vitale Palazzi, Domofollo Cazzago e Bou- 
fabio Biemmi, ed erano tutti e quattro fautori arden- 
tissimi del cardinal vescovo. Chiamate quelli a raccolta 
le schiere della città, se le divisero, ed uno per un lato, 
uno per 1' altro uscirono armati onde costringere i Val- 
vassori episcopali ad obbedire all' emauato pubblico de- 
creto; quelli, sebbene di mal cuore, cedettero sponta* 
neamente quasi tutti, e fu il solo Oprando Brusati Val- 
vassore di Vobarno che si oppose, e munì per quanto 
potè il meglio il suo castello e si difese: ma combat- 
tuto dalle armi collegate di tutti quattro i consoli lì; 
fra non molto costretto a cedere egli ancora. 

Don Ardiccio ed Oprando Brusati, certissimi di es*- 
sere il solo cardinale vescovo 1' incitatore di quegli iu- 
fortunii, giuraronsi scambievolmente di rompergli guerra: 
e già il solo tesoro di don Ardiccio era più che ba* 
stante a sostenerne le spese. Lo scismatico vescovo Oherto, 
che negli ultimi anni del secolo precedente era stato 



2 4 LIERO QUATTORDICESIMO 

m ? S3Ki ~ mm ^ d<xi cattolici di Brescia espulso dal seggio vescovile ^ 
Dopo viveva ancora a que' giorni, ed ospiziava in Pozzolengo. 
anno Oprando Brusati per ribattere il cardinale vescovo Ari- 
1104. manno aveva divisato di rimettere quello scismatico in 
sede; don Ardiccio si oppose gagliardamente a quelle 
idee del Brusati, e gli fece conoscere che per abbattere 
un prelato scaltro ed ambizioso, non era d'uopo commet- 
tere perfidia, ed opporgliene un altro disgiunto pe' suoi 
disordini dal grembo della santa chiesa: ma essere ne- 
cessario invece concertare secretamente con i Valvassori 
episcopali, i quali essendo stati pei maneggi del car- 
dinale Arimanuo rimossi dalle giurisdizioni che posse- 
devano, e costretti naturalmente a nudrire contro di 
quello. mal animo, sarebbonsi condotti con tutta faci- 
lità a tentare vendetta degli affronti e degli spogli da 
lui ricevuti. Piacque ad Oprando il pensiero di don 
Ardiccio, e dietro cousiglio con esso lui, Oprando, che 
poteva trascorrere liberamente la provincia, mosse sol- 
lecitamente a parlare a que' Valvassori, verso ai quali 
sapeva di poterne avere maggiore fidanza; e don Ar- 
diccio che per la sentenza dal consiglio generale con- 
tro di lui emanata doveva paventare in questa pro- 
vincia la vita, per un tratto di raffinata politica, passò 
presso alla contessa Matilde. Sapeva pur troppo quel- 
l'avveduto, che quella principessa era stata sempre 
affezionatissima al cardinale Arimanuo, e che avrebbe 
sostenute facilmente le sue difese, caso lo avesse veduto 
attaccato da un qualcheduno. Dovevasi togliere all'ini- 
mico, al guerreggiatore dei Valvassori di Brescia un 
tanto ausiliare, e don Ardiccio ne seppe cogliere per 
debita prudenza ed a tempo opportuno le misure con- 
venienti. Fu don Ardiccio da quella principessa accolto 
con ospitalità graditissima, ascoltò quella da lui eoa 



LIBRO QUATTORDICESIMO * r > 

attenzione e pacatezza le quistioni chesi agitavano hà=SSB 
il cardinale vescovo di Brescia ed i suoi Valvassori, e ^°!^ 
gli diede sacra promessa, che non avrebbe ella presa anno 
parte alcuna in que' contrasti, e singolarmente che nou i ri- 
avrebbe data mano per alcuna maniera al cardinale 
Arimanno. Congedatosi don Ardicelo da quella princi- 
pessa mosse ad Acquauegra, e poscia a Leno, dove per- 
suase agli abati di que' monasteri di unire le forze loro 
a quelle de' Valvassori episcopali di Brescia, e di aiu- 
tarli a riprendere il possesso di quelle giurisdizioni, 
delle quali erano stati spogliati. Que' due monaci ac- 
cettarono volonterosi la proposta. 

Tenne poscia don Ardiccio una lunga conferenza con 
Alghisio Gambara, il quale era capitanio generale della 
lega de' Valvassori della più parte delle città di Lom- 
bardia ; e dietro ai patti convenuti venne da quello 
assicurato che quando Alghisio avesse veduto i Val* 
vassori bresciani operar daddovero, avrebbe egli con- 
dotte in loro soccorso le schiere da lai capitanate. 
Passò poscia don Ardiccio da un paese all'altro, onde 
persuadere agli Arimanni di brandire essi ancora il 
ferro, e di congiungere le forze loro a quelle de' Val- 
vassori (i). 

Gli Arimanni erano quasi la quinta parte degli abi- 
tanti la provincia, e con tal nome erano chiamate le 
genti servili destinate alla coltivazione di alcune deter- 
minate possidenze (2). Quegli infelici erano obbligati 
di tale maniera a que' fondi che coltivavano, che av- 



(1) Ardicelo per curles et castra transiti; ut Arimannos ca~ 
"pere arma induceret, et se Valvassoribus j ungere. Brev. Ree, 
pag. '25. 

(3) Du-Cange, Gloss* ad voc, Herimanni. 



26 LIBRO QUATTORDICESIMO 

""— '—'* venendo che le possidenze, alle quali erano addetti, fos- 
J?°P° sero tramutate , ereditate o compre da altro padrone, 
anno quegli infelici ancora a somiglianza degli strami e dei 
1I0 +* concimi erano considerati dote dei fondi medesimi. Oltre 
di ciò gli arimanui erano aggravati di alcune pubbli- 
che tasse delle quali erano esentuati i nobili, i citta- 
dini e gli altri abitatori del contado, i quali, quantunque 
villici, pure non erano dell'ordine loro; per la qual 
cosa gli Arimanni nudrivano un odio implacabile con- 
tro il vescovo e qualunque altro presiedeva alla pub- 
blica amministrazione. Bramoso don Ardiccio di trarli 
al suo partito, diede loro promessa di libertà ed ugua- 
glianza; e gli assicurò che, rompendosi la guerra ed 
avendosi poscia a convenire a pace, il primo articolo 
del trattato sarebbesi esposto di tale maniera: Gli Ari" 
manni debbono godere i medesimi privilegi dì ogni 
altro. Tanto bastò a concitare que' miseri. 

§ io. Dopo ciò don Ardiccio ed i conti Alghisio ed 
Oprando, e gli altri confederati, conosciuto essere ne- 
cessario un congresso generale, onde fissare le basi dei 
loro regolamenti, destinarono di unirsi in assemblea a 
Yolpino, paese brevi miglia a monte di Lovere, del 
quale per diploma imperiale godeva allora le giurisdi- 
zioni feudali Giovanni Brusati, stretto parente di don 
Ardiccio; anzi alcuni documenti mi danno quasi a cre^ 
dere che quel signore fosse cognato di don Ardiccio, 
per essere egli fratello di Titabuona Brusati moglie del 
prete medesimo. Dietro quel concordato convennero in 
Anno Volpino il dì i5 febbraio iio5 quasi tutti i Valvas- 
sori bresciani e molti ancora delle province vicine, in- 
numerevoli Arimanui, ed i commissari] degli abati di 
Leno e di Acquanegra. Don Ardiccio declamò da una 
tribuna in quel congresso una ben ragionata e veemente 



no5. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 27 

arringa, ed incitò cou quella i radunati a collegarsi, a WBM 
combattere i comuni oppressori, e promise di supplire ^°P° 
egli stesso col danaro suo proprio a qualunque dispendio a „ no 
avrebbesi potuto incontrar per la guerra. Piacque ai I10 ^- 
radunati il ragionamento, i consigli, e piacquero più 
assai le esibizioni di don Ardicelo: accettarono ad una 
voce i suoi progetti: io acclamarono tantosto capitano ge- 
nerale della confederazione, fissarono di radunare quanto 
più presto il potevano in Tallio, paese di Valsabia, tutte 
le possibili forze, ed alla fiue terminarono quel con- 
gresso entrando nella prossima chiesa a supplicare uniti 
la protezione dell'Altissimo (1). 

Dopo pochi giorni venne tutta questa provincia agi- 
tata da un altissimo movimento. Concorrevano per ogni 
parte a Vallio i Valvassori seguitati dalle torme dei 
loro dipendenti armati; a Vallio accorrevano gli Ari- 
manni di ogni paese iugalluzzau dalle promesse date 
ad essi da don Ardiccio, ed incitati per quelle all'ar- 
mi; a Vallio giugnevano le schiere inviatevi dagli abati 
di Leno e di Acquanegra; ed il conte Alberto Marti- 
neugo, che era il potentissimo di tutti i feudatari!, 
condusse a Vallio una copia di truppe che superava 
di molto quelle di ogni altro collegato. 

§ 11. I cittadini trepidavano per la paura al ru- 
more di que' movimenti, declamavano querele contro 
al cardinale vescovo Arimanno, e gridavano di non 
volere per i capricci e per 1' ambizione di lui solo an- 
dare soggetti ai pericoli ed ai danneggiamenti di una 
guerra. Ma lo scaltro cardinal vescovo, fingendo di 



(1) Curtes de Vallio ad ex crei tanti um congregationem de- 
stinaia fui t; et solemncs prece s Deo prò felicitate guerre f ade 
sunt. Iirev. Ree. pag. 'i5. 



*s Libro quattordicesimo 

5S555 avere relazioni sicure, che le forze dei Valvassori non 
Dopo erano quali si predicavano, che erano ingagliardite dal 
anno rumore, e che nulla avevasi per quelle a paventare, 
1I0J - calmò il pubblicofabbattimento; e convocato il consi- 
glio generale persuase in quello con una studiata ar- 
ringa i radunati a ribattere la forza con la forza ed 
a prepararsi alla guerra. Furono per le deliberazioni 
di quel consiglio eletti tre generali, e muniti di uguali 
autorità: uno di quelli era Paterno da Scovolo (j), 
l'altro Dpmofollo Cazzago ed il terzo Raterio Ballio; 
i quali si diedero tantosto ad assoldare quante genti 
poterono. 

Mentre facevansi dai cittadini tali preparamenti, Al* 
ghisio Gambara, generale della convenzione di molte 
città di Lombardia, seguitato da lunghe schiere ben ag- 
guerrite, e molte di quelle pur veterane, giunse a Valilo 
a eougiuugersi co' suoi consorti. Già da oltre vent' anni 
quel conte godeva altissima rinomanza di prode; aveva 
egli capitaneggiato fra le truppe della contessa Metilde, 
quando quella principessa, parteggiando per lo pon- 
tefice, guerreggiava Arrigo IV ed era allora noto ad 
ognuno che la vittoria riportata dall'esercito di Me- 
tilde nel luglio dell'anno 1084 a Sorbera sul mode- 
nese era frutto delle prodezze di Alghisio Gambara (2). 



(1) Scovolo, siccome lasciò scritto Silvano Cattaneo nella, 
sua operetta intitolata Salò e sua Riviera era un paese sulla 
costa occidentale del Benaco, distrutto il quale, ne è stato é(\j 
viso il territorio Ira i due paesi vicini Portesio e san Felice. 
1/ ultima reliquia di Scovolo che ancor rimanga è la chiesetta 
di san Fermo. Paterno era il feudatario dì quel paese, e da 
luì ha tratto il nome la nobile famiglia Scovoli di Brescia. 

(a) Et ipse, cioè il conte Alghisio, ut primus auclor lauda» 
tus fait Celebris vittorie, quani pairaverat Co: Matildii exer- 



LIBRO QUATTORDICESIMO 33 

Famosa vittoria! perchè a Sorbera il generale del re - — * 

Arrigo dopo molte ferite fu costretto alla fu^a; perchè ^P 

. . . G. C. 

l'esercito imperiale fu in quella sbaragliato; perchè il anno 

vescovo di Parma, ausiliario di Arrigo, fu ivi insieme **o5a 
co* suoi capitani e con tutte le sue milizie fatto pri- 
gione; perchè tutto il bagaglio imperiale fu in quella 
occasione dal bresciano Alghisio Gambara predato; e 
quel che adduce a maggior stupore, e eh'* io stesso non 
lo crederei, se non ne fossi dalle testimonianze sfor- 
zato, è che Gandolfo vescovo di Reggio, il quale mi- 
litava nel!' esercito di Arrigo, preso e spogliato dai 
vincitori, fu costretto da quelli a fuggirsene nudo qual 
era nato, a ficcarsi di quella maniera fra i bronchi, 
gli sterpi e le ortiche di uno spineto, dove stette ap- 
piattato e digiuno tre giorni (1). 

§ 1 2. Alghisio Gambara era appena arrivato a Vallio, 
ed ivi aveva egli appena congiunte le sue schiere a 
quelle colassù. radunate, che per comune consenso dei 
capitani deliberossi di teutare immediatamente una 
qualche impresa. Don Ardiccio ed Oprando sospiravano 
di cominciare dalla ricupera di Yobaruo) il primo, perchè 



eitus apud Sorbariam ( Brev. Ree. pag. 0.6 ). OItre x quel conte 
Gambata si ricordano da cronografi alcuni altri che furono 
generali delia lega de'Valvassori di alcune città di Lombardia: 
fra i quali Alberico Manfredi da Cremona che ne fu Tanno 1077. 
Nuvolo Mariinengo de' conti Colleoni, che lo fu l'anno 1088; 
le quali cose sono confermate dai documenti prodotti dal- 
l'abate Biernmi, Star, di Ardiccio ecc. f. 17X 

(i) Muratori, appoggiato a Donizzoiie, all'autore della vita 
di s. Anselmo, ed al famoso cronista Bertoldo da Costanzo, 
all'anno 1084 degli Annali, ha scritto: Gandolfo vescovo di 
Reggio, scappalo nudo, per tre dì stette nascoso in uno 
spinai*. 



3o LIBRO QUATTORDICESIMO 

quel paese era sua patria; l'altro, perchè suo feudo. 

Dopo Acconsentirono di buon animo tutti a quella proposta, 

anno e sul mattino degli otto aprile dello stesso anno, sve- 

no5. gi; a te di buon mattino co' suoni militari le truppe, da 

Vallio le addirizzarono verso Yobarno; quando, avviate 

quelle di poche miglia, per gli avvisi ricevuti da un 

messaggio, le volsero altrove. 

Il cardinale Arimanno aveva raccomandata la difesa 
di Venzago, castello sul tenere di Lonato a Tedaldo 
Patengoli, così detto per essere quello da Padenghe, 
eretico manicheo, della classe de' Patareni, il quale ca- 
pitaneggiava una compagnia di eretici pari suoi (i). 
E vero che le leggi municipali di que' tempi esclude- 
vano gli eretici dalla milizia, e molto più dal capi- 
tanato della medesima; ma il vescovo Arimanno era un 
uomo ben agguerrito e franco, e pensando che il loro 
valore avrebbe giovato a' suoi interessi forse più assai 
dello stesso consentimento teologico, quantunque prelato 
di alto grado, non badò in quel punto a sottigliezze 
di coscienza ne a sovverchiamento di patrii decreti. 
Sapeva però Arimanno che le milizie dell' eretico Te- 
daldo Patengoli non avevano possa bastante a difen- 
dere quel castello, quindi aggiunse a quella guarnigione 
alcune schiere germaniche da lui assoldate, le quali 



(i) Castrum de Venzago; hibi casto s erat ab Harimanno 
positus Teutaldus de Patengulis, licei credens hereticorum, et 
cum eo aliqai Brissiani, qui credentes pariter hereticorum 
crani; Brev. Ree. pag. 26. L'eresia di Tebaldo e de'suoi com- 
pagni era quella de' Patareni, classe di Manichei, ond' era al- 
lora infetta gran parte della Lombardia. Quegli eretici fra gli 
altri errori ammettevano i due principii, e negavano la divi- 
nità di Gesù Cristo, 



LIBRO QUATTORDICESIMO 3t 

erano condotte da un certo Durner tedesco, ed ia al- " " 

lora soddiacouo della cattedrale di Brescia. p°^° 

Il conte Alberto Martinengo era già da tempo con- anno 
fidentissimo del soddiacouo, capitano Durner, e sotto I10 ^* 
mano lo aveva lusingato di farlo eleggere vescovo di 
Brescia in sostituzione di Arimanno, di scacciare dalla 
cattedrale ogni canonico, e di distribuire i redditi loro 
a' suoi ufficiali, purché egli co' suoi avesse a cedere ai 
Valvassori Venzago. Piacque la proferta a Durner ed 
a' suoi subalterni; ma bramosi di schivare l' infamia del 
tradimento, spedironolun messaggio al conte Alberto, 
avvisandolo che essi avrebbono ceduto ai Valvassori 
quella piazza, quando quelli avessero finto con tutta 
1' armata loro di costringerli a tauto. Significato appena 
un tale maneggio a don Ardiccio ed al conte Alghisio, 
invece di proseguire le vie per Vobarno, volsero sol- 
leciti le schiere verso Venzago. 

Ma il Patengoli governatore di puel castello aveva 
già subodorato gli occulti trattati di Durner con gli 
inimici, e fingendo di nulla sapere, ne aveva dato se- 
cretamente avviso al cardinal vescovo ed ai consoli; 
per questo il console Domofollo Cazzago, con tutte quelle 
schiere che potè più che in fretta raccogliere, marciò 
immediatamente verso Venzago: ed il prete Aimoui ed 
il conte Gambara intanto conducevano essi ancora 1' ar- 
mata dei Valvassori a quel castello. Per accidente le due 
osti si scontrarono senza pure saperlo luugo la mede- 
sima strada sul tener di Louato: ambe ad un tratto si 
soffermarono comprese da uno scambievole ribrezzo, sì 
1' una che 1' altra si studiarono di porsi a campo in 
qualche vantaggiosa posizione; ma il conte Alghisio, im- 
petuoso per natura non potè rattenersi, e quantunque 
procedesse all' occaso il sole, spinse la cavalleria dei 



3s LIBRO QUATTORDICESIMO 

Valvassori contro quella de' cittadini, la quale era capi- 
Dopo tanata da Guiberto Corti, cioè Sangervasi; in breve tratto 
anno ^ sbaragliò , e con un colpo di spada ne stese morto 
,,OJ - a terra il capitano stesso. 

Il giorno seguente fu piovoso , e per fitte nebbie scu- 
rissimo. I capitani de' Valvassori paventando qualche in- 
sidia, e premurosi della salvezza de' suoi, li rattennero 
per lunghe ore accampati sotto tender ma il Cazzago, 
nulla curando uè le nebbie né le piogge, condusse le sue 
truppe a rompere e ad attraversare con mucchi di pie- 
tre e con barricate d'alberi qualuuque strada o sentiero 
mettesse a Venzago; e lo fece onde ritardare i passi al- 
l' armata nemica, finche fossero a lui giunti gli altri 
due consoli Paterno Scovoli e Raterio Ballio con le schiere 
di sussidio. Era prossimo il meriggio, quando i capitani 
de* Valvassori ebbero avviso di quanto stava operando 
il Gazzago, e quantunque continuasse la pioggia e la scu- 
rezza del giorno, levarono il campo, e dietro Oprando 
Brusati capitanio delle vanguardie mossero contro di lui; 
gli giunsero vicini in sulla sera, ma per V ora tarda e 
per lo mal tempo non ruppero ad alcun attentato. 11 di 
seguente surse lucidissimo il sole, ed i Valvassori, tra- 
passati gl'impedimenti preparati dal Gazzago, dopo bre- 
ve attacco lo costrinsero a dare le spalle. I soli vai- i 
leriaui di Trompia e Sabia che aveva egli seco, i quali 
erano molto addestrati in tirar d'arco, raccoltisi sul 
declivio di un colle, si tennero fermi. Il coute Alghisio 
con un grosso corpo di Valvassori e di Arimanni gli 
attaccò e di una maniera impetuosa e violentissima: 
ma ad onta di ciò ? ^dopo molta perdita de' suoi, fu 
costretto a ritirarsi. Don Ardiccio ed il conte Alberto 
Martinengo accorsero a sostenerlo; il Gazzago allora, 
dato il seguo a quegli intrepidi valleriani di ritirarsi, 



LIBRO QUATTORDICESIMO 33 

prese insieme con loro e con le altre sue schiere sol- ! — - 1 - 1 - 1 -— 
lecitamente le vie per Brescia (i). Dopo 

Tutto T esercito de' Valvassori allora scliierossi in- anno 
torno a Yenzago; e don Ardicelo, onde tenere coperta I1Q 5. 
la secreta intelligeuza, che per mezzo del conte Alberto 
aveva fermata col soddiacono capitano Durner, spedì 
I al comandante la piazza Tedaldo Patengoli ed allo 
I stesso Duruer uno de' suoi ufficiali, detto Consalvo, con 
ordine d' iutimar loro ad oneste condizioni la resa di 
Yenzago. Alle parole di quell' araldo Durner e gli altri 
suoi ufficiali tedeschi finsero di essere presi da trepi- 
dezza e d'incliuare a cedere; Tedaldo ed i suoi, che 
con erano compri dalle promesse del conte Alberto 
Martinengo, sdegnarono quella viltà e protestarono di 
voler difendere quel castello fino all' ultimo sangue. Ir- 
ritati Durner ed i suoi ufficiali da quelle opposizioni, 
ed essendo alla testa di un corpo più numeroso, disar- 
marono il comandante ed il presidio bresciano, ed 
aperte le porte, li consegnarono insieme col castello 
i medesimo ai Valvassori, 

§ i3. I cittadini, commossi per la perdita di Yenzago, 
mossero alti rumori contro il cardinale Arimanno ed 
i suoi partigiani. Un certo Fulgazio, uomo di bassa 
condizione, ma di spiriti audaci, il quale aveva mili- 
tato lungo tempo contro il re Arrigo nell'esercito della 
coutessa Matilde, e dove per alcuue belle imprese erasi 
procacciata rinomanza di prode, colta l'occasione di 
que' tumulti, bravando e declamando, gridò ribalderie 



(ì) Sed advenientibus in Victoria ad ejus succursum (cioè 
a soccorso del conte AlghisJo ) Ardiccius et Albertus: Domo» 
follus abiit cum festìiiatione, et velati in fuga versus Bris- 
siam. Brev. Ree. pag. 2S. 

Yol. III. 3 



34 LIBRO QUATTORDICESIMO 

WBm f m ^ m - contro i nobili, li predicava genti molli e vigliacche. 
Dopo a J a tte a brillare fra le belle ed i ridotti, non già sul 
anno campo della battaglia 3 e soggiunse che le cose della 
jjod. rruerra sarebbono andate necessariamente a rovescio, 
finche l'armata fosse stata capitaueggiata dai nobili; 
mugghiando con voce erculea, aggiugneva a quelle di- 
cerie 1' una millantata all'altra, e prometteva di se 
stesso mari e monti. Il popolaccio che si volge faci- 
lissimo ad ogni aura che spiri, sospingo dalle decla- 
mazioni di Fuìgazio e dalle sue spampannate, lo gridò 
ad. una voce capitanio generale dell' armi bresciane 
contro i Valvassori, e gli affidò una autorità tanto 
elevata che non avesse a dipendere da chicchessia. Il 
cardinale Arimanno, per non irritare la plebe e per 
non affidare ad un tempo il supremo comando dell'ar- 
mata solamente ad un vaniloquo Piodomontaccio, chiamò 
Fuìgazio, e, scaltro come egli era, lodò le sue prodezze, 
raccomandò scaltramente al suo valore la difesa della 
patria, pregollo di assumere il comando delle schiere 
bresciane; ma per ogni miglior evento supplicollo di 
scegliersi per compagno quello de' consoli che gli tor- 
nasse meglio a grado. Solleticato Fuìgazio dai leziosi 
plausi di Arimanno, accettò i suoi consigli, e sponta- 
neaniente si scielse per compagno Domofolio Cazzago. 

Giunsero iu quel mezzo a Brescia Gherardo Maggi 
ed Ugone tigoni con due mila soldati agguerriti, che 
a spese della città avevano raccolti nello stato di Mi- 
lano e nella Svizzera (i). Cresciute di quella maniera 



(i). Hoc tempore advenerunt Gerardus de Magio, et Ugo de 
Ugonibus cum duubus mi! libiti mililum, quos sire mio s et ve- 
teres in militici, cura pecunia Comunis, in Medioìanentium 3 ti 
He Iv etico rum partibus collcgerant. Biev. Ree. pag. r i8. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 35 

le forze dell'abbattuto esercito bresciano, i due capi* .HHHHHJ 
tani Fulgazio e Cazzago erano per condurlo al campc^ Dopo 
quando i consoli Diotisalvi e Galerio, colti da apo- ann ò 
plessia lo stesso giorno, morirono ambedue, ai quali la II0 ^- 
città fece celebrare a spese pubbliche solenni i fune- 
rali. La morte di que' due, secondo le superstiziose idee 
di que' tempi, venne comunemente considerata siccome 
indizio di pessime sorti; e perchè fosse aggiunto al 
pubblico avvilimento anco il terrore dell'ira di Dio, 
una mattina trovaronsi difformate tutte le immagini di 
Gesù Crocifisso, che erano dipinte o sopra le porte delle 
chiese o sui muri esterni delle case dei cittadini. Non 
si poterono scoprire gli autori di quella scelleraggine: 
comunemente però sospettavasi essere opera di un qual- 
che eretico patereno, classe di manichei, come già si è 
detto, diffusa allora per Brescia, che fra gli altri er- 
rori negava la divinità del Redentore. 

§ i4- Mentre in questa città succedevano tali cose, 
il capitano generale de' Valvassori don Ardiccio aveva 
mercato in Castiglione delle Stiviere (paese allora bre- 
sciano ) uu finto traditore, il quale lo aveva assicurato 
di dargli aperte le porte di quel cospicuo e popoloso 
castello; e ne avevano già fiso scambievolmente il prezzo, 
il giorno e 1' ora della cessione. Ma il tratto del Ca- 
stiglionese non era già uu tradimento de' suoi, ma uu 
artificio militare, onde trarre don Ardiccio nel paretaio. 
Quel capitano prete che tenevasi sicuro della compra 
fede del suo corrispondente, seguitato da soli cento sol- 
dati, prese le vie per Castiglione, non pur dubitandone 
del conquisto; ma siccome allora il tradimento doveva 
fruttar tradimento, giunto appena don Ardiccio con i 
suoi pochi armati presso alle porte di quel castello, 
tutte le soldatesche Castiglionesi uscirono con impeto 



36 LIBRO QUATTORDICESIMO 

! """ 'i contro di lui, e lo avrebbero facilmente conquiso, se ti 
D°pp conte Alghisio ed altri capitani de' Valvassori non aves- 
anuo sero condotte rapidamente le schiere loro in sua difesa* 
no5. Tornata il presidio di Castiglione a rinserrarsi nel 
forte, don Ardicelo, i conti Gambara, Martinengo, Bru- 
sati e gli altri capitani de' Valvassori contrastavano 
reciprocamente: don Àrdiccio tratto forse da amore di 
Vobarno sua patria o, come è più facile , per assicu- 
rarsi di qualche dovizioso deposito che avess' egli sot- 
terrato in quel paese, ansiava di volgere tutta Tar- 
mata contro di quel castello onde tentarne il conquisto; 
il conte Gambara invece e gli altri capitani suoi su- 
balterni volevano spingersi contro Castiglione per ven- 
dicare il tradimento del finto traditore, e rendersi pa- 
droni di un grosso paese , che e pel novero degli abi- 
tanti e per le frequentate industrie e pei molti ne- 
gozianti, e per le famiglie cospicue poteva essere fino 
d' allora considerato città. Agitavausi fra i capitani dei 
Valvassori tali discrepanze, quando ebbero avviso che 
i generali de' cittadini Fulgazio e Cazzago erano per 
rompere contro di loro: sciolsero a quell'annunzio 
ogni differenza, e di comune consenso volsero ad af- 
frontarli. 

Era F ultimo giorno di aprile, quando don Ardicelo, , 
il conte Alghisio e tutti insieme i suoi, levato il campo, 
presero le vie per Brescia: giunti a Montechiaro, stanziarono; 
ed il giorno stesso i generali nemici Fulgazio e Cazzago 
mossero dalla città coli' esercito, ed andarono a prendere 
quartiere in Castenedolo. Avvisato il conte Alghisio da 
fidi esploratori che le schiere nemiche tenevano sul colle 
di Castenedolo le stanze, prese partito di assalirle la 
prossima notte; e procuratisi quanti tamburi e corni 
e trombe e pifferi ed altri strumenti rumoreggianti potè 



LIBRO QUATTORDICESIMO 3 7 

mai in fretta raccogliere, poco dopo la mezza notte schierò B — ! — 

da Montechiaro le sue truppe verso Castenedolo, commet- Dopo 

ce* 
tendo a quelle altissimo silenzio, onde giugnere ad- ann o 

dosso agli inimici all' impeusata. Giunto due ore innanzi **o5. 
l'aurora a due miglia da Castenedolo, divise ai suoi 
capitani le truppe; indicando a quelli ove dovessero 
indirizzarsi, e per quale uscita di contrada di quel paese 
al dato segnale avesse ciascuno a cominciare 1' assalto. 
Era ben noto al conte Alghisio, che i due mila uomini 
assoldati da Maggi e da Ugoni erano tutti veterani 
e prodi, e che difficilmente si sarebbono potuti cogliere 
mal guardati; e gli era noto ancora in quale contrada 
del paese erano quelli aquartierati; dietro saggio 
consiglio addirizzò contro di quelli le truppe con- 
dotte da Teuzone ed Alberico, che erano forse i distin- 
tissimi fra suoi ufficiali; ed a quelli commise che, caso 
non avessero la sorte di poterli improvvisamente aggre* 
dire, tentassero almeno di costringerli a tenersi chiusi 
dentro i quartieri, onde non avessero a prestare soc- 
corso al rimanente. Battuta V ora fissata e dato il con- 
certato segno, ruppe per ogni parte in Castenedolo 
l'esercito del conte Alghisio: in quell'istante tanti tamburi 
orrendamente rumoreggiarono, e si die fiato a tante trom- 
be e pifferi e corni e che so io (i), che i capitani 
Fulgazio e Cazzago esterefatti credettero di essere ag<- 
gressi da cento legioni; fu allora che il Rodomoutaccio 
Fulgazio fu il primo, siccome è fama, a teutar rapida 



(i) I generali francesi che negli ultimi tempi hanno sa* 
puto giovarsi del trambusto degli strumenti da suono, orrde 
spaurire e deludere l'inimico, non sono slati i primi inventori 
di quell'artificio militare. Il bresciano Alghisio Gambara io 
aveva usato sette secoli prima. 



38 LIBRO QUATTORDICESIMO 

' fuga(i). Cazzago ed altri ufficiali suoi subalterni si *o* 

^°P° steunero quanto il più lo poterouo; ma sorpresi impensa- 
aooo tamente dall' assalto e dall' impeto dei nemici, furono 
J i 5. costretti a cedere le armi e raccomandarsi alla clemen- 
za de' vincitori, I soli veterani milanesi e svizzeri as*- 
soldati da Gherardo Maggi e da Ugone tigoni dentro 
i loro quartieri resistettero indomiti, ed ivi dovettero 
rattenersi, perchè i capitani Teuzone ed Alberico, die- 
tro gli ordini del conte Alghisio, contrastavano loro 
1' uscita (2). 

Datasi al conte Alghisio prigioniera insieme col console 
Cazzago la maggior parte de' suoi ufficiali e delle sue 
soldatesche, e fuggitone il rimanente seguitando le spalle 
del millantatore Fulgazio, non restarono in Castenedolo 
che i due mila veterani arruolati da Maggi e da Ugoni, 
i quali sostenevansi fermi negli alloggi loro. Fatto giorno, 
ed accortisi que' prodi di essere circondati dagli inimici 
per ogni parte, e derelitti da' suoi compagui, avviarono 
al co, Alghisio un araldo, domandando di poter uscire con 
le onoranze militari, e promettendo giuramento di non 
più combattere per alcun partito nelle guerre bresciane. 
Inclinava il conte a condiscendere a quella proposta, ma 
i suoi ufficiali fumanti per la avuta vittoria, gonfi 
l'animo di se medesimi, e mal considerando a quali 
attentati adduca la disperazione, si opposero ai saggi 
pensamenti del conte Alghisio e si rifiutarono di concedere 



(1) Dictum fuit de Fui gallo t quod de fuga primus fuissct. 
Brev. Ree. pag. 3o. 

(1) Sola il la duo millia extvaneorum militum. ut velus mi" 
Idia erat, statini in ordine et in loco sttterunt ; quos Teuso 
et Albricus, ut jussi erant, continuum fìngentes assaìtum, in 
eodem loco slare Iota noe te fccerunt. Brev. Ree. pag* 3o. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 3 9 

patto alcuno; quel conte per non irritare i suoi subalterni 
li secondò. Rapportata a que' prodi la negativa delle **°P° 
addotte proposizioni , s infiammarono tutti, ed aggruppa- anno 
tisi in forma di cono, abbassate le lance, uscirono cou Ilt)0 - 
impeto dal quartiere, e spintisi contro Alghisio, che col 
nerbo maggiore de' suoi custodiva la discesa del colle 
che volge verso Montechiaro, finsero di volersi aprire 
di forza i passi per quella via. Intanto i capitani c%e 
guardavano gli altri passaggi si smossero dai posti 
loro onde accorrere a sostenere il conte; que'prodi al- 
lora, volta ad un tratto la fronte, piombarono siccome 
fulmini sopra le schiere di Tenzone e d'Alberico, che 
avevano dietro le spalle; le sbaragliarono, gettarono 
estinti a terra i capitani delle medesime, indi giù pel 
ripidio del colle di Castenedolo, che scende verso Bre- 
scia, raccolti, fermi e solleciti tornarono salvi a rico- 
verarsi nella città. 

§ i5. Presso la sera del giorno medesimo il gene- 
rale iu capo de' "Valvassori w dou Ardiccio giunse in 
Castenedolo, il quale, dopo le debite congratulazioni 
col conte Alghisio e co' suoi subalterni per la conse- 
guita vittoria, bramoso di non sommettersi solo il 
braccio degli inimici, ma l'animo loro ancora, pro- 
pose a quelli di concedere spontanea, immediata ed 
incompra libertà al console Cazzago ed agli altri pri- 
gionieri tutti (i)> Il conte Gamba ra, che vedeva ben 
di lontano, acconsentì issofatto alle proposizioni di 
don Ardiccio; ed il console Cazzago e tutti i s.uoi^ 



(i) Sera ejtisdem dici cwn reliquo cxercitu advenit Ardi- 
cius, qui slatini Alghisio permisit 9 ut sine lilla mercede Do* 
mof alluni , et omnes alios captivòs dimilUvtU Brev. Record, 
pag. 3i. 



4o LIBRO QUATTORDICESIMO 

— senza obbligazione di alcun esborso o di alcun giura- 

Dopo m euto, tornarono liberi ai propri focolari, 
anno* U dì seguente i capitani de' Valvassori si adunarono 
iiod. j a consiglio di guerra; in quello il conte Àlghisio 
confortato dalla maggior parte de' suoi ufficiali opi- 
nava di spingersi addirittura contro di Brescia e di 
tentarne il conquisto, caso che monsignor Arimanno 
avesse a ricusare ai Valvassori una legale conferma 
del possesso dei feudi, che i vescovi suoi antecessori 
avevauo a quelli spontaneamente conceduto; il ca- 
pitano generale don Ardiccio all' opposto credette non 
doversi assumere V impresa proposta dal conte Àlghisio, 
ma di essere assai meglio provocare i cittadini a bat- 
taglia in aperta campagna. Fu chiuso quel consiglio 
senza determinazione decisiva; ma per rendere contezza 
ai cittadini di quanto zelo ardessero i Valvassori per 
la nitida conservazione dei dogmi cattolici, e forse 
ancora, onde mortificare Arimanno, il quale, quantun- 
que vescovo e cardinale, non sentiva ribrezzo di te- 
nersi raccomandato al braccio degli eretici, approssi- 
matisi alla città, trassero sul monte ora detto di s. Fiorano 
il capitano Tebaldo e gli altri eretici suoi consorti, 
che avevano fatto prigionieri entrando in Venzago; ed 
al cospetto dei cittadini che erano concorsi a frotte 
sui prossimi spalti, presentarono a chiunque di quegli 
eretici un crocifisso: ed a quelli che forse ancora per 
sola paura confessarono essere Gesù Cristo uomo e 
Dio, e quanto alla divinità indivisibile e solo, usarono 
clemenza, e trucidarono quanti altri osarono sostenere 
con pertinacia dottrine ereticali (i). Se abbiano i Val- 



(i) Gli eretici Patareni, dai quali era Brescia infetta a quei 
giorni, erano una classe di Manichei che menò altissimo m* 



LIBRO QUATTORDICESIMO £i 

vassori bresciani con quella tremenda esecuzione ope- — - g 
rato bene o male, non ne sono io il giudice: io debbo D°pQ 
raccontare i fatti e non rendere di quelli sentenza. So anno 
però che il genio degli uomini è libero; so che Gesù lM #« 
Cristo, quando era nell' orto, ha commesso a s. Pietro 
di rimettere nel fodero la spada, che aveva egli sguai- 
nata per la difesa di lui stesso; ma so ancora che la 
santa inquisizione ha più assai che non i Valvassori 
bresciani diffuso per lo stesso motivo e con la spada 
e con altri tormenti gran sangue. 

Inorriditi il cardinale Arimanno ed i consoli e tutti 
insieme i cittadini a quello spettacolo, chiusero le porte, 
presero le armi quanti erano in istato di poterle impu- 
gnare, e dentro i bastioni si raccomandarono a difesa. 
Allora i comandanti de' Valvassori schierarono intorno 
alle mura le vittoriose loro falangi, ed onde provocare 
i nemici ad uscire a battaglia in campagna aperta, 
inalberarono sotto gli occhi loro le bandiere che ave- 
vano vinte io Venzago ed in Castenedolo, e le gridar 
rono stendardi di vigliacchi, di stupidi, di dormigliosi; 



more nel decimosecondo e nel decimoterzo secolo. Ridevano 
quegli eretici il peccalo originale, e per conseguenza la neces- 
sità del battesimo; non prestavano alcuna fede ai libri santi: 
dicevano non essere il corpo di Gesù Cristo che una semplice 
figura; aggiugnevauo non essere libero l'arbitrio dell'uomo, ma 
costretto a secondare un superiore impulso; ed affermavano 
non essere uno solo il Creatore e Conservatore della natura, 
ina due, ai quali davano il nome ài Principii, l'uno creatore 
e conservator del bene, l'altro creatore e procuratore del male. 
Chi ama sopra di ciò una cognizione più estesa, legga s. Ago- 
stino ove tratta de' Manichei ; il quale più fondatamene di 
ogni altro ne ha scritto, siccome da giovine fu Manicheo egli 
stesso, e ripudiatine poscia gii errori, virilmente li confutò. 



42 LIBRO QUATTORDICESIMO 

^ mÈmmmm - sciorinarono appese a lunghi pali le vinte spoglie, e 
? ?? paragonando la trepidezza loro a quella delle lepri e 
anno de' conigli, e con motteggi e con bravate gli insulta- 
jio5. rono di ogni più acerba maniera. Presi da vergogna 
e da trepidezza i cittadini, si diedero a sclamare con- 
tro i promotori di quella guerra, gridarono contro al 
vescovo ed a' suoi partigiani; e sugli angoli delle con- 
trade e per le piazze raccoglievansi a crocchi, incita- 
vansi scambievolmente ad alzare bandiera bianca ed a 
patteggiare coi Valvassori. Sbigottiti a tale veduta 
Arimanno ed i suoi partigiani, cercarono i più recon- 
diti nascondigli e vi si chiusero. Solo il console Pa- 
terno Scovoli tenue l'animo imperturbato e franco, e 
giovandosi dell' alta onoranza pubblica che avevasi 
meritevolmente guadagnata, raccolse il popolo, sali la 
tribuna, arringò, calmò gli incominciati tumulti; e fatta 
adunanza delle più scelte milizie, preparossi ad uscire 
dalla città e ad accettare le sfide dei nemici in campo 
aperto (i). 

Rapportate ai Valvassori tali determinazioni, studia- 
rono tantosto come agguatar Y inimico. Erano quelli 
dalle spie assicurati che il console Scovoli col maggior 
nerbo de' suoi sarebbe uscito per la porta s. Matteo, 
cioè per la orientale che metteva a Rebuffone. Per 
questo il conte Gambara si appiattò in alcune bosca- 
glie che erano dove sono di presente i ronchi prossi- 
mi a s. Francesco di Paola; e don Ardicelo tenne 
schierata la cavalleria ed altre genti d'armi non molto 
lungi da quella porta. Giunta V ora fissata, lo Scovoli 



(i) Solus Paternus , quum in multa ex limati o ne essct, suis 
verbis popuìum sedavit; inde e um forti ori militia exire cantra 
ho s te s se dispostili. Brev. Ree. pag. 3i. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 43 

con le scelte sue truppe uscì a furia dalla città, piombò SBBBSI 
coutro don Ardicelo coli' impeto della folgore; quegli Dopo 
si sostenne per alcune ore con tutta franchezza. Cade- anno 
vano intanto e dall'una e dall'altra parte i feriti e i* ^- 
gli estinti, echeggiavano le aure al rimbombìo delle 
maglie, degli usberghi, degli elmi dai contrari ferri 
percossi, alle grida minacciose dei combattenti, alle 
urla dei feriti, ai gemiti dei moribondi; ed iutauto il 
sangue bresciano impinguava i sobborghi di Brescia, 
come quello de' romani aveva impinguato un tempo 
le campagne di Farsaglia. Don Ardiccio, dopo lunga 
e sanguinosa resistenza, diede lentamente addietro, onde 
trarre 1' inimico nelle preparate insidie e soperchiarlo; 
e mentre quel prete capitano andavasi di accorta mar- 
niera, ed a poco a poco ritirando ed il console Sco- 
voli incautamente lo seguitava, il conte Alghisio so- 
spinto dall'ardore del suo genio, uscì innanzi tempo 
dagli agguati, sicché invece di sperdere le schiere dei 
cittadini ruppe sconsigliatamente in quelle di don Ar- 
diccio. Tanto danneggia nell'ordine degli eventi il non 
saper cogliere V istante. Il console Scovoli allora, gio- 
vandosi della occasione propizia, ricondusse le sue 
schiere in Brescia, salve dalla mal eseguita insidia, e 
per avere respinto l'inimico, gloriose della vittoria (i). 
Sul mattino del giorno seguente don Ardiccio ed il 
cónte Alghisio schierarono tutte le forze loro intorno 
alla città, e fino oltre il meriggio nou lasciarono ma- 
niera alcuna intralasciata, onde incitare gli inimici ad 
uscire in campo aperto; ma andata inutile ogni prò- 



(i) Algkisius ante lempus quum surrexis&et, bene faci e ndi 
occasionerà amisit , et Pater nus ut Victor Bri s siam regressus 
est. Brev. Ree. pag. 02. 



44 LIBRO QUATTORDICESIMO 

vocazione, ritiraronsi a refocillarsi. Declinando fina!* 
J?°P° niente il sole, il console Scovoli seguitato da un corpo 
anno potente di cavalleria uscì con impeto dalla città; gli 
iio5. s i opposero con forze eguali il conte Alberto Marti- 
neugo ed Oprando Brusati: fu tra quelli breve il con- 
flitto e scambievole il danno; mancati alla fine gli ul- 
timi crepuscoli, le due osti costrette dalle tenebre si 
separarono. 

§ 16. Il giorno di poi, che era il duodecimo di 
maggio, i generali de' Valvassori, convinti che i citta*- 
dini non erano persuasi di affidare le sorti della guerra 
ad una battaglia generale, levarono il campo e con-* 
dussero 1' esercito sotto Yobarno. Lo Scovoli al vedere 
allontanati dalia città gl'inimici, sospinto piuttosto da 
una religiosa tenerezza pei morti in campo, che non 
da una politica e militare prudenza, fece trasportare 
nella piazza grande di Brescia i cadaveri di quanti 
avevano perduta x la vita nelle pugne suburbane dei 
giorni antecedenti, perchè dovessero essere puor^ti di 
pubbliche esequie, e la città avesse a supplicare alle 
anime loro eterna pace. Nulla poteva costernare mag- 
giormente l'animo dei bresciani (i)! L'aspetto dei corpi 
di quegli estinti, dei quali vedevansi le ferite profonde 
ed il sangue aggruppatone sugli orli, avrebbe destato 
raccapriccio ancora nell' animo il più gelalo, il più 
duro: il fratello al vedere le tronche membra del 
fratello estinto, il padre al mirare le cervella uscite 
dalla fessa fronte del figlio, V amico allo scorgere le 
intestine aggomitolate fuori della pancia trafitta del- 



(i) Set pendere debuit ( Io Scovoli ) quwn mullitudo in ma- 
gno limoie terrìbiles vulneraliones in eis con spexissct, ingente s 
plagas, et membra ohtruncata. Brev? Ree. pag. 5a. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 45 

l'amico; la madre, oh Dio! la sorella, la sposa a quel^^^ 
tremendo spettacolo ruppero in un pianto cosi dirotto, P°P° 
iu urla così clamorose, che avrebbero tratto le lagrime anno 
dagli occhi di que' tebani stessi che erano nati dai II0 ^* 
denti famosi seminati da Cadmo (i), e da quelli dei 
Mirmidoni, dei Dolopi e dei seguaci d'Ulisse (2). 

I capitani de' Valvassori avevano, siccome si è detto, 
levato il campo dai dintorni di Brescia, e condotto 
l'esercito sotto Vobarno. Il cardinale vescovo Arimauno 
aveva affidato il governo di quella piazza ad Ugo- 
ne parroco di Gavardo, il quale aveala fortificata di 
ogni maniera possibile, e si aveva scelto aiutante mag- 
giore il prode Filippino dal Corvione. Aveva don Ar- 
dicelo accampato da pochi giorni Y esercito intorno a 
Vobarno, che inviò un araldo agli assediati, offerendo 
a quelli generose condizioni , se spontaneamente cede- 
vano il castello, e minacciando morte ed al presidio 
ed agli abitanti, caso sdegnassero le proposte. 11 par- 
roco comandante la piazza aveva bensì Y animo fermo 
e franco, ma siccome paventava che forse un qualche- 
duno de' suoi avesse intelligenze secrete coli' inimico, a 
somiglianza di quanto era avvenuto in Venzago, in- 
nanzi di rispondere al messaggero, volle accortamente 
scrutinare l' animo de' suoi. Raccoltili per questo in 



(1) Savioli, appoggiato a' classici greci e latini, cosi in tale 
rapporto ha scritto: 

Non io crude! spettacolo 
Al fondator di Tebe 
Nacqui a fraterno esizio 
Dalle incantate glebe. 

(2) Quis .... M'irmi do nutrii Dolopumve, ani duri mìles Ulixi 

Temperet a lacrymis! 

Virgii. JEneid* i v. 7. 



46 LIBRO QUATTORDICESIMO 

~ m *— ^- >ì t piazza, alla presenza dell' araldo dei Valvassori, signì- 
J?°P° fico loro le proposizioni di don Àrdicelo, e domandò che 
anno cosa avesse a rispondere; tacevano tutti ^ quando un 
llo5# certo Cagnoli da Calvagesio, sguainata e spiegata ia 
alto la spada, vibrando fuoco dagli occhi: io io, sclamò, 
io rispondo per quanti sono in questa piazza, e ginro 
per tutti, che noi spargeremo fino alV ultima stilla 
il sangue, prima di cedere; tutto V oro di don Ar- 
dicelo non varrà a volgerci a tradimento, né le sue 
armi a destarci nell'animo paura» Batterono palma a 
palma ed applaudirono quanti erano presenti alle pa- 
role del Gagnoli, ad alta voce ne ripeterono il giura- 
mento, ed assordato da quelle grida venne rimandato 
T araldo di don Àrdiccio. Il parroco comandante al- 
lora la piazza, giovandosi dell' entusiasmo onde erano 
animate le sue genti, senza perdere un istante, schierate 
quelle truppe che egli sapeva essere le più valorose, 
le condusse impetuosamente fuori del castello, e piom- 
bato sopra que' nemici che erano schierati prossimi al 
forte, gli sbaragliò, e senza dar tempo a don Àrdiccio 
o ad altri di accorrere in loro sussidio, ricoverossi fret- 
tolosamente col suo seguito dentro Yobarno (i). 

I capitani de' Valvassori, irritati per la rotta sofferta 
dai loro avamposti, eressero due batterie contro di quel 
castello , dove raccolsero ed arieti e mangani e pa- 
lestre ed altre macchine adatte a scagliare, costumate 
a que' tempi; fecero costruire moltissime lunghe e forti 
scale, e fissarono di assaltare Yobarno il dì veuti mag- 



(i) Ugus missum dimisìt , et suls animimi addidit. . . . inde 
eadem ora audacter contro. Ardìcium exivit, qui proximi ac 
cesserant, quorum pattern occidit, et reliquos jugavit, eie, 
Brev. Ree. pag. 55. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 47 

gio. Commise don Ardicelo al conte Alberto Martinengo, ^5555! 
e ad Oprando Brusati, comandanti le cavallerie del- Dopo 
r armata, di guardare ogni via per la quale il console anno 
Scovoli potesse mai condurre armati a quella volta. La ll0 ^ 
mattina del giorno fissato i Valvassori diedero moto 
alle macchine, spingevano quelle in Vobarno pietre di 
ogui maniera, rombavano i sassi per aria segnando 
archi tremendi, diroccando i tetti sopra i quali cade- 
vano, e fracassavano le ossa a chiunque ne andava sgra- 
ziatamente colpito; gli arcieri sostenevano le file di 
quelli che portavano le scale, e vibravano frecce a tutta 
lena contro chiunque sporgevasi dai merli; quelli dalle 
scale che erano i più. vigorosi ed arditi le appoggiavano 
alle mura, e col ferro sguainato in mano Y uno dietro 
all' altro si affrettavano per salire. Gli assaltati, urtando 
con forche ed altri strumenti, rovesciavano le scale 
addosso a chiunque tentava di ascenderle; e mentre 
quegli assalitori che per le scale ributtate strammazzaudo 
non morivano, ma solo percossi o fiaccati l'uno o 
l'altro membro strascinavansi sotto di quelle, scia- 
mando misericordia, erano incessantemente ripercossi 
dai ciottoli che la guarnigione andava gettando dall'alto; 
il capitano generale don Ardicelo, conosciuta la difficoltà 
di prendere quel castello per assalto, la valorìa del pre- 
sidio e la perdita di tanti prodi, fece battere tamburo 
e recedere dall' assalto (i). 

§ 17. In quelle ore stesse, uelle quali don Ardicelo 
ed il coute Alghisio assaltavano Yobarno, il console 
Scovoli ruppe all' improvviso contro le cavallerie con- 
dotte dal Martiuengo e dal Brusati , le quali erano a 

(1) Qui muro s defendebant, sine itilo timore resisterunt , 
magna, fortia pugnanles , et semper assaliores rejecerunU 
Brev. Ree. pag. 53. 



48 LIBRO QUATTORDICESIMO 

" - — • guardia delle strade dirette verso il campo, e con al- 
Dopo cune militari industrie le sforzò a ritirarsi, e le spaurì 
anno di maniera, che i condottieri delle medesime, paven- 
noa* tando non avessero a scompigliarsi, le fecero frouteg- 
giare in quadrato. Liberate di tale maniera le vie del 
campo de' Valvassori, il console Scovoli spedì a spo- 
gliarlo alcune compagnie capitanate da monsignor Urli- 
none Sala, canonico della cattedrale, duce valorosis- 
simo (i). Le guardie del campo appena scovrirono le 
milizie condotte da quel canonico, che si diedero spaurite 
a rapidissima fuga, ed intanto ogni padiglione, ogni, 
tenda liberamente si saccheggiò. Quando monsignor Sala, 
scoperti da lunge i capitani Martinengo e Brusati che 
alla testa de' corazzieri (2) spingevasi contro di lui, co- 
nosciuto di non avere forze bastanti per sostenere lo 
scontro, carico di spoglie diede in fretta addietro, ed 
alle truppe dello Scovoli ricongiunse le sue. 

Don Ardiccio aveva fiso d' impadronirsi in quel giorno 
del castello di Yobaruo, ne per le avute respinte sa- 
peva dimetterne la speranza. Per questo dopo di avere 
ritirati i suoi dall'assalto, dopo che Martinengo e Bra- 
sati avevano costrette a ritirarsi le squadre condotte 
dal canonico Sala, sospinto maggiormente all'ira pei 
depredati suoi padiglioni, ed avvivato dai credere che 
la guarnigione di Vobarno affaticata dal sostenuto as- 



(1) Patcrnus , cognita statini occasione , Brunonem da Salis 
majoris Ecclesie Canonicum , ductorem strenui ssimnm ad in' 
vadenda castra misit, etc. etc. Brev. Ree. pag. 54« 

(2) Non è disadatto il nome di corazzieri alle cavallerie 
comandate da Alberto Martinengo e da Oprando Brusati, per- 
chè, siccome esprimesi il cronista, eorum caballi, et ipsi quo* 
que ferro cooperti erant, et guarnaciis , et ceìatis, et gambe* 
riis» Brev. Ree. pag, 55. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 4g 

salto, ed imbaldanzita per la forte respinta data ai ne- ~ 
mici, si stesse gozzovigliando disattenta e ridendolo, |^°P° 
tracannando bottiglie, tutto ad un tratto rivolse con ai]no 
impeto le truppe a ripeterne gli attentati, ed appog- 1 *oj. 
giate le scale alle mura, molti degli Àrimanni e dei 
Valvassori ne avevano già salito il sommo, e preso 
piede al di dietro de' merli; dopo avere massacrati i 
primi che osarono opporsi, dimenavano il ferro a tutta 
lena, e credevano indubitato di Vobarno il conquisto; 
ma accorsi a torme contro di quelli gì' intrepidi di- 
fensori, li ributtarono di tremenda maniera^ altri ne 
stesero a terra trapassati dalle lance o dalle spade, o 
dalle noderose clave percossi, altri rovesciarono dal- 
l'alto insieme con le scale su per le quali salivano: 
cadde morto in quell'occasione il capitanio tedesco, 
cioè il canonico Durner, quegli che aveva ceduto per 
tradimento Venzago e cambiata bandiera (i). 

Quel secondo sanguinosissimo ributtameuto degli as- 
saltanti Vobarno abbattè non poco lo spirito di don 
Ardiecio e delle sue soldatesche, quando a quel prete 
capitauo balzò in mente una malizia raffinatissima. Egli 
sapeva che Sinalda, moglie del parroco comandante 
quella piazza, prima di essere stata sforzata dai pa- 
renti a dare a don Ugone da Gavardo la mano di 
sposa, aveva amoreggiato secretamente ed avute ancora 
tresche oscene con un certo Paganello di Acqualunga, 
il quale militava nel suo esercito (2), e sapeva ancora 
che quel parroco comandante era pienamente ignaro di 



(1) Magnus militum numerus, et non palici de primoribus 
exercitus interierunt, inter quos Durner, Brev. Ree. pag. 35. 

(2) Sinalda Vgi uxor Paganellum prius amaverat, et contra 
suam volunlalem Ugo desponsata J'uiL Brev» Ree. pag. 55. 

Vol. ni. 4 



JPlOi.). 



5o LIBRO QUATTORDICESIMO 

— quelle turpitudini di sua moglie 3 per ques'o a sorcii- 
Dopo <r|, anza dello scaltro Ulisse, che per mezzo del tristo 
anno Sinone attrappò i Troiani (1), chiamato Pagauello lo 
istruì di quanto doveva fare e dire, e provveduto di 
quanto occorreva per mettere ad esecuzione il tradi- 
mento ordito, si raccomandò a lui caldamente- Paga- 
nello, che poteva proprio dirsi maliziosissimo, dolis 
instructiis et arte pelasga, fintosi disertore, si presentò 
disarmato alle porte di Yobarno; e sclamando a braccia 
aperte misericordia, supplicò dagli inimici quartiere. 
Per ordine del parroco comandante Ugo fu introdotto, 
e sottilmente da quello interrogato del motivo della 



sua diserzione, dello stato delle forze degli inimici 



s 



e 



di quanto stavano cjuelii allora tentando. Pagauello fin- 
gendo paura rispondeva in sulle prime come trepidando; 
poscia fingendo di aver preso animo per gì' incorag- 
giamenti datigli dal comandante, diede furbescamente 
la già con don Ardiccio concertata risposta; quel par-, 
roco duce, non paventando inganni, credute ingenue le 
parole di Paganello, lieto, come quel sorcio che tende 
gli orecchi ed agita le narici, mentre fiuta il formag- 
gio del trappolino, sperando di trarre da lui ulteriori 
avvisi, se Io accolse ospite in propria casa. 

Sinalda la moglie del parroco comandante, calda il 
petto ancora dei primi occulti amori, riveduto appena 
Paganello, mandò ardcntissimo un sospiro; ma furba 
per natura ed addentrata pur forse alle scaltrezze dalla 
frequenza delle malizie, gli accenuò seeretamente col 
l'occhio, e Paganello scovrì da quel cenno Y animo di 
Sinalda. Non mancarono 1' uno e l'altra di porsi sop- 
piattamente l'indice al naso, e come non mai si fossero 



(1) Virgilius /Lucaci, 1, kXìs. 60 et seq» 



LIBRO QUATTORDICESIMO 5i 

conosciuti, non si diedero pure un breve sakito. Le r '""" ; 
intraprendenze e le arti degli innamorati trapassano f! P 
le idee di quelli che hanno sempre avuto la brina sul anno 
cuore; Sinalda seppe cogliere il punto di avere Paga- I10J » 
nello a quattr'occhi e di donarsi a lui. Quello scaltro 
dopo avere sfogata la passione coll'amica, e di essersi 
assicurato che quella lo adorava ancora, le promise 
la mano di sposo e larghissimi doni, ed in ciò dire le 
porse un orciuoletto di farmachi velenosi, e la pregò 
di attossicare quanto più presto poteva l'abborrito par- 
roco comandante suo consorte. Sinalda prese il" vasetto, 
diede un bacio all' amante, e gli promise sollecita ese- 
cuzione de' suoi consigli. Miserabile sposa ! a qual ec- 
cesso fu mai indotta dall' imperante capriccio dei ge- 
nitori, e dalla onnipotenza d'amore! Il parroco Ugo fra 
pochi giorni morì avvelenato, ne alcuno ne ebbe pur 
ombra di sospetto (i). Filippino dal Corvione suo luo- 
gotenente assunse dopo di lui il comando di quella 
piazza. Era Filippino un capitano valoroso, ma facile 
per la troppa avarizia a vender la fede. L'accorto Pa- 
ganello non perdette 1' occasione, contrattò con lui la 
cessione di Vobarno ai Valvassori, i quali lo ebbero il 
giorno i5 luglio, dietro lo sborso di cento lire impe- 
riali a Filippino, di venti ad ogni ufficiale e di tre ad 
ogni soldato di quella guarnigione (2). 



(1) Sine mitilo labore Paganellus adulteri um cum ea com« 
mitlere asscqulus est: quo facto cum sui matrimonii, et multe 
pecunie pollicitatione non difficile etiam assequtus est, cujus 
exterius nihil apparebat, ipsa maritimi inlerficeret. Brev7 Ree 
pag. 55. 

(?>) Ugo Filippinus successit, quem cum summe avarìtie ho- 
ino esset, licei in armis valide strenuus, Paganellus facile in- 



110'J. 



02 LIBRO QUATTORDICESIMO 

§ 18. II console Scovoli pensando che la resa di 

R ?? Vobaruo avesse abbattuto di molto l'animo dei citta- 

\j. Li» 

anno diui; ed egli che gli amava di patria tenerezza, e che 
sapeva di essere da quelli riputatissimo, lasciato il 
canonico Brunone Sala a comandare 1' esercito in sua 
vece, tornò a Brescia onde confortare gli animi de- 
pressi ed invigilare le pubbliche cose. Dopo la par* 
tenza di lui Faccorto canonico raccolse le truppe e le 
accampò sopra un colle che era per le più parti dif- 
ficile d'accesso, e pose in breve a difesa il rimanente 
per mezzo di forti trinciere e di pali aguzzi confitti 
esteriormente nelle medesime; ed ivi, fingendo ad arte 
altissima paura, tenevasi di ogni miglior modo possibile 
guardato. Non faceva ciò lo scaltro solamente per 
essere ad ogni evento approntato alle difese, ma perchè 
i nemici lo avessero a credere veramente trepidante, 
e non paventandolo, si avessero a sbandare senza cu- 
stodia, onde dar loro francamente addosso all' occasio- 
ne: la qual cosa non fu protratta alle calende greche. 
Due mila del corpo de' Valvassore condotti dal ca- 
pitauio Pastori, che era feudatario di Castiglione delle 
Stiviere (i), si allontanarono circa quattro miglia dal 
campo; e quantunque il Pastori fosse un capitano esperto, 
pure credendo vero il finto sbigottimento degli inimici, 
senza assicurare i suoi con guardia alcuna, concesse 

duxit cum pactione centum lib. Imp. prò se, viginti prò quo* 
libct ductorum, et tria prò quolibet pedilum die XV ineunte 
Julio Oprando Castellum tradere. Brev. Ree. pag. 35. 

(i) Imperabat eis Pastoreus de Caste liìone , qui ad peten» 
dum auxilium Ardicio missis super vicinum collem se recepii, 
hibique jussis miìiùbus ut per omnes partes convcrterent fa- 
ciem, et intcr se jungerent tavolacios, forti animo ad resisterla 
tiam se paruìL Brev. Ree. pag. 56. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 53 

loro di sbandarsi per foraggiare a piacimento. Accor- g ?*— ' 
tosi messer Io canonico di quella troppa fidanza, con |? () P? 
tutta la sua cavalleria, e con quelle file de' suoi pe- anno 
doni, che egli conosceva le più franche, si spinse im- I10 ^- 
pelosamente sopra ai troppo confidenti nemici- al pri- 
mo attacco ne ebbe prigioni trecento, che scortati da 
buone guardie addirizzoli all'accampamento de' suoi; 
molti altri di que'foraggianti scamparono rapidamente, 
e cercarono salvarsi fra le boscaglie dei monti vicini; 
ma il capitano Pastori, radunatine circa seicento so- 
pra di un prossimo colle, nell'atto che spedì corrieri 
a don Ardicelo domandando soccorso, fece fronteggiar 
que' seicento in forma quadrata, ordinando a quelli di 
ammuricarsi spiegando ciascheduno sul gombito sinistro 
lo scudo, e di tenersi frattanto nella destra approntato 
il ferro. 

Il canonico capitauio Sala, spiegate allora intorno al 
colle le schiere, commise agli arcieri di ascenderne la 
pendice, e di vibrare a dirotto contro di quelli le 
frecce: moltissimi di que'dardi urtando contro gli scudi 
ostili riuscivano vani; ma altri, trapassati i vacui aperti 
fra gli opposti ostacoli,, stendevano a terra morti o fe- 
riti non pochi di que' valorosi; sicché quegli estenuati 
dalla fame e dalla fatica, e sbigottiti per la perdita 
dei compagni, stavano in bilico di gettar l'armi. Mon- 
signor Sala gli eccitava a rendersi, e prometteva loro 
di accettarli ad onestissime condizioni: Pastori all'op- 
posto, giurando prossimo il soccorso, li confortava a 
resistere. Finalmente quand' erano le cose quasi quasi 
ridotte all'ultima disperazione, udissi da lunge il ru- 
more degli accorrenti a porgere sussidio; il canonico 
capitano allora convinto di non aver forze bastanti di 
battere ad un lato il corpo diretto dal Pastori, e di 



54 LIBRO QUATTORDICESIMO 

um " """"" • tenersi all'altro lato difeso dalle schiere condotte da do: 
P°P? Ardicelo e dal conte Alghisio, innanzi di essere colto in 
armo mezzo, lece battere la ritirata, e seguitandola con beli' or- 
no5. diue^ ricondusse illesi i suoi ai primieri accampamenti (i). 
§ ig. Il console Paterno Scovoli intanto onde ecci- 
tare i cittadini ad usare ogni sforzo per difendersi dai 
nemici, per mezzo di alcuni suoi confidenti fece spar- 
gere voce, che ed i Valvassori e gli Arimanni avevano 
giurato sul libro degli evangeli di non deporre le armi, 
finche non avessero demolita Brescia fino dall'ultimo 
fondamento, finche non ne avessero dati a morte gli abi- 
tanti dal più decrepito sino all'ultimo nato, finché non 
si fossero appropriate tutte le possidenze e le giurisdi* 
zioni del vescovato, ed assoggettati a servitù gli abi- 
tanti i villaggi, i quali non avevano protette le parti 
loro. Quelle dicerie erano veramente frottole solenni , 
ma perchè molte persone di alto riguardo con istudiati 
artificii le confermavano, si erano attratta la pubblica 
fede. Per quegl' immaginati racconti «i armarono spau- 
riti a difesa tutti que'cittadini che sentivano di avere 
forza bastante a brandire le armi: ogni paese del contacio 
spedì a Brescia armate quante più genti potè; le valli 
Trompia e Sabia, raccolte numerose compagnie, ne 
raccomandarono il comando a Diodato da Pezzaze; la 
Camonica, fatto lo stesso, raccomandò il capitanato dei 
suoi a Guglielmo da Edolo : e di tale maniera tutte e 
tre le più distinte valli bresciane spedirono ai citta- 
dini gagliardi soccorsi (2). 

(1) Bruno, parem se non esse vìdens, suam gentem recepii, 
et in buona ordinanlia abiit 3 quum in vammi Algkisius per 
aliquam vie pai lem insequulus esset. Brev. Ree. pag. 56. 

(1) Guìiclmus de Jledolo Cammini s imperabat , et Dcodatus 
de Pezaze Tronwianis, et Sabbioni s. Brev. Ree. pag, 07. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 55 

Non si tenne frattanto don Ardicelo le mani in mano: gggBB 

affffitttìse al suo esercito nuove reclute, tratte dai di- f)o P° 

G 0. 
pendenti de' Valvassori, e dalla classe degli Arimanni; anno 

e siccome era denarosissimo, spediti varii commessi in n°5. 
Tirolo, nel Veronese, nel Mantovano ed in altre pro- 
vince, fece assoldar nuove genti. Trascorsero circa due 
mesi, mentre e l'uno e l'altro degli osti si adoperavano 
per tali preparamenti; Oprando Brusati, a cui, appena 
preso dai Valvassori Vobarno, erano state restituite le 
antiche sue giurisdizioni di quel castello, vegliavane 
attento la custodia; e 1* intraprendente canonico capitano 
Sala stava aspettando Y occasione per qualche distinta 
impresa. Una notte oscurissima per mancanza di luna, 
e per essere nubiloso il cielo, messer lo cauouieo ben 
provvisti i suoi di scale, di armi, e di quanto è necessario 
per un improvviso assalto, li condusse tacitamente sotto 
Vobarno; appoggiatene senza rumore le scale alle mura, 
e senza che alcuno se ne avvedesse, commise ai più 
valorosi ascenderle. In un momento quelli ne erano giuuti 
al sommo, e preso piede in sugli spalti, e massacrata 
la prossima scolta, credevano di avere aperto il campo 
a quanti montando le scale li seguitavano; ma altre 
scolte vicine gridarono tantosto a tutta lena soccorso, 
e tutta la guarnigione si pose in sollecito movimento: 
perlocchè quel canonico disperando buona riuscita del- 
l'attentato, richiamò in fretta i suoi, ed agli accampa- 
menti li ricondusse (i). 



(i) Supra duos mense s in tali nove gentis co aduna Ho ne 
transactum full. Quo tempore Bruno, occasione nociis multutn 
oh scure, cum scali s apprehendere castellimi Bovarni tentavit, 
et vere aliqui pedites ce per uni summilnUm , interferita vicina 
guaita. Sci, qiium clamasse nt alle guaite, et resistere cepissent, 
ipsc, revocavit qui ascender ani, et ad castra rediit. Or. Ree. /;. 37. 



56 LIBRO QUATTORDICESIMO 

: B § 20. Lo stesso canonico capitano tentò ne' prossimi 

Dopo giorni un'altra impresa, la quale ebbe un esito più 
anno fortunato. Siccome si è raccontato qui addietro (i) quel 
no5. canonico aveva in custodia trecento del corpo degli ini- 
mici fatti prigionieri , quando condotti dal capitano 
Pastori poche miglia lnnge da Vobarno, si sbandarono 
a foraggiare. Egli, condotto insieme e dai sentimenti di 
carità fraterna e da yero accorgimento militare, aveva 
sempre trattati que' prigionieri con maniere dolcissime, 
sicché ne aveva viuti sì fattamente gli animi, che quasi 
tutti si erano dati alle sue bandiere: gli aveva egli accet- 
tati ed inscritti ne' suoi ruoli militari; ma, per una 
sua secreta idea, non volle che avessero a tramutar le 
insegne. Date poscia a quelli le debite istruzioni, levò 
il campo, e fingendo voler condurre Tarmata a Brescia, 
per luugo tratto verso la città si diresse, poi volse ad 
un punto verso Venzago le schiere, ed ordinate di modo 
che i trecento che avevano ancora le divise de' Val- 
vassori precedevano da lunge il corpo de' loro compa- 
gni. Giuuti a Venzago, dietro le istruzioni avute dal 
canonico capitano, diedero ad intendere al presidio di 
quel castello di essere eglino spediti da don Ardicelo 
a rafforzare la guarnigione di quella piazza. Il capitano 
comandante quel forte, che non aveva l'elenco dei pri- 
gionieri fatti dal canonico Sala, che vedeva que' mili- 
tari vestiti con le stesse loro insegne, e che molti ne 
conosceva ancor di persona, senza badar tanto al sot- 
tile, prestò loro tutta la fede, ed aperta la porta e ca- 
lati i ponti levatoi, diede loro adito d' introdursi. Eu- 
trati quelli ne' penetrali non si avanzarono più oltre. 



(i) Qui addietro, cioè al § -18 di questo libro, pag. 5a. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 5 7 

ed ivi affollatisi ne sostennero il possesso, finché rag- -^— !"?? 

giunto il canonico col ma£<rior nerbo delle sue milizie, Dopo 
entrò per quello stratagemma vincitore in Venzago, e aruio 
senza spargere sangue., dopo di avere spogliata la guar- »*o5. 
uigione, lasciolla in libertà (i). 

§ 21. Intesero appena i Bresciani l'esito felicissimo 
dell'artificio militare usato dal can. Bainone Sala, che, 
come fossero per avere fra pochi giorni tutto 1' esercito 
ostile sconfitto o disperso, si radunarono in numerosi 
crocchi, e dicendo insolenze contro quegli altri capi* 
itili che trattenevano in Brescia, e villaneggiandoli, gai- 
dandoli neghittosi, vigliacchi, codardi, gli stimolavano ad 
uscire essi ancora a battagliare i nemici. Paterno Sco* 
voli, Domofollo Cazzago e Raterio Ballio incitati a quelle 
grida, si affrettarono a secondare il pubblico desiderio, 
ed il dì 29 settembre, conducendo seco loro le truppe 
che avevano di fresco raccolte, uscirono di Brescia e 
presero via per Vobarno. La mattina stessa don Ardicelo 
ed il conte Àlghisio, raccomandata ad Oprando Brasati 
la custodia di Vobarno, partirono da quel castello con 
un grosso corpo d'armati, e calando verso "Venzago 
audavano dicendo di volere ad ogni costo ricuperare 
quel forte. Passarono il Chiesio a Gavardo, e giunti 
sul tenere di Moscoliue, scoprirono da luuge le schiere 



(1) Post hunc vanum inceplum suam convertii astuliam in 
castello de Vernalo recipiendo. Ex majori parte illos induxe* 
rat trecento s, quo s in pabulando ceperat, ut sub B rissi a no rum 
vexillis se scriberent, et regredi Brissiam fin gens post multa 
milliaria parata quievit ; inde citato gvessu iter cepit faenza* 
ghù Ànteccdebant UH trecenti cum Valvassorum signis,^ et 
porte accedente s Castelli ab Ardicio se missos esse dixerunt, 
et intus acccpti sunt. Bruno spoliata gente Venzaghi dimisii 
eam. Brev. Ree. pag. 07. 



58 LIBRO QUATTORDICESIMO 

nemiche, e si avvidero che senza saperlo andavano ac- 

D°P° cidentalmente a scontrarle sulla medesima strada. Sor- 
anno p rese l e due osti a quella vista si soffermarono, ed in 
no5. distanza di circa un mezzo miglio Y una dall' altra, 
sopra due diverse eminenze, si posero a campo (i). 

Il conte Gambara, uomo di spiriti ardentissimi, non 
potè rattenersi a lungo, ma ristorati in fretta i suoi, 
si approssimò ai nemici, e seguitato da un buon corpo 
li provocò a battaglia. Lo Scovoli seguito da forze 
eguali usci dal campo ad incontrarlo, e 1' un l'altro 
si azzuffarono fieramente: durò la pugna fin ch'ebbe 
luce il giorno, e sarebbe a considerarsi eguale il danno 
di ambe le parti, se per aumentare quello dei cittadini 
non fosse caduto gravemente ferito il prode console Pa- 
terno; che fu tantosto ricondotto a Brescia per essere 
in casa propria assistito e indicato. Il giorno seguente 
successero fra quelle due osti alcune scaramucce con 
varia fortuna; ed in una di quelle mentre il conte Al- 
ghisio stendeva morto a terra un valorosissimo trium- 
plino, fu il suo cavallo colpito da una freccia di Gar- 
done (2), perlocchè iufuriò di maniera, che sdeguoso 
di ogni freno slanciossi nel Chiesio, torrente che per le 
pioggie dei giorni antecedenti mugghiava rigonfio, sicché 
fu alta fortuna, se quel prode capitano ebbe a salvarsi. 



(1) In tenuta de Mosco linis B rissi ano rum obviam ab uè rimi 
exercilum. Quo viso constiterunt, et in loco alto prope ripam 
Clesii castra posuerunt, et ea communìcrunt, et idem medii 
miUiarii distantia a Brissianis factum est. Brev. Ree p. 58. 

(a) Che a Gardone, paese di Valtrompia, dove ora si fab- 
bricano arme da fuoco, allora vi fossero officine di frecce e 
dardi, ne lo assicura il cronista di que'tempi (Brev. Ree. p. 38) 
avendo scritto che il cavallo del conte Alghisio telo faraonico 
trnjcctus in flumine Clesii ipsum cum gravi peiiculo projeciL 



IlOJ. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 5 9 

Mentre ne' giorni seguenti continuavansi le scaramucce HHS5H5! 
fra quelle due osti, don Ardicelo prese diligente esa- JJopo 
me di que' circondarli, e scoperta una valletta circou- arino 
data da alcune prominenze e da folte boscaglie, fece 
pensiero di tendere in quella un'insidia agli inimici. 
Comunicata tale idea al conte Gambara, la approvò 
quello volonterosissimo, e di concerto coli' amico prete 
capitano, con un buon corpo di milizie zitto zitto iu 
quella valluccia si appiattò. Don Ardicelo il giorno se- 
guente, disposte le schiere lungo la sponda sinistra del 
Chiesto, provocò 1 nemici a battaglia; Guglielmo da 
Edolo co' suoi camunni, e Diodato da Pezzaze con gli 
armati valleriani di Trompia e Sabia accettarono il 
guanto. Attaccossi la pugna, e con sorti incerte si bat- 
tagliò lunghe ore; quaudo don Ardicelo cominciò a fin- 
gere paura, ed a dare addietro. Ingalluzzati quel da 
Pezzaze e quello da Edolo sforzavansi per respingerlo; 
e così 1' uno dietreggiando per malizia, e gli altri in- 
calzandolo senza sospetto, le file de' valleriani perven- 
nero al punto delle preparate insidie. Allora don Ar- 
dicelo, cambiati gli ordini e volgendo fronte, spinse im- 
petuosamente i suoi contro quanti lo inseguivano e 
eredevansi avere la vittoria in pugno; e nel punto 
stesso uscito il conte Gambara dagli agguati , li per- 
cosse al fianco destro ed alla schiena. Sorpresi i valle- 
riani da quell'imboscata, molti gettate le armi si die- 
dero prigionieri, altri caddero morti o feriti sul campo, 
e tutti que' che poterono, raccomandatisi in fretta alle 
gambe, trepidanti ed ansanti dentro le trinciere del 
campo si rifuggirono (i). Contento don Ardicelo della 

(t) Cantra ostes ipse magno empetu surrexit, qui eodem 
momento umore capti terga verterunt, multi s tanun in fugiendo 
capiis aut occisis. Brev. Ree. pag. 5g, 



6o LIBRO QUATTORDICESIMO 

1 vittoria, ricondusse i suoi alle tende; ma il conte Al- 
Dopo ghisio vinto dall' ardore del suo temperamento, segni- 
anno tato da poche schiere, volle inseguire i fuggiaschi sino 
Ho5. al campo; dove sarebbe stato facilmente insieme co* suoi 
massacrato, se il conte Alberto Mariinengo non fosse 
accorso con un corpo di cavalleria a prestargli soc- 
corso ed a difendere la sua ritirata (i). 

Tre mila Bresciani accampavano allora presso la 
rocca di s. Martino di Gavardo, disgiunti buon tratto 
dal corpo maggiore de' suoi ; e come non avessero pur 
ombra alcuna di paventare, trascuravano i debiti ri- 
guardi. Don Ardiccio, dall' occhio del quale non la 
scampava cosa alcuna, prese le debite misure, non volle 
trascurare i trascurati; e chiamatosi in compagnia il 
conte Gambara, colta 1' occasione di una foltissima neb- 
bia, scagliossi sopra di quelli all' improvviso, ne diede 
a morte non pochi, esterrefatti gli altri fuggirono di 
tutta lena gridando alla rocca, alla rocca, e tutti 
avrebbouo forse avuta pessima fine, se le milizie di doo 
Ardiccio e quelle del conte Gambara, sorde alle voci 
de' capitani, non si fossero disperse a depredare le tende 
di que' fuggenti (2). 

§ 22. I consoli Cazzago e Ballio stavano aspettando 
un rinforzo di cinque mila soldati, che il cardinale 



(1) Voluit Ardicius ad castra suam reducere gentem: at 
Alghisius ardore pugnandi transportatus, et spe ipsa ostinili 
comprehendendi, ire voluit cum suis scaris ad ea assaltanda. 
At Brissiani, pauco numero ostium contempto per omnes par* 
tes eruperunt , et post aliquanlum pugne eos fugaverunt: et 
multi interiissent , nisi Co. Albertus cum cabatleria tempore 
subvenisseL Brev. Ree. pag. 5c). 

(2) Una vox audiebatur, que ad Roccam s. Martini apeU 
lahat. Brev. Ree. pag, 5q. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 61 

vescovo Àrlmaauo aveva fatti arruolare parte In questa - 

e parte nelle prossime province, e conducevansi dai *?°P° 
capitani Luzzago Luzzaghi di Manerbio, e Bonfabio anno 
Biemmi} giunti che quelli fossero, avevano deliberato 1I0J# 
di provocare i Valvassori e gli Àrimanni a battaglia 
generale (i). Fedelissimi confidenti avvisarono don Ar- 
dicelo di tutto ciò, e seppero indicargli precisamente 
perfino il giorno e Y ora onde que' cinque mila sareb- 
bono partiti da Brescia, e la strada per la quale sa- 
rebbonsi inviati. Egli che non soleva lasciarsi mai fug- 
gire di mano alcuna occasione propizia, la notte ante- 
cedente la mossa di que' cinque mila, seguitato dai 
capitani Gambara, Martiuengo, Brusati e dalla mag- 
gior parte dell' esercito, tacitamente uscì dal campo, 
ed avviossi per Brescia. Sul rosseggiare dell'aurora 
scontrò i nemici sul tenere di Nuvolento, e si spinse di 
tutta furia sopra di quelli, i quali risposero con molta 
valorìa. Stettero lungo tratto indecise le sorti: anzi i 
capitani Luzzago e Biemmi si sostennero così fortemente 
che le fanterie de' Valvassori e degli Àrimanni già già 
cominciavano a dar le spalle (2); quando i capitani 
Gambara e Martinengo colle cavallerie di riserva as- 
salirono que' cinquemila, l'uno al destro, l'altro al si- 
nistro fianco, e fra non molto li ruppero. Rinfrancate 
le fanterie a quella vista ripresero ordine e lena; talché 
Luzzago e Biemmi, dopo avere perduto circa trequarti 

(1) Millebat Harimannus quìnque mililum mi Ili a brissiano* 
rum partem, et parlem extraneorum 3 ductoribus Luciago de 
Manerbio et Bonfadus de Bilemmio , post quorum adventum 
deliberaverunt Domofollus, et Raterius generali confligerc cori* 
fiictu. Brev. Ree. pag. 40. 

(1) Peditatus contro, ad incipiendam fugam proximus fuiL 
Brev. Ree. pag, 4o. 



fi 2 LIBRO QUATTORDICESIMO 

mmmmmmfo* suol, non poterono condurne al campo del console 
Dopo Cazzago, che soli 1200 (1). 

a'nno* § 2 ^. Un lungo miglio in distanza dall' accampamento 

no5. dei Bresciani era allora un villaggio, che dietro la fre- 
quente costumanza di que' tempi, era costrutto di ta- 
vole di legno e coperto di paglie. Erano acquartierati 
in quel villaggio i capitani console Ballio e canonico 
Sala con quattro mila soldati, fra i quali i due mila 
prodi che eransi valorosamente salvati dalla sopra an- 
nunziata sorpresa di Castenedolo (2), il quale corpo 
d'armati era destinato a difendere le vettovaglie che 
da Brescia spediva usi al campo. Don Ardiccio fissò di 
mettere quel villaggio a fiamme, e di bruciarvi dentro 
quanti vi albergavano; ma 1' accortissimo prete volle 
innanzi avere una esatta descrizione topografica di quei 
caseggiati, una delineazione delle strade che a quello 
couducevano, e de' trincieramenti che si fossero ivi ul- 
timamente costrutti; per questo, fingendo chiedere pace, ' 
spedì alcuni messaggi al console Ballio, perchè ne aves- 
sero a proporre le condizioni, e mandò con quelli al- 
cuui ufficiali sperimentati travestiti da servitori; i quali 
fingendo passeggiare per diporto intorno al villaggio, 
avessero a deliueare la possibile descrizione di quel 
circondario. Passati alcuni giorni e non riuscite per* 
artifizio di que' messaggeri le trattative, accompagnati 
quelli dai finti servitori tornarono al proprio campo. 
Don Ardiccio istrutto per quella maniera 1 i quanto 
desiderava, tre ore dopo iucominciata la notte seguente, 
notte suboscura, perchè traspariva appena fra i nuvoli 



(1) Vix quartam pattern cum duobus cìuctoribus pcrfugere 
potili sse. Brev. Ree. png, 4.0. 

C 2 ) Veggasi addietro il § t£ di questo libro presso la fine. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 63 

un languido raggio di adombrata luna, e contristata — m ^~^- 
dal soffio rumoreggiante di un vento impetuoso, dopo j?°P,° 
avere spediti i capitani Martinengo e Brusiti ad occu- anno 
pare tacitamente le strade, che dal campo de' Bresciani ll °5* 
mettevano a quel villaggio, egli, con tre mila fanti 
provveduti non solo di armi, ma ancora dei combusti- 
bili necessari per un incendio, mosse a quel villaggio; 
lo circondò senza che alcuno di que' dormienti avesse 
pure a se n' accorgere, ed approntati per ogni parte e 
pagliuzzi e fasci di legne e catrami, diede a quelli il 
fuoco che, incitato dal vento, spiegò in un istante fiam- 
me terribili, irreparabili. Gli ivi dentro stanziati insieme 
col console Raterio Ballio e col canonico capitano Bru- 
none Sala caddero per la più parte preda dell'incen- 
dio; e que' pochi che ebbero la sorte di scampar dalle 
fiamme, spogli per la necessaria fretta ed inermi, trat- 
tine soli 4 00 5 c ' ìe furono avventurosamente accolti pri- 
gionieri, caddero trucidati dalle soldatesche di don Ar- 
dicelo (i). 

Le scolte del campo de' bresciani, campo capitanato 
dal console Domofollo Cazzalo, videro da lunari le 
fiamme di quel villaggio, e non credendole cagionate 
da una sorpresa de' nemici, ma da un incendio acci- 
dentale, svegliarono i compagni gridando, al fuoco! al 
fuoco! Quelli, lasciata ogni arme appesa agli appicca- 
gnoli del quartiere, e data mano a secchi, a pignatte, 
a pentole e ad altri vasi d' ogni sorta, si avviarono 
di tutta fretta, onde porgere il possibile soccorso a 
quel villaggio; e mentre senza alcun sospetto procede- 



(i) Quadringenlis circi ter capti s, omnibus alìis usqiic ad unum 
aut ferro aul igne consumptis, inter c/uos ipse Raterius, et Me 
strenuus cluctor Bruno, lirev. Ree. pag. 42. 



64 LIBRO QUATTORDICESIMO 

^ *""*"" vano il corso, incapparono inavvedutamente nelle sqtia* 
Dopo J re condotte dal Martinengo e dal Brusati, che die- 
aono dero loro furiósamente addosso e ne fecero strage; e 
* 10 5. quelli che, gettati i secchi e le pentole, ebbero la 
ventura di potersi salvare tornando rapidamente al 
campo, vi portarono tanto spavento, che poco mancò 
non tutto T esercito del Cazzago si sbandasse inorri- 
dito (i). Lieti i capitani de' Valvassori della felice riu- 
scita di quella sorpresa, concesse ai soldati le poche 
spoglie di quel caseggiato che si avevano potuto salvare 
dalle fiamme, li ricondussero contenti e festeggiane ai 
campo. 

La piccola chiesa, la quale era dedicata alla bea- 
ta Vergine, sola salvossi intatta dall' inceudio di quei 
fabbricati; e siccome costuma sovente il fanatismo delle 
pie genti, al quale sembra vedere i portenti anco nelle 
ecclissi degli astri e nelle segizie lunari, predicassi da 
molti essere quello un gran miracolo, e dato a quella 
chiesuola il nome di Madonna del fuoco andavasi 
dicendo che: V immagine della santissima Vergine che 
in quella si venerava, era l'immagine della protettrice 
degli inceudii. Continuarono poscia per settantotto anni 
i devoti a concorrervi a processioni, portandovi voti, 
limosine, e supplicando protezione dal fuoco; quando 
il dì 4 agosto li 7 3 venne casualmente quella piccola 
chiesa incenerita. Bastarono quelle fiamme a spegnere 



(i) Guaite castroritm quum fiammam conspexissent, alios 
excitaverunt, et omnes fottuitum inccndium putantes, cum aqua 
s'ine armis currentes in ostes incidebant, a quibus multi in* 
terfecli, ceteri fugìentet retro tantum terrorem inierut, ut 
nihil abfuit, quia omnes in precipiti fuga abirenL Brev. Ree. 
pag. 4i. 



LIBRO QUATTORDICESIMO fi5 

la popolare superstizione, uè la chiesa della Madonna SH5H9! 
del fuoco fu mai più dopo in quella situazione rifab- Dopo 
bricata (i). a ^ no " 

§ 24. Don Ardiccio sempre facondo di nuovi prò* »o5. 
getti per trappolar Y inimico , il dì che seguitava la 
notte di quell' incendio persuase a due soldati, dei 
quali ben conosceva l'accorgimento e la franchezza, di 
fingersi disertori, di passare all'accampamento del con- 
sole Cazzago, e dopo alcune maliziosissime frottole 
delle quali gli aveva bellamente indettati, insegnò loro 
di raccontare che don Ardiccio aveva ordinato alla 
metà dell' esercito di seguitarlo all' indomani fino a 
santa Eufemia, onde, fortificandosi in quel paese, in- 
terrompere al campo de' Bresciani le necessarie comu- 
nicazioni colla città. Cazzago che per i disastri sofferti, 
1' uno peggiore dell' altro, era già sbalordito e sospi- 
rava un motivo plausibile di ritirarsi con gli avanzi 
delle sue squadre in Brescia, data prontissima fede alle 
menzogne di que' finti disertori, ordinò a' suoi di te- 
nersi approntati per levare il campo allo spuntare del- 
l' aurora seguente, e per seguitarlo in beli' ordine sino 
alla città. Quella mossa del campo del console Cazzago 
si eseguì, e la era sospintissima da don Ardiccio; per- 
chè quell'accortissimo prete sapeva, che partendo Caz- 



(1) Sola ecclesia illius ville, que Mairi Dei dedicata erat 9 
incolumis ex ornili damno evasi t, gitoci abitum fuit in grandi 
miraculo; ex quo illa Eccla vocata fuit: Eccia Matris Dei 
de igne. Post hunc casum in magna fuit exiimalione, ex om» 
nibus locis populo concurrente; que isto tempore, (Ecco quando 
ha scritto quei cronista ) et eodem die quo Eaimundus Epi* 
scopus vita functus est. (Quel vescovo mancò di vita il dì 4 
agosto 11 73: veggasi Gradenigo, Brix. Sac. pag. 111) Igne 
fortuito combusta est, nec amplius reedificataBr. Ree/?. 42. 

Yol. III. 5 



66 LIBRO QUATTORDICESIMO 

sa ^^= zago dagli accampamenti e movendo a Brescia, era 
^°P? necessitato a passare per alarne stradelle anguste, tor- 
auno tuose, rotte, dove sarebbe stato costretto a difilare scom- 
U°3» postamente le schiere, e ad esporle per conseguenza ad 
un facile sbandamento. Don Ardicelo, che ridondava 
d' oro e che sapeva mercarsi buone spie, ebbe da 
quelle avviso degli ordini emessi dal capitano nemico, 
e lunghe ore innanzi giorno, destati i suoi, senza met- 
tere rumore alcuno, li condusse ad appiattarsi ne' campi 
vicini a quelle ardue viuzze; e quaudo si accorse che 
le milizie del Gazzago erano distese in lunghe e scom- 
poste file, si spinse a quelle addosso di tutta furia, 
attaccandole all' improvviso all' uno ed all'altro fianco; 
uè potendo aver quelle luogo, tempo o modo di poter 
fronteggiare, furono sbaragliate in un istante. Moltissi- 
mi di que' soldati gettarono le armi, supplicarono ed 
ottennero quartiere; molt' altri caddero morti o feriti: 
e la sarebbesi fatta per tutti, se una dirottissima piog- 
gia, tale che pareva un novello diluvio, non avesse 
costretto don Ardiccio ed i capitani Gambara, Marti- 
nengo e Brusati a richiamare i suoi, a desistere dal- 
l' inseguire gli sbandati (i) ed a cercare frettolosamente 
ricovero. Cazzago e gli avanzi de' suoi, spauriti più 
assai dall'improvviso assalto degli inimici, che non 
dalle cateratte aperte del cielo, non perdettero tempo, 



(1) Domo follo necesse erat quasdam pertransire stratas ar* 
duas, tuplas, et montuosas, hubi solvere ordinantìam habebaU 
Tempus expectavit Ardicius, quo ostes ili a angusta loca in~ 
gressi esserti; tum militibus jussit super ostes cursu irruere, qui 
statim per omnos partes in precìpiti se disperserunt fuga: set 
pauci fugere potuissent, nisi ilio momento pluvia cum summa 
vchemtntia supcrvenizset, que vieto res insequi fugientes coki* 
IruisseL Brev. Ree. pag. $'2. 



LIBRO QUATTORDICESIMO 67 

ed a bande scomposte, fiacchi, bagnati, trepidanti, se- - 
guitarouo la precipitosa fuga, e giuuti finalmente in ^°P° 
Brescia, tutta tutta riempirono la misera città di terrore. aljn ó 
§ 25. Dopo quel fatto quasi ogni paese del territorio si I1U ^» 
diede spontaneamente ai vincitori. Gli Àrimanni tornarono 
solleciti alle famiglie loro, ed ogni Valvassore, chi per 
una via, chi per Y altra andò a riprendere il possesso 
di quelle giurisdizioni feudali, dalle quali era stato 
dal cardinale vescovo Arimanuo espulso. Solo Ubertino 
Oriani, che in nome del prelato comandava la guarnigione 
del castello di Bagnolo, e che aveva avuto di fresco 
nuovi rinforzi, negò di cedere. Trapassarono quattro 
e più mesi, essendo le cose bresciane in tale stato, cioè dalle 
prime settimane di agosto sin quasi a tutto dicembre , 
quando don Ardicelo ed il conte Alghisio desiderosi di 
mandar tutto a fine, quantunque fosse sopraggiunto il 
verno, raccolsero nuovamente un buon corpo di solda- 
tesche, e le accamparono in Calcinato. Celebrate in 
quel paese le feste del santo Natale, sui primi albori 
del di 29 dicembre levarono il campo, e verso Bagnolo 
si addirizzarono. Erano giunti a mezzo la campagna di 
Montechiaro, e quantunque il fosse fuor di stagione, 
videro levarsi di ponente stormi immensi di nugolimegri 
e spaventosi, che in breve tratto coprirono tutto il cielo, 
né quasi più si vedeva se non per lo spesso lampeggiar 
delle folgori e delle saette; sospingevansi mugghiando 
T un contro V altro i venti, e lo scroscio ed il fragore 
incessante de' tuoni rimbombava orrendamente. I due 
capitaui fecero sollecitare alle schiere il passo quanto il 
più lo potevano: ma giunti appena dove la campagna 
di Montechiaro confina a libeccio con quella di Ghedi, 
la pioggia e la tempesta ruppero così dirotte, e con tanto 
impeto, che fu costretto ognuno a stringere con ambe le 



68 LIBRO QUATTORDICESIMO 

- ""^ numi; ed a spiegare in alto lo scudo onde avere da un 
Du}h> { au ( rovinio il possibile schermo (i). Ceduto finalmente il 
tono temporale, chi qua chi là si disperse, oud'essere nelle case 
iio3. ^ e j p r0 ssimi paesi rasciugato, scaldato, refocillato. E come 
fosse ciascheduno eertissimo, che per quel temporalaccio 
avesse parlato il cielo, non volle più alcuno muovere 
contro Bagnolo. Pochi giorni dopo però il comandante 
di Bagnolo Ubertino Oriani fu massacrato da' suoi fa- 
migliari: quella guarnigione allora cedette spontanea- 
mente quel castello a don Ardiccio; ed egli restituillo 
tantosto al primiero suo Valvassore (2). 

Matteo Rodeugo per commissione del cardinale vescovo 
aveva raccolti in alcune province vicine mille e cinquecen- 
to soldati ed ospitava con quelli in Orzi-vecchi, i tetti d*el 
qual paese erano allora coperti di carici di paglie, quali 
si veggono ancora in alcuni paesi del vicino Tirolo. Ivi 
trattenevasi il Rodengo ©nde aspettare Aricio Sanger- 
vasi, che pei eguale commissione era mosso a raccoglierne 
altrettanti in altre province, affine di unirsi con esso lui, 
ed insieme condurre con maggior sicurezza quel soccorso 
a Brescia. Pagano Martiuengo e Richerio Poncarali, 
ambidue Valvassori ardentissimi, usando la possibile solle- 



(1) Quum in mediani campaneam de Montiscìaro pervenissent 
ab occidente surgere orribilem tempestatem conspexerunt, et 
cum ingenti romore centra eos procedere , et ve luti facta nocte»,. 
Tandem pluvia grandine mixta cum magna violentia effusa 
est, quam ipsi eum tavolaciis super testas acceperunt . . . Post 
finem tempestatis per proximas casus dispersi sunt ad refo- 
cillandum animum et corpus: nec aliud de Bagnolo sentire 
voluerunt* Brev. Ree. pag. fó. 

(1) Post paucos dies Ubertinus a suis casaticis interfeclus 
futi, et Castellimi Ardicio traditimi, et ab eo suo Valvassori. 
Brev. Ree. pag. 43. 



LIBRO QUATTORDICESIMO frg 

cita dine e secretezza, l'ultimo giorno dell'anno no5, 2255HS 
radunarono nelle boscaglie che costeggiano l'OHio presso J? *?, 
Kudiano un valido corpo di genti armate, e provvedute di anno 
quanto è d'uopo per un subitaneo incendip. Sul far della 11C °" 
sera le posero in marcia costeggiando il fiume, o, come 
scrisse l'anonimo cronista, in quel fiume le imbarcarono, 
e scendendo lungo la corrente le posero a terra presso 
Bigolio, di là fra i taciti silenzi della notte le condussero 
ad Orzi-vecchi, senza che alcuno di quegli addormentati 
se n' accorgesse, ed acceso il fuoco alle case mandarono 
a fiamma tutto il paese. L'antico cronista non ha scritto 
pur motto sopra l' inevitabile infortunio che andarono 
allora a sofferire i molti abitanti di quel paese: sia però 
quello raccomandato alla nostra immaginazione; racconta 
solamente che i mille cinquecento arruolati da Matteo 
Rodengo, per quell 5 incendio andarono quasi tutti mi- 
seramente perduti (i). 

Così andavano a que'tempi le cose: le ambizioni e le 
ire de'potenti, la cupidigia di soggiogare, e l'ansia di 
indipendenza mandavano a morte uomini vigorosi, e spo- 
gliavano di utili braccia le campagne, le officine, la pa- 
tria; mettevano a soqquadro ogni paese, incendiavano 
le case, ed in quelle i proprietari e gli ospiti, e la 

»» guerra 

n Glie nel sangue s' abbevera, e gavazza 
« E sol del nome fa tremar la terra (p.) 

imbaldanziva fremente per ogni angolo della provincia, 
ed impinguava le glebe di macerie e di sangue. 

(i) Inde in terram ingressi, nullo scntiente, nec resistente 
casis pale a coopertis ignem injecerunt, hubi prope ornnes cori* 
siimpti sunt. Brev. Ree. pag. 49. 

(1) Monti, Baswill. Cant. 2. ^ 






LIBRO QUINDICESIMO 



i. JUi 



§ i. J^Ja terribile rotta data per V incendio di Or-5"»^!^ 
zivecchi da Pagano Martinengo e da Richerio Ponca- Dopo 

e (~* 

rali alle soldatesche arruolate fuor di provincia da " ' 
Matteo Rodengo finì di abbattere I' animo pur troppo noti. 
concusso dei cittadini; ma nulla valse a scuotere la fu- 
nesta ambizione del cardinale vescovo Arimanno. Don 
Ardiccio non lasciò scapparsi di mano quell' occasione, 
oude tentare un termine a tante agitazioni, a tanti disa- 
stri; e, dietro consentimento degli altri suoi ufficiali, spe- 
dì a Brescia ambasciatori di pace Arduico abate del 
monastero di Leno, Giovanni abate di quello di s.ta Eufe- 
mia, Alberico Gambara fratello del conte Alghisio e Ri* 
cherio Poncarali, commettendo loro di proporre la pace 
dietro queste due sole condizioni: l'una, che monsignor 
vescovo dovesse prestar giuramento di non più turbare 
la tranquillità e le giurisdizioni dei Valvassori; Paltra, 
che le autorità pubbliche concedessero agli Arimanni 
piena uguaglianza di sommissioni e di dferitti a quanto 



7 % LIBRO QUINDICESIMO 

- godevano gli altri abitanti la provincia. Pensava doi? 
Dopo Ardicelo che il primo di que' patti fosse una conseguenza 
anno necessaria delle concessioni fatte ai Valvassori dai ves- 
iioò. C0V J <]i Brescia precessori di Arimanno, ed il secondo 
un dettato del diritto naturale delle genti. Ma il car- 
dinale vescovo, nulla scosso dalle sofferte funestissime 
vicende, ubbriaco de' suoi principila sforzato pur tutta- 
via a discendere a qualche malizia per non irritare il 
popolo, finse di sospirare egli ancora la pace, e di essere 
pronto ad accettarla dietro qualunque condizione (i). 
Il vescovo Arimanno però affinchè avesse a continuarsi 
la guerra, dietro secreta intelligenza con alcuni suoi 
fidati, accolse gli ambasciatori di don Àrdiccio nel con- 
siglio credenziale, il quale era tutto composto di suoi 
fautori. Dopo di avere egli in quello ascoltate le pro- 
posizioni dai messaggieri dei Valvassori esposte, data loro 
speranza di una prossima racconcigliazione, gli rimandò 
al destinato ospizio, poi sciolto il freno alle menzogne, 
dietro secreta intelligenza con molti fra i medesimi con- 
siglieri, per mezzo di alcuni suoi confidenti fece spar- 
gere per la città che i messaggi de' Valvassori avevano 
ardito proporre la pace dietro condizioni, le quali, se 



{i) Ardici us pacem et fìnem belli loto corde querens ..... 
Brissiam misit Harduìcum Ab» de Leno, Joannem Ab* de S. Eu- 
femia, Albricum de Gambara fratrem Alghisii, et Richeriwn 
de Pontecarali ad pacem propone ndant, cum islis solis duobus 
conditionibus: ut Harimannus promitteret V alvassoribus se non 
amplius inquietare in suis Beneficiis; et ut Comunitas Brissie 
Arimannibus eadem Valvassorum privilegia concederei, At ve* 
ro Harimannus ejusque fautores .... pacem omni ingenio suo 
fugiebant : curabant tamen ut de tali ingenio suo apud popu- 
lum nihil apparerei, qui . .. . clamitabat quod quocumque mo- 
do pax fieret. Drev. Ree. pag. 44* 



LIBRO QUINDICFSIMO '/3 

li avessero a concedere, sarebbe Brescia assogettata ad — 



uua funestissima tirannìa, e che solo per questo i nunzii ^t° 
medesimi meritavano di essere lapidati (i). ai.no 

Stavano ancora ai loro ostelli aspettando que' mes- Ilof:> - 
saggeri la risposta, quando giunsero in Brescia alcuni 
delegati da Milano avviati a proporre una confedera- 
zione fra le due città: e dissero che i Milanesi erauo 
prontissimi a prestare ai Bresciani ogni possibile soccorso 
nelle presenti loro circostanze; purché essi ancora aves- 
sero a promettere con giuramento di corrispondere eguaU 
mente, caso che i Milanesi fossero costretti a combattere 
contro ai Valvassori ed agli Arimanni loro. La proposta 
di que' signori rinfrancò Y animo pur troppo abbattuto 
dei cittadini bresciani; ed il cardinale vescovo Ariman^ 
no, colta quell' occasione, radunò il consiglio generale, 
al quale invece di presentare le proposizioni esposte nel 
consiglio della credenza dai messaggi di don Ardiccio 
e dagli altri capitani de'Valvassori, significonue altre 
pienamente da lui inventate, per le quali fingeva che i 
Valvassori domandassero primo: che fosse egli deposto 
dalla cattedra vescovile, ed a lui surrogato don Ar- 
diccio; secondo, che il conte Alberto Martinengo ed 
Oprando Brusati avessero ad essere consoli di Brescia 
vita loro durante, e sciolti da ogni rendiconto al co- 
mune dell' amministrazione del pubblico erario; terzo, 
che debbano essere dannati a perpetuo esilio Paterno 
Scovoli, Vernegallo Torroceni, Giovannino Rodenghi 
Ghirardo Pesacarini, Guafarello Coruelliani e GuascognQ 
Cazzago; ed a quelle aggiunse altre pretese egualmente 



(i) Arimanno, *«m per wissos suo* in populo divulgare Je« 
city quod UH Ambaxatorcs tales indigni tate 4 postulabant, ut 
lapidari mercrcnlur. Brev. Ree. pag. 44. 



7 4 LIBRO QUINDICESIMO 

— — ■ False ed irritanti l'animo dei cittadiui: per la qual cosa 
Dopo p er vo ti comuni fu dal consiglio generale dichiarata la 
anno' continuazione della guerra (i). 

noti. § 2. Persuaso il vescovo Àrimanno che la splendi- 
dezza degli addobbi militari valga ad ingagliardire 
l'animo dell' addobbato, e ad invilire quello degli av- 
versari, fece adornare le divise de' suoi soldati con 
cintole e liste di metalli preziosi; fece indorare la parte 
centrale di ogni scudo, e tergere d' argento il rimanente; 
fece tingere d'oro la bassa circonferenza degli elmi, e 
d'argento la superiore; e per aggiugnere alla statura 
naturale di ogni soldato un'apparente maggiore altezza, 
fece apporre sugli elmi alti pennacchi, riccamente quelli 
ancora sprizzati d'argento e d'oro; ed a somiglianza 
di quanto Eriberto arcivescovo di Milano aveva operato 
innanzi di lui, primo di tutti in questa provincia, fece 
costruire il carroccio (2). 

Era il carroccio bresciano un lungo, largo e pesan- 
tissimo carro costrutto in due ordini, l'uno superiore 
all'altro; in mezzo a quello era rizzata una lunga an- 
tenna doviziosamente abbigliata ed assicurata per ogni 

(1) Harimannus congregami Consilium generale: nubi pa* 
ginam legit, quam ipse condiderat, prò illa ab Ardicio ei 
missa, in qua illa continebantur pacla ab ipso disseminari fa» 
età, et alia indi gaio ra addidit, populo contra singula clami' 
tante cum stimma indignatione. Quum ipse petwisset quid eis 
respondere piacerei'- omnes una voce clamaverunt: nihil, et 
bellum facere. Brev. Ree. pag. 45, 

(1) Dimidium fecit celatarum et tavolacciorum inaurare, 
et aìterum dimidium inargentare : ita vestimenta militum or* 
navit listis climidio inauratis, et dimidio inargentatisi et om" 
nibus dedit pennacchia dipicta, et similiter inaurata aut inar- 
gentata cum mirabili pompa auri et argenti. Ultimo costruere 
fecit Carozolum, quod in ade ducer etur. Brev. Ree. pag. 45. 



LIBRO QUINDICESIMO 7 5 

lato con funi pendenti dalla cima e fermate ad anella r±r~nz: 
esternamente confitte ne' quattro angoli del grado in- ^T 
feriore del carro medesimo. Sul sommo dell' antenna ./ rm(> * 
sporgevasi sopra di un'asta ben luuga una brillantis- uo(5. 
sima croce, e sotto di quella agitavasi al vento uno 
stendardo foggiato coli' armi della città. Sopra al grado 
superiore, che pareva formasse un terzo ordine di quella 
mobile macchina, erano costrutti per ogni intorno dei 
merli, dietro ai quali stavano approntati esperti arcieri* 
e poiché il carroccio bresciano non aveva campana, 
siccome vedevasi su quelli di altre vicine città, in mezzo 
a quegli arcieri sedevano molti suonatori di flauti, di 
pifferi, di trombe e d'altri strumenti da fiato, perchè 
avessero con più dolci e più variabili maniere a sup- 
plire all' anti-melcdico clangore del bronzo. Sul grado 
inferiore del carroccio erano alla parte di dietro fer- 
mate alcune casse piene di fila, di fascie, di pannilini, 
di unguenti e di quauto potessero bisognare i feriti; 
ad ambi i Iati erano disposti i sedili pei sacerdoti, i 
medici e gli ufficiali custodi del carroccio, ed alla parte 
anteriore era eretto un altare, sopra al quale celebra* 
vansi in campo i §anti sacrificii, e da dove pregavansi 
le benedizioni del cielo sopra 1' esercito. 

11 carroccio di questa provincia era tirato da otto 
cavalli coperti di maglie d' acciaio guidati da quattro 
cocchieri, i quali solevano cingere sopra le corazze vesti 
bizzarre (i). A somiglianza di quanto usarono un tempo 

(i) Ottavio Rossi, Stor. Bresc. mss. a cart. 106; e l'antico 
Statuto Bresc. mss. ove tratta Ve apparecchiamento et regime 
Carrocci pag. 66, hanno descritto il Carroccio bresciano,^ le 
maniere onde usavasi iu campo. Sopra taje oggetto però basti 
leggere la nota i3 al cap. i dell' opera di Zamboni sopra le 
pubbliche fabbriche di Brescia. 



/ 



7 6 LIBRO QUINDICESIMO 

'■ ■ ^"" gli Israeliti con l'arca famosa delle propiziazioni, con* 
Dopo ducevasi il carroccio nel campo della battaglia, dove 

/ ^ p lo 7 

anno era sempre circondato da una valida mano di prodi. 

1106. A. quello accorrevano si trasportavano i feriti; a quello 
i soverchiati dall' impeto de' nemici ; e la perdita del 
carroccio era considerata piena sconfitta. 

L'uso di quella macchina militare non ha perdurato 
che circa due secoli, erasi però diffuso di maniera, che 
ogni città di Lombardia aveva il suo carroccio parti- 
colare. In questa provincia gli stessi abati di Leno lo 
ebbero, ed in tempo di pace lo tenevano riposto e ben 
guardato dentro una gran sala del loro castello di 
Gottoleugo, dove per ordinario tenevano ancora acquar- 
tierata la più parte delle milizie loro. Ed il carroccio 
de' Bresciani, mentre trapassavano tempi di quiete, era 
raccomandato alla vigilanza de' canonici della cattedrale; 
ed è dubbio, se fosse propriamente custodito dentro i 
recinti del tempio antico di s. Pietro in duomo, ov- 
vero sotto al portico od in qualche altro fabbricato 
adiacente al tempio medesimo. 

§ 3. Il cardinale vescovo Arimanno, onde supplire a 
quelle enormi spese, era stato costretto ad aggravare 
il popolo con ripetute e gravosissime imposizioni, la 
qual cosa aveva diffuso una generale tiepidezza ancora 
tra i suoi; ma quello scaltro seppe riavvivare l'ardore 
degli animi intiepiditi, fingendo scrupoli di religione. 
Fece egli per mezzo di alcuni secreti suoi confidenti 
denunziare don Ardicelo, i conti Gambara e Martin^ngo 
ed Oprando Scovoli, skeome infetti della eresia de' Pa- 
tereni, cioè appartenenti a quella setta de' manichei che 
era allora in Brescia non leggermente diffusa; ed isti- 
tuito contro di quelli uu processo, nel quale non furono 
esaminati che testimoni di venduta fede, ad onta delle 



LIBRO QUINDICESIMO 77 

ripetute proteste dei processati, i quali professavano cU^^^ 
essere fedeli cattolici, e giuravano di credere fermamente t! P o 
quauto propone la chiesa, senza pure chiamarli dietro anno 
un salvocoudotto alle difese, giovandosi della autorità lloiJ * 
di legato apostolico iu Lombardia, della quale era in- 
vestito da già più anni, fulminò contro il prete Ar- 
diccio degli Aimi, i conti Alberto Martiuengo ed AU 
ghisio Gambara, il nobile Oprando Scovoli e moli' altri 
loro aderenti, le più tremende fra le ecclesiastiche cen- 
sure; e dopo avere data la facoltà a chiunque di ap- 
propriarsi i beni loro, levato lo sfogatoio delle indul- 
genze, promise in nome di Dio generale perdono di 
qualunque peccato a chiunque si armasse a combatterli, 
e tentasse di que' condannati la distruzione (1). Ripugna 
l'animo alla ricordanza di cosi enormi scelleraggini; ma 
quelle ancora si debbono dire, perchè ognuno conosca 
a quali eccessi adduca l' immoderata ambizione. 

Il falso spirito di religione, e la speranza dei pro- 
messi spirituali tesori ringagliardì l'animo dei Bresciani, 
di troppo per lo innanzi avvilito; e lo scandaloso abuso 



(1) Àt populus propter continuas gravo sissimas dationes , 
quum tepidus factus essrt, Harimannus ut illuni de novo ac- 
cenderei hanc gueram facere cogitavit gueram religioni s 9 et 
Dei. Jussit itaque quod fiprett processus contra Ardicium, 
Algh. Co. Albert, et Oprandum, et alios Valvassores proce* 
res, ut credentes essent herelicorum, et talis improba imputatio 
sui, 9 testibus probaia fuit; et, licei illi de sua innocentia un- 
di que profìterentur, et se fide Ics Jesu Cristi , et Apostolice 
Ecclesie, tamen Harimannus, ut Legatus Apostolice sedis ìllos 
sententiavit credentes esse herelicorum, et ostes Apostolice. 
Ecclesie, dirnissa cuicunque facultate bona eorum diripere, 
et eos in servilutem redigere. Redemptione peccatorum omnibus 
concessa, qui arma caperent ad destructionem eorum. Brev. 
Ree. pag. 46. 



7 8 LIBRO QUINDICESIMO 

della potestà ecclesiastica contro di quegli innocenti ira» 
Dopo putati, attizzò tutti i loro aderenti contro di quel ve- 
anno scovo, cardinale e legato apostolico ferocemente. Fecero 
noli, quelli appendere per ogni dove pubblici manifesti, pei 
quali assicuravano, che le accuse date loro non erano 
che aperte calunnie, che i testimoni esaminati non erano 
che spergiuri, che la sentenza era un infamia di chi 
avevala pronunziata, e chiudevano giurando di essere 
pronti a spargere per la santa fede e per l'onore della 
santa chiesa cattolica fin l'ultimo sangue: indi appel- 
larono la sentenza del cardinale vescovo e legato apo- 
stolico Àrimanuo all' immediata autorità del sommo 
pontefice o di Gesù Cristo medesimo (i). 

§ 4- Sul tenere di Fiumicello, non molto lungi dalla 
porta occidentale di Brescia, eravi allora un grandioso 
tempio dedicato a s.ta Maria delle Rose. Il vescovo Àri- 
manuo, accostumato a procurarsi per mezzo di pii fin- 
gimenti gli animi del popolo, il dì 21 aprile 1106 
fece in quella chiesa celebrare una solenne funzione , 
destinata ad implorare dalla SS. Vergine proteggimento 
al suo esercito. E mentre erasi per dare in quella co- 
minciamento ai sacri misteri , e le folte delle genti e 
dentro e fuori affastellate riboccavano, tutto ad un 
tratto rovesciaronsi esteriormente le mura della chiesa, 
e cadutane con iscroscio terribile la volta, gli affoltati 
dentro e fuori furono ad un tratto colpiti dal fuuestis- 

(1) Manifestano ne s ab eìs per omnia loca facta fuerunt, 
in quibus se millies mori prò fide sancta Dei, prò onore et 
incremento Sposto lice Ecclesie declamaverunt se esse pa~ 
ratos; et responso dato de cahimnia quarumlibet accusa- 
tionum, et post multa gravia dieta contra Harimannum, ejus 
apelìaverunt sentcntiam ante Sposto licum, et ante Jesum Chri* 
stum. Brev. Ree. pag. 46. 



LIBRO QUINDICESIMO 79 

slmo rovinamento, e morti per la più parte, fiaccati y**T? 
o semivivi sepolti. L' anonimo cronista di que' tempi £J°P° 
lasciò scritto che furono più di sette mila i perduti per a n n o 
quel terribile caso (1). Accorsi a quello strepito ru- lI0 ^ # 
morosissimo moltissimi; di tutta fretta levaronsi quei 
rottami: chi scopriva sepolto sotto a que' ruderi il padre 
la madre^ chi la sorella o la sposa, chi il congiunto 
l'amico spirante appena od estinto; ed a quella vista, 
emettendo dirottissime lagrime, esclamavano ad una voce 
essere quello sterminio la parola dell'Altissimo, che 
gridava maledizioni alla guerra dei Bresciani contro ai 
Valvassori ed ai loro consorti. Sbalordito il cardinale 
Arimanno da quel tremendo avvenimento e da quelle 
furenti esclamazioni, mordevasi le labbra e le dita, 
pentito di non avere accettata la pace, che gli avevano 
gli inimici proposta (2). 

§ 5. Guglielmo da Edolo aveva in que' frattempi 
raccolto circa quattro mila soldati ben agguerriti, e 
scendeva allora dalla Vallecamonica, onde condurli in 
soccorso degli abbattuti cittadini di Brescia; e Radifi- 
cauo Scovoli, fratello del valoroso Paterno, qual altro 



(1) Ordìnatus f aerai ab Harimanrio, ut in Ecclesia s. Bla» 
rie de Rosis die sexta exeunte Aprili maxima solemnifas prò 
conseguendo Dei patrocinio in hac guera celebraretur* Ilio 
tempore quo innumerabili multitudine illa Ecclesia referta 
erat, improvviso dirupit , et cecidit cum orribili ruina s et cum 
morte et damno supra septem millibus» Universus populus ut 
ultimo eccidio debellatus fui s set in desptraiione venit, et eia' 
milavit hanc gueram contra ìpsam voluntatem Dei manifeste 
esse, et fieri cum Dei ira et furore, Brev. Ree. pag. £6. 

(i) Harimannus tanta confusione repletus fuit, ut nane pe* 
niteret pacem se non acceplasse ab Ardicio oblatam. Brev. 
Ree. pag. 47. 



anno 
y 106. 



80 LIBRO QUINDICESIMO 

— --'— Pietro eremita, gridando la crociata in Valtenese cou- 
^°P° tro i supposti eretici Valvassori ed Arimauni, aveva 
scaldato l'animo a quelle pie genti di tale maniera , 
che da Raffa sino a Peschiera, per ogni paese costeg- 
giatile il Benaco, avevano prese le armi quasi quanti 
potevano brandirle, lusingandosi di guadagnare palme 
celesti, morendo martiri in quella guerra. Tanto ha forza 
di sedurre la fìnta pietà! E la radunanza generale di 
que' circa dieci mila fanatici, che sospinti insieme e 
dalle artifiziose arringhe di Radificano Scovoli e dalle 
adulterate idee di religione e forse più. assai dal soffio 
funesto dei venti che scendono dal monte Baldo, tene- 
vasi ordinariameute in Padenghe (1). 

Mentre don Àrdiccio stava consultando con i suoi le 
maniere di sperdere le schiere condotte da Guglielmo 
e da Radificano* innanzi che avessero ad unirsi alle 
altre dei Bresciani, giunse al suo campo il generale 
della lega dei Valvassori lombardi Àlghisio Gambara, 
per domandare a don Àrdiccio altre somme che gli 
abbisognavano per supplire ai nuovi arruolamenti che 
egli in que ? giorni andava facendo. Intese che ebbe quei 



(1) Veniebat e partibus Vallis Caumunie Gulielmus de He- 
clulo cum quatuor millibus strenuis bellatorum, et ad civitatem 
condurebat. Eodem tempore Radijicanus frater Paterni de 
Scovolo, in Scovolo, qui sue patrie locus erat, maximam suble- 
vatinnem excitaverat ; que per omnes transierat curtes et ca- 
stella in circuitila et pervenerat usque ad Jlumen Manciade 
( il Mincio ) cum tanto ardore de dlis Cortisianis, ut omnes 
usque ad unum arma caperent, et cum tali spe, ut si mortem 
obirent, statim ut martires ad celum irent. Hujus multitudinis 
Jiebat coagulatio in curte Patengularum, et juxta famam Jìie- 
runt ad decem millia: qui clamabant vivos se velie comburere 
illos credentes hereticorum cum ioiis suisjhmiliis. Brev. Ree. 
pag. 47. 



' 



LIBRO QUINDICESIMO 81 

conte le mosse di Radificano e di Guglielmo, lasciato*" 15 — — - 
a don Ardiccio il pensiero di attaccare i radunati in F)o P° 
Padenghe, senza frapporre indugio, usci seguitato da anno 
un buon corpo d' armati, ansioso di battagliare i con- I,u ^- 
dotti dallo Scovoli e da quello di Edolo, e senza dar 
suono ad alcuno strumento, onde poter rompere contro 
gli inimici inaspettato, prese la strada che dà Brescia 
conduce ad Iseo, e quattamente avviossi per quella. 
Giuuto ad un luogo detto allora la Ciregia (i) gli scontrò. 
Guglielmo da Edolo, che era un capitano di alta pro- 
dezza , non si lasciò vincere da paura; ma schierati 
tantosto cinquecento de' suoi, parte lancieri e parte ar- 
cieri , perchè avessero a ribattere Y attacco del conte 
Gambara, ed a respingerlo; egli addocchiato sopra di 
un prossimo colle un vecchio castello, al quale, quan- 
tunque fosse diroccata la porta, non mancavano validi 
ripari e carissimi in que' frangenti, in quel castello 
raccolse immantinenti tre mila e cinquecento de' suoi. 
Gli altri cinquecento parte saettieri, parte laucieri 
rattennero intanto per lunghe ore T impeto delle solda- 
tesche del conte Alghisio; ma sopraffatti dal numero , 
come sbaragliati si dispersero. Quel conte allora, so- 
spinto dalT ardentissimo suo temperamento, nulla cu- 
rando la difficoltà dell' impresa che andava ad assu- 
mere, spinse i suoi su pel ripidìo del colle ad assal- 



(i) Ipse (cioè il conte Alghisio) assumpsit pugnata inire cum 
Caumoniis , qui Brissie accedebant .... Dum Caumonii ad 
Ceresiam transibant, Alghisius qui occultimi iter fecerat eos 
improvviso ass alias est. At Gulielmus nil territus, circa quia- 
gentos de piccariis et arcariis ei opposuit, et jussit resistere 
quantum possent. Ipsc cum reliquis scaris , toto cursu abiit 
ad occupandum proximum Castellum in alto positura ^ licet 
totaliter destructum erat. Brev. Ree pag. 47- 

Vol. UI. 6 



8 * LIBRO QUINDICESIMO 

- - •■■• tare il castello, nel quale insieme col maggior corpo 
Dopo d e ' suoi armati si era rifuggito Guglielmo; ma queir ae- 
anuo corto e prode valleriauo in fretta iu fretta lo aveva 
iioo. possibilmente agguerrito: e dove, per esserne diroccata 
la porta, porgeane libero l'ingresso, aveva subitamente 
riparato per mezzo di quello steccato, che poteva con- 
cedere la situazione ed il tempo: steccato però difeso 
da lancieri intrepidi, coperti la testa dall' elmo e dalla 
visiera, il petto dall'usbergo, ed ogni altro membro 
da maglie impenetrabili. 

Il conte Algliisio spingeva innanzi i suoi, e con la 
presenza e cou la voce gli inanimava a debellare quei 
rifuggiti; ma incessante tempesta di frecce scoccate da 
que 5 Camunni li respingeva ; quelli che più arditi ten- 
tarono rompere il vallo della porta, colpiti dalle lance 
dei difensori, calldero l'uno sopra l'altro trafitti o morti, 
e di così disuguale maniera si battagliò lunghe ore. 
Procedendo finalmente presso al tramonto il sole, e 
scorti da Alghisio i suoi grondanti la più parte di 
sangue, e fiacchi dalla fatica e dalla fame, disperando 
vittoria, commise la ritirata. Guglielmo allora veden- 
doli non già scendere, ma strascinarsi giù per l'erta 
floscii, scomposti, zoppicanti, uscito co' suoi dal castello 
gli attaccò alla schiena, ne fece orrenda strage, e non 
forse alcuno sarebbe giunto a salvamento, se mancati 
gli ultimi crepuscoli della sera, non fossero sopraggiunte 
le oscurità notturne a ripararli (i). Dopo tanta sconfitta, 



(i) At Gulielmus ut vidit osfes assaltimi dimittere, cum 
omnibus suìs scaris descendit precipitanter, et momento tem- 
poris stravìt etjiigavit Alghisium et omnes quierant cum eoi 
et si nox non superveniebat, dictumfuit, quod pauci supererò 
potuissent — dictum usque fuit: iptoum Alghisium interasse 
Brev. Ree. pag. 48. 



!' 



LIBRO QUINDICESIMO 83 

non più vedendosi il conte Alghisio perchè fuggito, si 55 — - 
sparse fama ch'egli ancora giaceva fra gli estinti; e Dopo 
Guglielmo, dopo aver dato a'suoi il convenevole ristoro, atìm) 
lieto e baldante della vittoria, mosse a Brescia a con- 1Io( ^ 
fortare l'animo depresso dei cittadini. 

§ 6. Uno scampato da quel conflitto recoune solle- 
citamente a don Ardiccio il tristo annunzio* Quell' ac- 
corto generale gli commise altissima secretezza, affinchè 
i suoi non avessero a perdersi d'animo; e fatto invece 
spargere voce che il conte Gambara aveva sbaragliati 
pienamente i Camunni condotti da quello da Edolo: 
allegrati con quella scaltra menzogua i suoi, e conci- 
tatili ad emulare i creduti trionfi dei loro commilitoni, 
li condusse tantosto contro ai raccolti da Radificano in 
Padenghe. Inorridirono quegli imbelli all'aspetto delle 
schiere nemiche, e già già stavano per isbandarsi, se 
il capitano non avesse fatto loro conoscere, che dando 
subito addosso agli inimici avrebbono avuta facilissima 
vittoria, perchè quelli erauo affaticati dal viaggio e 
bisognosi di ristoro. Rinfrancati que' paurosi da tale 
eccitamento si affilarono, e dietro al capitano si spin- 
sero contro le vanguardie condotte dal conte Alberto 
Martineugo. Don Ardiccio stavasi in quel punto dispo- 
nendo intorno al preso accampamento i convenienti ri- 
pari, quando accortosi di essere attaccati i suoi avam- 
posti, non diede tempo al tempo, ad un tratto si spinse 
contro T inimico con tutte le schiere. Fu quella una 
battaglia di prodi contro vigliacchi. Le schiere di don 
Ardiccio, come sdegnassero di lordarsi le mani di un 
sangue trepidante, senza sfoderare le spade, battevano 
gli scudi sul volto agli avversari, li percuotevano quasi 
fossero femminucce imbelli, strappavano agli alfieri le 
bandiere di mano, e que' fanatici intanto gettavano le 



84 LIBRO QUIKDICESIMO 

armi e supplicavano quartiere (i). Il capitano Radifi- 
Dopo caD0 Scorali fa uno de' primi a cedere Tarmi ed a 
auno darsi prigioniero, viltà imitata tantosto da tutti i 
iioo. suo ; g jj ta ] e maniera don Ardicelo ottenne una vit- 
toria piena ed intemerata di sangue. Seguitando egli 
poscia la grandezza del suo animo, trattò i prigionieri 
con ospitalità generosa: lasciò libero Radificano, dopo 
averlo trattato con onoranze oneste e liete, e per ono- 
ranza di suo fratello il valoroso Paterno, dopo averla 
donato liberalmente ancora di doviziosi regali. Obbligali 
poscia gli altri prigionieri a promettere con giura- 
mento di non più combattere contro i Valvassori, a 
tutti quelli ancora concesse la libertà (2). 

§ 7. In que'giorni Oprando Brusati che con un forte 
distaccamento di veterani ospitava in Bagnolo, dove 
raccoglieva incessantemente altra gioventù, cui nelle 
militari discipline andava indefessamente educando/eb- 
be avviso che Vitale Palazzi, il quale per commissione 
del vescovo aveva arruolato alcune migliaia di genti 
nelle province di Mantova e di Cremona, fosse allora 
per condurle a Brescia, e che il tal giorno alla tal ora 
avrebbe traversato le boscaglie di Roucadelle, che lungo 

(1) Sei non solito more isla pugna facta Juit, volcntes ipsi 
facere plus de captis, quam de mortuis, cum tavolaciis aciem 
ostium dìssip aver unì) traehant signa, inde signi feros: corpora 
corripiebant, et adsuam parlem transferrebant. Br. Ree. pag. 48. 

(2) Denique omnes sublevati quum in confusione essent, 
una vox audiebatur, que dicebat ex una parte arma deponi , 
et ex altera vitam peti* Radijicanus inler primos se dedit 
captum, et idem ab omnibus aliis factum Jidt. Ipse> ut frater 
Paterni, cum omni onore abitus fuit, et dimissus cum largi- 
tale donorum: similiter omnes olii dimissi cum hac sola jurata 
pactione^non ampline arma ferrent contra Valvassore*. Brev. 
Ree. pag. 49, 



LIBRO QUINDICESIMO 84 

il Me! la erano ivi a que' tempi assai più folte cbe non i ^-^— SS 
sono di predente, deliberò di tendere al Palazzi in quelle ^°P° 
situazioni un agguato. Palazzi nulla di ciò sospettando, aDn ^ 
seguitando la strada che da Maclodio conduce a Bre- !*•$• 
scia, introdusse i suoi frammezzo a quelle foltaggiui, 
per dove quella via le attraversava. Quando ad un 
tratto fu e di fronte e ad ambi i fianchi assalito dagli 
agguattati da Oprando, Vitale Palazzi non si sgomentò 
a quell'assalto, e prese francamente a ribattere la forza 
colla forza; già al corno destro ed al manco i suoi ìt 
sostenevano con molto valore; ma percossi violentemente 
alla fronte dalle schiere comandate in persona dallo 
«tesso Oprando, soverchiati dall'impeto, cominciavano 
lentamente a retrocedere, ed erano quasi al punto di 
dare le spalle. Il Palazzi allora ivi si spinse cou lo piò. 
scelto nerbo de'suoi, e dopo lungo spargimento di san- 
gue sbaraglio le milizie del Brusali, e le diede a ra- 
pida fuga. Quel saggio capitano, lunge dal lasciarsi 
ingalluzzar dalla vittoria, e sospettando fors* anco altre 
insidie, non tentò d'inseguirli; ma, affilate strettamente 
le schiere, le condusse a Brescia. I cittadiui al suo ar- 
rivo, come fossero disperse tutte le forze ostili, battendo 
palma a palma, e quasi freneticando, tripudiarono di 
allegrezza (i). 



(i) Quum inlellexisset Oprandus , qui in Bagnolo quot po- 
terai miliies prò parte ValvaSsorum colligebat, Vitalem de 
Palatio, qui aliquot milita militum coadunaverat in episcopa- 
tibus Mantice, et Cremonae: per silvam transiturum de Roti- 
cadelle, in ea ponere insidias deliberavit. JSil tale metuens 
Vitalis silvam ingrcssus est, et Oprandus illum a Jron- 
te, et a latcribus repente assaltus est. Vitalis sine ulto li- 
more ad fortem pugnam suos orlatus est, qui a lateribus 
9iU$ vincere et espellere ceperunt, set vero a fronte ab Opran- 



86 LIBRO QUINDICESIMO 

! § 8. Uà celebre personaggio per nome Costanzo, il 
f^P quale dietro plausibile opinione discendeva dalla tanto 
anno illustre e cosi diramata famiglia dei conti di Lomelo, 
noù dalla quale discendono ancora i nobili signori Lavel- 
longo ed Ugoni di Brescia, ed il quale era stretta* 
mente congiunto di parentela con la famosa contessa 
Metilde , battagliando a favor del pontefice contro 
le schiere scismatiche del re Arrigo, caduto grave-? 
mente ferito in uu fatto d'arme datosi sul mantovano, 
e costretto per quella ferita a tormentare lunghi mesi 
in letto, trepidando la morte, consacrò se medesimo 
in voto alla Santissima Vergine, e ricuperata finalmente 
la quasi disperata salute, dopo di avere consunta in 
pie elargizioni la maggior parte de' suoi averi, abban- 
donata la patria, cui non so indicare, quantunque ab* 
bia forti motivi di credere, che la fosse un paese posto 
a meriggio e non lontano dall' Ollio, e cercato un re- 
cesso sull'Alpi bresciane, da già poch'anni avev«a fatto 
erigere sul monte Conche una. chiesa dedicata a Maria 
Santissima, e presso a quella aveva fatto costrurre an- 
cora un ospizio, nel quale erasi egli tradotto a con- 
durre ritiratissima vita* L'alto lignaggio, dal quale 
discendeva quell'eremita, le splendide somme che aveva 
egli piamente donate , la causa nobile del suo riti? 
ro, le virtuose maniere ond' era egli solito vivere, gli 



do vincebanfur, et prosimi ad fugcndum erant. Tum V'italis 
cum forti ssimis suorum in desperatione irruit contro, partem 
Oprandi) et post multam occisionem^ et favore vocis 9 set false 
Oprandum occisum esse, ostes in fuga conjecit, Noluit inse- 
qui fugienles, set coadunatis hapud se militibus Brissiam per" 
rexit, hubi in populo tanta letitia facta fult , ut ultimimi ec- 
cidium Valvassoruin factum fuissef. Brev. Ree. pag. 49» 



LIBRO QUINDICESIMO 87 

avevano presso alle genti guadagnata rinomanza di 5H5BB2 
tanto (1). j>°P° 

Il cardinale vescovo Arimanno desideroso d' ingagliar- a nnò 
dire T animo de' suoi per mezzo di fauste predizioni llot >. 
pronunziate da un uomo di santa vita, salì le rupi di 
Conche, presentossi all' eremita Costanzo, e gli promise 
di eleggerlo vescovo suo coadiutore, purché divulgasse 
di essere egli stato ispirato da Dio che fra aon guari 
sarebbono stati pienamente debellati e dispersi don Ar- 
dicelo, il conte Alghisio, e quanti altri eretici li seguita- 
vano, luorridì il pio eremita a quella proposta, e dopo aver 
date dolcemente ad Arimanno le meritate rampogne, ag- 
giunse che in nome di Dio invece lo assicurava: che egli 
sarebbe stato depresso da' suoi nemici, e che non avfebbe 
trattato il pastorale della diocesi bresciana sino alla 
morte (2). 

Nulla perturbato il cardinale AritjgÈiuo da quelle 
formidabili risposte, ed irremovibile ne 5 suoi disegni, 
mosse a proporre le medesime cose al prete Gherardo, 



(1) Il prete Bernardino Faini nel suo Martirologio Bresciano, 
sotto il dì 12 febbraio a carte 14 ha pubblicato un breve elogio 
dell'eremita san Costanzo; ma dietro l'ordinaria costumanza di 
quello scrittore, quell'elogio ridonda di fa voi uzze e di scempiag- 
gini. Il can. Paolo Gagliardi nelle coltissime note da lui fatte al 
Martirologio medesimo, a carte 12 del mss. ch'io tengo, ne h# 
purgato per quanto ha potuto il grano dalla zizania; ma non 
ha potuto elucidare pienamente il tutto, perchè la cronaca Breve 
Recordationis estesa da uno scrittore di quel secolo, la quale 
parla di san Costanzo a pag. 5o, non era a' suoi tempi ancora 
scoperta. 

(2) Dixit ei quod predictiones, quas nomine Dei facete UH 
abebat, want iste duo: quod ab ostibus suis victus et debeU 
ìatus essetj et quod non moreretur Episcopus Brissie, Brev, 
Ree. pag. 5i. 



88 LIBRO QUINDICESIMO 

custode della chiesa di s. Eusebio (i), il quale era uno 
Dopo di q Ue ' f a ] s i profeti, che ad onta del vae vobis ipocritae 
anno gridato da Gesù Cristo, strisciandosi come vipere nascose 
1106. f ra l'erbe ed i cespugli, hauao per ogni secolo diffuso 
assai più veleno che non gli empi medesimi; e di 
presente ancora, curvi il collo sull'omero sinistro e ab- 
bottonata la clamide lunga sino alle calcagna, non cessano 
di vendere seduzioni ed amuleti. Quel tristo lusingato 
dalle ampie promesse del vescovo, lo secondò prontis- 
simo; divulgò le vendute predizioni, le quali furono 
credute e sentite con altissima gioia dai cittadini. (2). 
§ g. Ridevasi don Ardiccio di quelle scempiatissime 
imposture, e consigliava i suoi a deriderle, a disprezzarle; 
onde però affrancare lo spirito di que' pochi che per 
debolezza di mente avrebbero facilmente prestata fede 
a quegli inganni, disceso egli ancora ad eguali miserie, 
sfoderò armi fabbricate nella medesima ufficina; ed 
imboccati alcuni tornati pur allora di Brescia, gli ad- 
dasse a dire che: un fulmine aveva incenerito il letto 
del vescovo Arimanno; che per tutta quella notte la 
fontana maggiore del palazzo episcopale aveva mandato 
insieme acqua e sangue; che entrato un lupo il giorno 
dopo per una delle porte della città, erasi slanciato coi 



(1) Pandolfo Nassini nel suo Registro manoscritto delle cose 
di Brescia a fogl. 17 del mss. originale, parlando della chiesa di 
». Eusebio, ha scritto : La Gesìa di &, Eusebio era in la valle 
tra il Goletto, et venendo verso lo castello , cioè in la gola 
qual è al dritto dello stesso castello. Era una zesìa piccola, 
e del iSijJò rovinata fino dai fondamenti. 

(1 ) Iste ( il prete Gherardo ) ejus donis captus constanfer 
Ulas Jtctas pubblicava predicliones \ ut acceptas a Deo abuis- 
szt, et pubblicare a Deo jussus Juisset, que in populo contra 
V alvazcores illum mirabilem aidorem accenderunt , quem 
Jlarimannu» volebat. Brev. Ree. pag. 5i. 



LIBRO QUINDICESIMO .89 

drilli alla spada di una guardia, e le !a aveva tolta di ±^=±= 
mano; che immensi stormi di corvi sorvolavano conti- Dopo 
imamente sopra di Brescia, gracchiando mali augurii; 



mino 



C 



che dalla chiesa di sant'Afra, dove riposano adorate noti. 
le spoglie di moltissimi martiri, dopo un lungo fremito 
erauo uscite rumoreggiando l'ombre de' santi, e fug- 
gendo da una città di tante nequizie, erano andate a 
procurarsi placida requie altrove (1). Così pel decorso 
eli circa sette mesi andavano le due osti irritandosi a 
vicenda, e combattendosi con iscambievoli faufalucche. 

Finalmente presso la fine del giugno 1106 don Ar- 
dicelo ebbe avviso, che i soccorsi de' Valvassori della 
lega di Lombardia che gli stava procurando il capi- 
tauio generale della medesima Aighisio Gambara, non 
erano approntali ancora; e che Y esercito dei Milanesi 
condotto dal capitano Sinibaldo era sulle mosse per 
andare a congiungersi con quello de' suoi nemici. Per 
questo deliberò di attaccare immediatamente i Bresciani, 
e di battagliarli prima che dalle estere truppe fossero 
rafforzati. Dietro a ciò, raccolto ai sette di luglio l'eser- 
cito in Canneto, seguitando le sponde del Chiese, ad- 



(1) At Ardiccius suos ortabatur, ut istas Harimanni fiction 
nes spernerent. Set ut omnem tolleret timorem, aliquos in- 
struxit, qui se venire fìngente s e parte Brissie, afferrent hec 
mala et funesta presagia: quoti Jìdmen ipsius Harimanni com-~ 
busserat lectum: quod Palatii epis cop ali s fontana tota nocte 
aquam jlueret cum multo sanguine: quod lupus de die civi- 
tatis portam ingressus cum dentibus spatam abstulerat de 
guaite marni: quod corvorum continua multitudo volitabat su- 
pra, et circa Brissiam : et maxime hoc prodi gium in constanti 
fama fiat: quod Brissie in Ecclesia omnium sanctorum subito 
ex se porte aperte f iterante et audita vox supra umana dece- 
dere Brissia omnes Sanctos, et eodem tempore magnus rumor 
decedentium. Brev. Ree. pag. 5i. 



go LIBRO QUINDICESIMO 

^^S^dirizzollo verso di Brescia, dilatando le file lunghesso 
Dopo ;} viaggio, e per ogni dove passava, mettendo il paese 
anno a soqquadro, a saccheggio, a fuoco (1). 
lieo. (j I0# i Bresciani, de' quali erano consoli e capitaui 
generali Paterno Scovoli e Domofollo Cazzago; e che 
al morto Elaterio Ballio avevano surrogato altri cinque 
cousoli e capitani, che erano Milone Sangervasi, Obizfco 
Poncarali, Vitale Palazzi, Bonfabio Biemmi e Filippo 
Vilio; i Bresciani allora e que'nuovi consoli conoscendo lo 
sperimentato valore dello Scovoli, a lui concordemente af- 
fidarono il supremo comando deir esercito. Quegli lo ac- 
cettò, ed assicurato che don Ardicelo avea accampate le sue 
truppe sul tenere di Mont echiaro, ad occaso del colle 
s. Giorgio, non credendo essere prudenza il lasciarlo ap- 
prossimare maggiormente alla città e commettere ulteriori 
devastazioni, seguitato dai capitaui suoi subalterni e da 
tutto Teserei to dei Bresciani, mosse a fronteggiarlo: ed in 
quei campi rilevati che sono poco discosti dal ponte supe- 
riore del Chiesio, i quali appartengono alla contrada cam- 
pestre Rho di sopra, fermò gli accampamenti; persuaso di 
tenere solamente raffermali i nemici, ma di non azzardare 
un attacco generale, fiuchè non si fossero a lui congiunti 
i soccorsi de' Milanesi. Don Ardiccio invece, che ben 



(i) Quum Jinis usque mensìs Junii advenisset, et Ardicius 
intellexisset , quod Alghisio adhuc multa res erat , et quod 
prius Brissianis advenire debebat succursus mediolanensium y 
deliberava confìictum inire , si poterai , cum solis Brissianis. 
Die septimo ineunte Julio coadunaia sua exercitali multitu- 
dine in Curie de s, Zenesio , iter cepit versus Brissiam, et 
quecumque late populando tantum injecit timoris et tumultus x 
ut Harimannus et Brissiani se s constrictos viderent sine Me- 
diolanensibus contra ostes exercitum immittere. Brev. Ree, 
pag. 5i. 



LIBRO QUINDICESIMO 9 t 

vedeva quanto fosse più facile avere vittoria di pochi -~~-~" 
che non di molti, la pensava diversamente; perlocchè ?°P? 
continuò sei giorni interi a tentarlo a battaglia, ma anno 
non Io potè mai trarre che a scaramucce parziali. Fi- * ato- 
nalmente avvisato il dì 7 luglio che V esercito de' Mi* 
lanesi era già in viaggio per unirsi a quello de* Bre^ 
sciaui, non perduto un istante, slanciossi con tutte le 
truppe ad assaltare V inimico difeso dagli steccati e 
dalle preparate trinciere. Il conte Paterno teneva i suoi 
serrati uel vallo ed approntati a difesa, e don Ardiccio, 
che sospirava battaglia, spingeva i suoi ad aggredirli 
fin dentro gii stessi preparameuti. Guglielmo da Edolo, 
uscito co' suoi cammini dal vallo, si distinse con for«* 
tuuato valore. Diodato da Pezzaze capitano de' Trium* 
pilini e de' Sabini, ansiosissimo d'imitarlo, ma non pro«> 
tetto da sorti eguali, cade estinto. Milone Sangervasi, 
Obbizzo Poncarali e Bonfabio Biemrni, dopo una strage 
terribile de' suoi, si salvarono a steuto. "Volgeva fìnaU 
mente al tramonto il sole, e don Ardicelo, ad onta dei 
riportati vantaggi, perduta la speranza d'insignorirsi 
degli accampamenti nemici, e vedendo affaticati pur 
di troppo i suoi, richiamolli al campo. I consoli Pa- 
lazzi e Cazzago tentarono batterlo mentre andavasi rU 
tirando; ma non fecero che mandare a perdita lunghe 
schiere, e pericolare eglino stessi la vita (1). 



(1) Septem erant electi Vexillvferi: Paternus de Scovolo, 
Domojbllus de Cazzago, et prò mortilo Raterio quinque electi 
Jherant, qui et consides erant, Milo de s. Gervasio , Obizzus 
de Pontecarali, Vitalis de Pallatio , Bonfadus de Billemmio, 
et Filippinus de Fillio. At isti virtutem et experientiam ^Pa- 
terni consideranteS) UH solo quamqumque detulerunt potestà-, 
lem. Quum intellexissent ostes pervenisse in tenuta de Mon- 
tìsclaro, celeriter prqfecti sunt, et prope ripam Clcsii castra 



noti. 



9* LIBRO QUINDICESIMO 

-— — — § ii. Il giorno di poi, cioè il dì 8 lugli» 1106 per* 
Dopo vennero le soldatesche de* Milanesi condotte a sussidio 

o. c 

anno dei cittadini dal capitauo Sinibaldo, ed alle milizie bre- 
sciane, delle quali Paterno Scovoli reggeva il supremo 
comando, si aggiunsero. Gli accampati sul tenere di Rho 
di Montechiaro festeggiarono 1* arrivo loro con cantici 
di allegrezza; e don Ardicelo all'opposto^ conoscendo 
di non avere forze bastevoli per contrastare le palme 
agli inimici, levò le tende, ed iu altra situazione nou 
molto dalla prima discosta, ma assai più acconcia per 
le difese, si accampò (1); e qui considerata la posizione 
dove egli era per lo innanzi, e la non lontana e più 
sicura nella quale fortificossi in così breve spazio di 
tempo, è naturalmente ognuno indotto a pensare, che 
sia egli passato a prendere campo sul poggio meridio* 
naie di Montechiaro, detto s. Giorgio. 

Oprando Brasati teneva intanto un vigoroso corpo di 
truppe nel castello di Bagnolo, le quali già da tempo 
erasi egli studiato di rafforzare con sempre nuove re-? 
clute. Quello scaltro, fingendo di essere malcontento dei 
Yalvassori, e di avere già fiso di volgere ad altro 
partito bandiera, spedì secretamente un araldo al ca- 
pitano de' Milanesi, proponendogli di cedergli sponta- 

posucrunt, et fortlter se munierunt contra ostium incursus^ quia 
conflictum inire nolebant nisi post adventum Mediolanensium.... 
Prope vespere preliatum Jìiit. Denique Ardicius videns fessos 
suos milites, et finitam esse spem ostium castra capiendi, re- 
gres sus est lento grossa..,. Set Domofollus et Vitalis.... quum 
insequi voluissent, vieti et fugati fuerunt. Brev. Ree. pag. 5a 
et 53. 

(1) Sequenti die quum Medio! anenlium advenisset exercitus 
cum summo gaudio Brissianorum, Ardicius se imparem w- 
dens, suam gentem recepii in alio loco non multum distanti 9 
iti amplius forti et securo. Brev. Ree. pag. 53. 



LIBRO QUINDICESIMO gS 

neamtnte Bagnolo, la cassa di guerra che in quello'-^ 1 "— 55 
si custodiva, e di aggiuguere le sue alle milizie di lui, ^°P° 
purché, onde salvare V onore, si spingesse egli subito a arm o 
fingere di attaccarlo, e gli promettesse di concedergli noG. 
un grado distinto fra i suoi capitani. Lo stesso Brusati 
spedì contemporaneamente un altro messo a don Ar- 
diccio, avvisandolo di quanto tentava, e pregandolo di 
occulti, solleciti e valorosi soccorsi. Don Ardiccio non 
tardò punto a compiacerlo; e Sinibaldo solleticato dalla 
speranza d'insignorirsi senza fatica e senza pericoli di 
un forte castello ostile, di aggiugnere alle sue milizie 
le soldatesche del Brusati, e quello che è più, di dar 
mano alla cassa di guerra; senza fare allo Scovoli motto 
alcuno, la sera del dì seguente a quello dell' avuto av- 
viso uscì dal campo co' suoi armati. !Non paventando il 
credulo insidia alcuna, con le schiere scomposte in tor- 
me disciolte viaggiò lentamente tutta la notte, e tra- 
versata la campagna di Montechiaro e lungo tratto dei 
territori di Formignano (i), di Ghedi e di Montirone, 



(i) Formignano era un paese con castello posto a mezzo gior- 
no, e non molto lunge dalia Motta di Ghedi. Quel paese è ri- 
cordato da un diploma concesso dall' imperatore Arrigo II ad 
Oddone abate di Leno, dato da Ratisbona Tanno 101S; diploma 
pubblicato prima dal P. Lnchi, poi dallo Zaccaria, Monumenta 
Monasterii Leonensis f, 94 ,* è ricordato da un chirografo del 
dì 8 aprile 1167, trascritto da Zamboni dagli atti dell'archivio 
di Montechiaro; è ricordato da una sentenza arbitraria Jacobi 
de Iseo, et Arrighini de Busiìs sopra alcune contese fra i co- 
muni di Mal paga e di Ghedi, sentenza raccomandata agli atti 
Bertolini qdm Nesimpacis de Patengulis , copia della quale 
esisteva nelP Archivio comunale di Calvisano , e trascritta da 
Zamboni io conservo nella sua Collettanea E. fog. 48. Quel 
paese fu pienamente distrutto Tanno iq6%, come avrò a scriverà 
a suo luogo. 



9 4 LIBRO QUINDICESIMO 

~ ■- 1 »- giunse finalmente sul far dell'alba con le truppe disor- 
Dopo dJiaate e stanche sotto Bagnolo: dove invece di vedersi 
^ nr)0 osservate le promésse, fu ad uu punto assalito e di 
1106. f rou te e ad ambi i fianchi. Presi allora Sinibaldo ed i 
suoi milanesi da altissima paura, per vie loro affatto 
incognite di tutta fretta si diedero a rapidissima fuga. 
Il Brasati perseguitolli colla veemenza del fulmine; e 
fu pubblica fama che in quel fatto d' arme cadessero 
morti o feriti circa due mila soldati di Sinibaldo, che 
altri cinquecento, gettate le armi si dessero prigionieri, 
e che lo stesso capitano a grave stento e per gran ven- 
tura, essendo non leggermente ferito, salvossi con due o 
tre appena de' suoi (1). 

§ 1 2. I Milanesi dopo quella rotta trepidarono per 
lunghi giorni; rinfrancati finalmente dallo Scovoli, ed 
incitati ad irrompere con esso lui contro don Àrdiccio, 
ed a tentare di deprimerlo innanzi che fosse rafforzato 
dalle schiere che gli andava procurando il conte Àl- 
ghisio, lo secondarono, e mossero insieme a provocare 



(1) Oprandus, qui in Castello de Bagnolo gentem prò Val- 
vassoribus colligebat, occultum misit nuncium Sinibaldo Vexil- 
li/ero Mediolanentium. Vix percento ad Brissianorum castra^ 
qui ei promittere se Castellum cum multa pecunie copia tra- 
ditururri) si statim advenisset. Sinibaldus cupidiiate pecunie 
captiiS) nihil indicans Paterno ? vespere secundi diei profe~ 
ctus est. Eantes Mediolanenses tota nocte, sparsi in via ^ 
sine ulló timore, post ortum solis Bagnolo accesserunt, hubi 
Ardicius in succursu Oprandi multam miserai fortiam. Quum 
neminem vidissent, et quando putabant apertam invenire por- 
tarn, repente viderunt ostes de porta erumpcre, et irruenles 
super se ferire cum tota fortia et ostilitate. Tantus fuit eorum 
pavor, ut eodem momento omnes terga verterent, et fugientes 
quum insequuti Jirìssent, dietimi juit mortuos fuisse duo mil- 
lia, et captos quingentos , et ipsum Sinibaldum vulneratum, 
vix cum duobus aut iribus effugere potuisse. Brev. Ree. p. 5/{. 



LIBRO QUINDICESIMO $5 

quel prete capitano a battaglia. Ma don Ardicelo era ' - "' ' — 
accampato in favorevole situazione, e tenendo riparati ^°^ u 
i suoi dentro le preparate barriere, ridevasi delle pio- armo 
vocazioni ostili. I Bresciani ed i Milanesi continuarono Ilo0# 
più giorni quegli inutili incitamenti; finalmente dopo 
il meriggio del dì 5 agosto, uno da Calvisano, che era 
della classe degli Arimanni, uomo di membra adletiche, 
scioltissimo di nervi e ben armato, uscì solo dal campo 
di don Ardiccio, e con passo imperterrito e franco, ap- 
prossimatosi alle sentinelle nemiche 

« Mandando per gran foce 
» Di bocca erculea voce (1) 

sfidò chiunque de 5 Milanesi o de' Bresciani a «ingoiar 
certame. Zittirono a lungo i provocati, quando un certo 
Ugero di Brescia che abitava presso al presente quar- 
tiere di s.ta Marta, approntatosi ad una frode, uscì fran- 
camente ad accettare il cimento. Erasi Ugero munito 
di una canna piena di polveri, facilmente preparate 
con apparecchi corrosivi; ed era quella canna disposta 
con tale artifizio, che al tocco di una molla schizzava 
le polveri, ond* era piena, violentemente. 

Approssimatosi Ugero al Golìa di Calvisano, mentre 
stavano ambedue per approntarsi coli' armi, die* moto 
agli ordigni della canna, vibrogli le polveri artificiali 
in faccia e lo acciecò; e mentre quel minaccioso adleta 
stropicciavasi gli occhi, Ugero trapassogli con una lan* 
eia il cuore, e strammazzollo estinto. Lo videro i Val- 
vassori e gli Arimanni, e spinti da quel tradimento 



(i) Versi di Parini possibilmente applicati. 



9 C> LIBRO QUINDICESIMO 

t mi imm a [p ; ra ^ uscirono a furia dal campo, e mentre Ugero 
*?°P° stavasi spogliando il superato nerboruto campione, Io 
arino trucidarono. I Bresciani ed i Milanesi, scoperti gì' ini- 
iioO. m ; c i usciti dal vallo, irruppero ad aggredirli. Quel fatto 
d 3 arme cominciato dopo il meriggio da soli due, pose 
innanzi vespro a cimento tutta V armata di ambe le 
parti: era già il campo coperto di cadaveri, quando 
sopraggiunto il buio della notte, costrinse quelle invi- 
perite soldatesche a separarsi. Tornato P uno e 1' altro 
esercito al proprio accampamento, cantò scambievolmente 
inni di allegrezza, e rese grazie al cielo, come se ambi 
avessero riportata vittoria. E così i Bresciani pazzamente 
continuavano ad impinguare i campi bresciani col pro- 
prio sangue (i). 

§ i3. Oprando Scovoli, ed il capitano de' Milanesi 
Sinibaldo incitarono ne' dì seguenti incessantemente i 
Valvassori a battaglia; ma don Ardiccio, che sapeva di 
essere inferiore di forze , non permetteva a' suoi di 
uscire dagli steccati, e tenevali approntati a difesa. 



(i) Quidam Arimannus de Calcisi ano insignis corpore et 
armisi sole non longe ab occasu guaitis ostuun accessit, et 
strenui ssimum Brissie et Mediolani ad singularem provocava 
pugnam. Dia silentium futi inter primores exercitus, tandem 
quidam Brissianus Ugerus de porta S. Andree, secum occul- 
tai?! ferens quamdam fstulam ad proiiciendam puherem exiit 
in audacia contra Arimannum % , et ilio momento conserendi 
manus cum illa fistula puherem projecit in faciem et oculos 
ejus: et ita obcecaium ilio puncto, interficere sine ulto peri- 
culo potuti. Clamaverunt contra eum Ardicius, et Falvasso- 
res, et in furore currentes supra eum spoliantem mortuum 
interfecerunt. Currcrunt quoque Brissiani in ejus succursu, 
set tempore non advenerunt. Hibi initiata est pugna confusa, 
que post parum tenipus ordinata inter multos eventi currenti- 
hus ex omni parte, et aliis in celeritate ad conflictum se pa- 
rantibus, etc. etc Brev. Ree. pag. 54- 



LIBRO QUINDICESIMO 97 

Quando quel prete capitano venne assicurato, che lo^^™5 

Scovoli e Sinibaldo avevano spedito a Ghedi circa uuat- ^°P° 

. . G.C 

tro mila uomini, parte bresciani e parte milanesi, per- arjr , * 

che avessero a raccogliere vittovaglie e foraggi; che I1(J ^ 
quelli avevano radunato in un gran campo circa cin- 
quecento carri, molti carichi di granaglie e di vino, 
e la più parte di legne, di paglie e di fieni; dove ave- 
vano raccolti ancora circa mille paesani , perchè ne 
procurassero la condotta. Quindi don Ardicciò seguitato 
da Oprando Brusati e da un forte distaccamento, uscì 
dal campo, e mosse ad. aggredire que' nemici che fo- 
raggiavano in Ghedi, i quali credendosi salvi da ogni 
pericolo trascuravano le debite vigilanze: e nel più buio 
silenzio della notte entrato co' suoi dov' era raccolto 
quel mobile magazzeno, il diede a fiamme: quelle di- 
latandosi scossero quegli incauti dormigliosi dal sonno; 
ma troppe erano le materie combustibili ivi raccolte, 
ed incitato da un leggiero venticello, troppo furente 
l'incendio, sicché moltissimi non poterono per alcun 
modo salvarsene. I pochi che avventuratamente lo 
scamparono, incapparono fuggendo nelle schiere ostili 
dalle quali erano circondati, venne però loro usata cle- 
menza, e furono ospitalmente accolti prigioni (i). 



(i) Quum ipse ( cioè don Àrdicelo ) intellexisset quatuor 
millia Brissianorum 3 et Mediolanentium propter viverla et 
maxime pabula perrexisse ad curtem de Ghedi, et hibi col- 
lexisse quingentos carros cum mille circa cortisianorum, et 
omnia agi sine ullo ordine , in quodam lato campo castris po- 
sitis, qui fossa profunda circumdatus erat, tempore noctis il- 
los invadere statuii. Proxime perventus partem militum Opran- 
do tradidit, ut omnes stralas occuparet, et ipse, obscura adhuc 
luce, ostium ingressus est castra, nullo resistente, et cumulis 
pabuli igne injeclo, omnia destruxit ferro* et igne: et qui fu - 
gere polerant ab Oprando comprehensi erant. Br. Reo. p. 56. 

Yol. III. 7 



9 8 LIBRO QUINDICESIMO 

r — — Frattanto circa tre mila uomini parte milanesi # 
J?°P^ parte stipendiati dai Bresciani nelle vicine provincie, 
anno erano per tragittare 1 OIIio a "onte vico, e per addi- 
li oo. r i ZZ arsi a Brescia. Domenico Àvogadro -valvassore di 
gran parte delle valli Trompia e Sabia, e Chizzolio 
Chizzola valvassore di Fiesse, avutone Y avviso, doman- 
darono unitamente a don Ardiccio soccorsi, onde ten- 
dere a quelle nuove osti una vigorosa insidia. Giovonne 
egli T inchiesta, e FAvogadro ed il Chizzola preparate 
ad agguato le milizia ond' erano seguitati nel bosco 
di Bettegno, che non era facilmente che una continua- 
zione di quello che è ancora di presente al Campasso, 
e che era allora attraversato dalla strada che da Pon- 
tevico metteva a Brescia, aggrediti all' improvviso quei 
milanesi, e quegli altri assoldati dai Bresciani mentre 
indi passavano, li scompigliarono, li dispersero, li mas* 
sacrarono quasi tutti (i). 

§ 1 4* Mentre un sinistro avvenimento andava in que- 
sta provincia incalzandone un altro, Arrigo IV fulmi- 
nato dalle scomuniche di più pontefici, abbandonato dai 
sudditi disciolti per editti papali dal giuramento di 



(t) Veniebant de parte Pontisvici tria millìa militum, olii 
pecunia Comunis Brissie collectì in extraneis Episcopatibu$ y 
et alii de Cwitate Mediolani missi erant, et transire debebant 
per sylvam de Betegno. Dominicus Advocatus , et Chizzolius 
Chizzoli Valvassor Flessi, acceptis ab Ardicio duobus mini- 
bus militum, nocte antecedenti, ad radices incidere fecerunt 
arbores qui sihe cirQiimibant viam. set tali modo, ut restante^ 
in pedibus facile mere deberent: et quando viam sylve ostes 
ingressos esse viderant, impulerunt arbores, qui unus contra 
alium cadentes omnia oppresserunt miserabili strage: et qui 
Jugere potuerunt a Dominico et Chizzolio oppressi fìierunt ; 
et famajuit omnes de primo ad ultimum mortuos Jiiisse ani 
captos. Brev. Ree. pag. fy 



LIBRO QUINDICESIMO 90 

fedeltà, e 8 naturatamente perseguitato dal figli, traeva 5^**'~ 

iti Germania avvintissima la vita, ed era stata la de- Do P° 

f e* 
pressione di quel monarca che aveva agevolato alle città anno 

di Lombardia lo scioglimento dall'assoluta dipendenza ,10 ^ - 
dall'impero, e la facoltà di reggersi liberamente. I figli 
di Arrigo IV si erano rnbellati al padre V un dopo 
l'altro; Corrado il primogenito erasi dato a rivolta, 
ma non aveva mai brandite le armi direttamente contro 
al genitore, e dopo brevi trambusti era già passato 
naturalmente ad altra vita; ma Arrigo V> il secondo- 
geuito, dopo di essere già stato dichiarato dal padre, 
suo collega e successore al trono nella dieta di Aquis- 
grana fino dall'anno 1099 (1); dopo di avere assistito 
con esso lui in Magonza alle feste del santo nascimento 
del Redentore, incitato da alcuni grandi di corte a 
rubellarglisi per iscrupoli di coscienza (2), e sospinto 
a tale fellonìa ancora da una lettera dello stesso som- 
mo pontefice Pasquale II (3); sostenuto dalle armi dei 
Sassoni, da quelle dei fratelli Estensi Guelfo V ed Ar- 
rigo il Nero Duchi di Baviera, e da altri potentissimi 
signori germanici, ruppe guerra aperta al padre. 

Era Arrigo IV in sulle prime seguitato da forze 
quasi bastevoli a difenderlo dal rubellato figliuolo; ma 
incitate quelle ancora da' suoi avversari a non prestarsi 
a difesa di uno scismatico, 1' una dopo 1' altra lo ab- 
bandonarono tutte; e così ridotto quegli a strettissime 
circostanze, supplicò dal legato apostolico assoluzione 
dalle scomuniche, cosa, cui quello rispose, di non essere 
autorizzato a concedere; presentossi poscia ai figlio, e 



(1) Abbas Uspergensis, in Chronico. 

(1) Otto Frisingensis, Hislor. lib. 7 cap. 8. 

(3) Hermannus Tornacensis, apud Dacherium 9 in Spicilegio. 



ioo LIBRO QUINDICESIMO 

^^dopo avergli ricordati i doveri di natura , pregollo di 

J; ^ pace (i), ma quell' inumauo torse alle preghiere del 

anno padre lo sguardo e non rispose. Vinto Arrigo IV ài- 

1106. ] ora dall'oppressione dell'animo ritirossi a Liegi, dove 

fra non molto cessò di vivere. 

§ i5. Mentre succedettero cosi strepitosi avvenimenti 
nella famiglia imperiale, il conte Alghisio Gambara 
condusse al campo di don Ardiccio potentissimi soc- 
corsi, che non senza gravi spese avevasi procurato 
dalla lega de' Valvassori di Lombardia, della quale, 
come già si è d.etto, era egli capitano supremo. Don 
Ardiccio ristorate sollecitamente quelle milizie sussi- 
diarie ed aggiuntele alle sue, conoscendo di essere alla 
lesta di un' armata più numerosa e meglio agguerrita 
della nemica, senza perdere tempo la condusse ad at- 
torniare il campo ostile, dove mandando un grido 



S* 



s* Lacerator di ben costrutti orecchi (a) 

sclamò: che Se non fosse prossima la notte, romperebbe 
à subito assalto. Il capitano in capo de' Bresciani Pa- 
terno Scovoli e quello de" Milanesi Sinibaldo, sbigottiti 
trepidarono; ma dopo gli ultimi crespuscoli delia sera 
essendosi accorti che don Ardiccio aveva ricondotti i 
suoi a ricoverarsi dentro gli steccati del campo, colta 
l'occasione levarono le tende, e tacitamente viaggiando 
la notte lungo le sponde del Chiese, giunsero sul te- 
nere di Bedizzole, dove, trovata una posizione Vantag- 
giosa, si accamparono (3). 



(i) Muratori, Annali, tom. 6 f. 294. 
(1) Parini, Mattino. 

(3) Die decimo ineunte Seplemhre denique Àlghisius adda- 
mi cum tanta forila et virtute, ut inferwr ille non esset, quarti 



LIBRO QUINDICESIMO 101 

I Bresciani e gli ausiliari loro aspeltavansi il dì se-"^^'^? 
gueute addosso l'impeto de' nemici, quando con doloe D°P9 
sorpresa, si viddero accostare Giasone priore del mo- ^ nn0 
uastero di santa Eufemia inviato da don Ardiccio a nw6. 
proporre la pace. Da quel tratto si vegga quanto fosse 
magnanimo quel prete capitano: non ha egli mai do- 
mandato pace quando aveva forze inferiori a quelle 
degli osti; ingagliardito pei ricevuti soccorsi, senza 
aggiugnere condizione alcuna a quelle che aveva per 
lo innanzi proposte in eguali circostanze, la domandò. 
Dietro quella domanda venne stabilita una sospenzione 
d'armi per quindici giorni, onde dar campo alle scam- 
bievoli trattative (i). 

Eiiuaziata dallo Scovoli ai magistrati di Brescia la 
tregua stipulata coi Valvassori e la dolce speranza di 
una prossima pace, il cardinale vescovo Arimanno, pau- 
roso che "nel trattato si avessero a ledere alcuni staoi 
diritti, mosse in persola al campo, Dso di sostenerli 
tutti s'mo all' ultimo quadrante (2); ed ivi ad onta di 



Mediolanenses in Brissianor. auxilium duxerant. Ardicius, mo* 
tis castris contra ostes profectus est, et cum tanta ferocie specie, 
ut proximos pstìum guaìtis statueret papiliones, ed demonstravit, 
ni proxima nox impedirei, se subito assaltimi dedisse. Pater- 
nus, et Sinibaldus nimio timore perterriti videntes milite s, no cte 
in silentio abierunt, et tota nocte ambulantes se posuerunt, e 
forliter munierunt in tenutamento de Bedizzolis. Br. Ree. p. 5y, 

(1) Hibi in timore ostiwn expecfantes adventum, venire con- 
tra viderunt Qiesonem Priorem Monasterii S. Eufemie ad 
pacem proponendam. Nunquam ab Ardicio pacis cogitationes 
deposile fuerunt; et Paternus ejusque sodi hoc tempore pa- 
cem multimi cupiebant: et trivio, quindecim dierum facia Jìdt % 
Brev. Ree. pag, 5j. 

(2) Venit ipse Arimannus in castris, set ipso obstinatissimo 
durante, et dicente se nunquam assensurum, quod mica amit- 
teretur juris sue ecclesie. Brev. Ree. pag. 58, 



109 LIBRO QUINDICESIMO 

ogni incitamento dello Scovoli e degli altri consoli suoi 

I>opo compagni, stette egli così fermo in non voler appro- 
aDuó vare l e investiture feudali concesse dai vescovi suoi 
110& antecessori, che ogpi speranza di pace andò misera- 
mente perduta. Il console Scovoli allora, deluso nelle 
concepite idee e bramoso di risparmiare per quanto 
fosse possibile il sangue de'Bresciani e dei loro alleati, 
propose di scegliere dieci campioni dall'uno e dall'al- 
tro dei campi ostili, ed a somiglianza degli antichi 
Grazi e Curiazi, di affidare alla prodezza di quelli le 
scambievoli pretese. Don Àrdicelo, dietro consenso de- 
gli altri suoi capitani, accettò la proposta. Si distesero 
in atto notarile i patti scambievoli, si fermarono coi* 
giuramento, e destiqossi il giorno ed il luogo della 
decisiva tenzone; luogo che non è indicato dal cronista, 
ma che ogni circostanza adduce a credere che fosse 4 
meriggio e non lungi da Bedizzole (1). 

I più caldi, i più franchi, i più valorosi dell'uno e 
dell'altro esercito, ansiosi di essere scelti fra i prodi, 
ai quali erano raccomandate le pubbliche sorti, gareg- 
giavano nel presentarsi ai capitani, supplicando di es- 
sere nel bel numero inscritti. Fattane v da ambe le parti 
la scelta, e prossima l'ora del giorno destipato, i 
campioni eletti da ambedue le parti, confortati dalle 
industrie de' capitani, dalle promesse di premi, ed ar-r 
dentissimi eglino stessi delle glorie sperate, sotto allo 



(1) Nil concludi prò pace potuti. Tum Paternus de evitando 
sanguine universe pugne sernionem abuit$ et quod inter Cam- 
plones pari numero electos ex utraque parte ista jieret. Non 
dissensit Ardicius , et paclum cum jur 'amento jirmatum fuit , 
quod si Camplones Valvassorum victores essente in perpetua 
pace tener entur , et si vieti essent, sine ulta contradictiont 
Beneficia restitucrcnl. Brev. Ree. pag, 58. 



LIBRO QUINDICESIMO io3 

•guardo degli scambievoli eserciti, che sopra le promi- -■ 
ueuze e su pei poggi vicini stavano spettatori ansio- Dopo 
•issimi dell' esito, entrarono intrepidi nell'agone, e dato AXìtiJ 
il segno si azzuffarono. L'altezza della causa, l'occhio ll0 ** 
spettatore delle rivali armate, l'ansia della gloria ne 
accendevano gli animi, ne ingagliardivano le posse, e 
formavano di quelli tanti Ettori, tanti Achilli. Rompe- 
vansi a vicenda sopra le maglie le spade, ed i tronchi 
delle spade rompevauo le maglie, e seguavano di san- 
gue l'adito ai pugnali: gli eserciti contemplanti scla- 
mavano a'suoi mugghiando grida d'incitamento) ma ogni 
provocazione era inutile, perchè la speranza del trionfo 
e l'ira di tutto il possibile ardore gli accendevano. Ed 
intanto ora 1' uno da una parte, ora Y uno dall' altra 
stramazzava in su l'arena, e la caduta dell'uno o del- 
l'altro rabbrividiva le parti alle quali apparteneva. Non 
andò lunga ora che i campioni de' cittadini erano tutti 
distesi estinti sul campo: sette ne giacevano ancora di 
quelli de' Valvassori, V ottavo reggevasi a stento in 
piedi trafitto a morte, il cjuaIp £va pochi giorni, dopo 
avere saggiato il calice della vittoria, gloriosamente 
spirò; ed i prodi Logèro da Gavardo ed Aribaldo da 
Castiglione, illesi e franchi uscirono di lizza sudanti 
trionfale sudore, assordati dai plausi dell'esercito amico 
e cinte dai Valvassori le tempie di serti assai più 
brillanti, che nou quel 1 !, che a detta di Pindaro sole* 
vano gli antichi Greci dispensare ai vincitori nei giuo- 
chi olimpici, negli istmiaci o negli elei (i). 



(i) Decerti ex parte electi fuerunt de fortissimis exercitus 
et a suis ductoribus animati in prelium exierunt ante duorum 
exercituum conspectum. Prelium factum fuit singulari animi 
éonstantia *x utraque parte* in quo omnes campione* d* parti 



io4 LIBRO QUINDICESIMO 

' § 16. Il capitano de' Milanesi credendo essere perle 
^°P° pattuite condizioni e per V esito del certame composta 
noijo ogni dissenzione, il dì seguente quello della enarrata 
uoò. sfida, avviossi insieme co 5 suoi verso Milano. Don Ar- 
diccio, stipulando i patti di quella tenzone aveva om- 
messo T articolo interessantissimo della franchigia da 
concedersi dal comune di Brescia agli Arimanui, per 
ottenere la quale si erano quelli con tanto ardore in 
soccorso dei Valvassori adoperati. Scusavasi egli d' es- 
sergli queir articolo sfuggito di mente; ma è ben fa- 
cile che quello scaltro lo abbia trascurato ad arte, 
onde avere plausibile motivo di continuare la guerra, 
caso che fossero stati rovesciati i suoi campioni. Spinto 
egli allora dalle giustissime lamentele degli Arimanni^ 
domandò ai Bresciani di poter aggiugnere al trattato 
la condizione ommessa. Quelli che mordevansi già pur 
di troppo le dita per la male riuscita tenzone, gli ri- 
sposero di maniera indignata, e lo provocarono a gua- 
dagnarsi il patto intralasciato con una generale battaglia. 
Il conte Alghisio Gambara, t»hp ppr indole naturale era 
sempre ansiosissimo di cimenti, domandò egli ancora 
in que' frattempi ai Bresciani quaranta mila lire impe- 
riali in pagamento delle spese da esso lui sostenute in 
quella guerra, usando le armi de' Valvassori di Lom- 
bardia delle quali era supremo capitano (i). 



Brissianorum interjecti Jìierunt^ et septem soli de parte Val- 
vassorum: de tribus qui supererant, unus ex vulneribus pan- 
cos post dies mortuus est: olii duo integri remanserunt, qui 
dicebantur Logerus de Galardo, et Heribaldus de Castelliorie. 
Accepti sunt isti cum miro gaudio, et ornni genere laudatio- 
num. Brev. Ree. pag. 58. 

(i) Sequenti die Mediolanenses , ut finito bello, iter cepe- 
runt versus dornum suarn* Set necesse nihilominus fuit, quod 



LIBRO QUINDICESIMO io5 

Il console Scovoli vedendo i Bresciani minacciati da' 



nuovi e subitanei attacchi, salito un buon cavallo mosse ,h, l° 

( » . ( ! • . 
rapidamente onde raggiugnere 1' armata degli alleati anno 

milanesi e persuaderla a tornare addietro con tutta IloL>< 
sollecitudine. Uscito egli appena per così importante 
motivo dalla città, gli altri sei consoli suoi compagui, che 
erano Domofollo Cazzago, Miloue Sangervasi, Obizzo Poua 
carali, Vitale Palazzi, Bonfabio Biemmi e Filippino 
Vilio, invidiosissimi tutti dell' alta riputazione dello 
Scovoli, il dì 5 ottobre si raccolsero, e di comune 
consenso deliberarono eli assalire il campo di don Ar- 
diccio sul primo sorgere dell'aurora del dì seguente (i). 
Non mancarono però fedelissimi e solleciti confidenti, i 
quali corsero a significare a don Àrdiccio il concertato; 
ed egli, comunicata tal cosa agli altri più distinti ca- 
pitani del suo seguito, preparossi alle difese. Distribui- 
tesi i sei consoli bresciani le squadre dell'esercito, per 
quanto quattamente poterono, innanzi che apparissero 



universa fieret pugna prò consequenda pace. Dmiserat Ardi- 
ciuspacto Valvassorum addere illud Arimannorum, sicuteis in 
principio belli promiserat; et isti ferociter Ardicio petebant, 
ut eis pariter compierei de quo se obligaverat. Quurn Brissiani 
tristitia et ira pieni essent propter hvf elicti atem suorum Cam- 
plenum^ ipsi ferociter rejecerunt quod prò Arimannis posfulavti 
ArdiciiiS) immo prò Arimannis eum ad universam provocave- 
runt pugnam. Tum Alghisius occasionali belli querens 3 misti 
qui quadra ginta millia Lib. Imp. Brissianis postular ent prò 
impensi s belli, quas vieti semper victoribus tenebantur , aliter 
ipse solila, eum sua Liga, bellum iniret cun Brissianis. Bre\% 
Iìec. pag. 58. 

(i) yJb sente Paterno, ejus sodi Vexilliferi, pessima invidia 
adi contra ejus virtutem, inier se deliberaverunt, tempore no- 
ctis, et nascentis lucis sequenlis dici, qui erat sextus ineuntis 
Delubri s, improvvisum Valvassorum castri s inferre assaltunu 
Brev. Ree. pag. 5g. 



^^ to6 LIBRO QUINDICESIMO 

~i primi albori del giorno seguente le condussero ad 
D°P° assaltare il campo nemico. I capitani de'Yalvassori, già 
anno per gli avuti avvisi approntati a queir attacco, valo- 
no6. rosamente si sostennero. I consoli bresciani, onde inga- 
gliardire l'animo de' suoi, fecero spargere voce, che: lo 
Scovoli era già poco lungi col reduce soccorso degli 
alleati milanesi: quella dicerìa diede altissimo eccita- 
mento alle schiere bresciane, sicché rompevano al cozzo 
con disperato ardire. Brillò pienissima finalmente la 
luce del giorno, e don Ardicelo ed il conte Alghisio 
erano sul puuto di uscire V uno a destra e V altro a 
manca, e di irrompere contro gli assalitori; quando i 
consoli Sangervasi e Poucarali, precipui promotori di 
quel cimento, punti all'ira per la inaspettata resistenza, 
diedero una corsa intorno al campo, e veduto che una 
parte del vallo non era guardata che da pochissimi, 
spinsero issofatto contro quel tratto tutte le milizie da 
eglino due capitanate, e strammazzati i pochi difen- 
sori, penetrarono gli steccati. Tutta 1* armata de* Bre- 
sciani allora slanciossi a quel valico, e superata grati 
parte del campo ostile, uè diede ad altissima tiepi* 
dezza il rimanente ({)♦ 



(i) Set admoniti in tempore fuerunt Ardicius et Alghisius, 
qui conlra omne se paraverunt periculum. Ora determinata*., 
Vexillvferi in multo silentio ostium accesserunt castra.... Post 
parum timoris in guaitis, cito advenientibus Ardicius, et Al- 
ghisius omnia bene provisa fuerunt. At V exilliferi ad augen- 
dum militum animum.... divolgaverunt exercitum Mediolanen- 
sium accedere.... Tum Milo et Obizzus qui temerarii incepti 
primi auctores fuerant) desperalione acti y castra circumierunt % 
et observato quodam loco parum defensionis esse y qui a pu- 
gna longe eraty hibi cum omni Jbrlia irruerunt } et cesis guai- 
ti*, in castra irruperunf. Brev< Ree. pag. 5g. 



LIBRO QUINDICESIMO 107 

Don Alliccio, all'aspetto di un tanto pericolo, si ~ 
trasse dal farsetto un crocifisso, e declamando giurò; ~! 0| ( ? 
che avrebbe fatto erigere in quel luogo un tempio, se anno 
ivi dal cielo gli fosse stata concessa vittoria (1). Dopo ** 
ed egli ed ì capitani Gambara, Martiuengo e Brusati, 
si diedero di tutta lena a rinfrancare lo spirito delle 
esterrefatte milizie, e le riordinarono. Fu allora per 
quelli bella ventura che le soldatesche bresciane, dopo 
entrate in parte degli accampamenti ostili, invece di 
continuare con impeto la persecuzione degli inimici, 
bramosissime di spoglie si sbandarono, onde mandare 
a sacco i padiglioni occupati» 

Così avuto campo i Valvassori di riordinare V eser- 
cito e di approntarlo a respingere i troppo cupidi dì 
predagioni, il conte Alghisio, di concerto con gli altri 
capitani suoi cousorti, partì rapidamente e passò ad 
aggredire i padiglioni nemici, che erano poche miglia 
discosti, e difesi solamente da circa ducento soldati. 
Disperse quelle custodie, saccheggionue le tende, poi 
Hiaudolle a fuoco. Intanto don Ardiccio, il conte Mar* 
tinengo e Brusati respinsero le osti dal loro campo e 
le percossero con gagliardìa. Quando alzatesi le fiamme 
del campo de' Bresciaui incendiato dal conte Alghisio, 
e levatisi per aria globi immensi di fumo intrecciati 
di vagolanti scintille, Y esultante esercito de* Valvassori 
proruppe in altissime esclamazioni di gioia, ed inorri- 
diti i Bresciani diedero rapidamente le spalle, I consoli 



(1) Ardicius e pectore suo Crucifixi extrahens imaginem, 
ei votum fecit magnificarti erigere ecclesiam si victus non es-> 
set: inde ipse et Alghisius ceterique ductores ad remittendos 
militum animos omni vi tenderunt. Felix eisjiiit, quod Bris-< 
sianiy derelicta pugna, ad populandum per castra se disverse-* 
runL Brev. Ree. pag y 6o f 



io8 LIBRO QUINDICESIMO 

"— ^ Sangervasi e Poncarali, sdegnosi di sopravvivere alla 
Dopo vergogna di una sconfitta, si slanciarono da disperati 
hudÒ dove era più folto il corpo degli inimici, e di entre 
11 ùO. dimenavano di tutta furia il ferro, caddero ambidue 
esanimi sul campo (i). Gii altri, fuggendo, incapparono 
nelle schiere capitanate dal conte Alghisio, che torna- 
vano dal dato incendio: e così percossi e di fronte e 
da tergo cadevano miseramente. In tanto scompiglio, 
Oldofredo da Iseo, capitano intrepido e prode, rimise 
in ordine circa due mila Bresciani, ed apertosi eoa 
quelli il passo attraverso alle forze nemiche, salvi li 
ricondusse in Brescia: e ne fu gran ventura, perchè 
quasi tutto il restante dell'esercito cittadino rimase iu 
queir occasione vittima miserabile sul campo (2). 



(1) Algìiisius posiquam omnes res vldit restitutas , castra 
ostium invadere ipse deliberava. Approbante Ardicio, ipse 
cum sua gente a parte adversa de castris exiit , et ad castra 
ostium cursu abiitj que quum ducentorum militum sola defen- 
sione fui ss ent, subito capiuntur, et ipse ille parti ignem injecit 
que maxime a pugnantìbus conspici posset. Interim Ardicius 
ostibus superior factus , eos cum multa cede expulerat e ca- 
stris, et in campo preliabatur cum Victoria. Fiimum ignis vi- 
dens exclamavit ab Alghisio castra ostium capta esse, que res 
tanto terrore Brissianos perlerruit , ut eodem momento terga 
verlerent: Milo, et Obizzus superere nolentes eterne infamie 
in medios ostes se projecerunt, hubi interfecti sunt. Brev. 
Ree. pag. 60. 

(2) Solo duo millia strenuorum militum Uldufredus de 

Iseo, vir mirabilis animi, illos ardenlissimis verbis animavit, 
et eos se sequi jubens , ipse primus in ostes irridi, et omnes 
sequentes imp etimi ejus sibi viam aperuerunt per medias ostium 
scaras, inde firmi in ordinantia et in armis iter ingressi sunt 
versus Brissiam, hubi sine ulta molestia omnes incolumes 
pcrvenerunt. At ceteri prope omnes interierunt. Brev. Ree. 
pag. Go. 



LIBRO QUINDICESIMO 109 

§ 17. Non è possibile dipingere quanto sgomeu- - — — 
tasserò i cittadini, e di quante maniere tumultuassero J? ]! 
ali* udire Y annunzio di quella funestissima rotta. Basti anno 
per tutto, che il cardinal vescovo ed i più caldi suoi IIot> * 
fautori, presi da orribile spavento, fuggirono dalla città, 
trepidando di essere dal furore del popolo trucidati. I 
più. ardenti erano già per dare a fiamme per ab- 
battere il palazzo del vescovo e le case di quanti lo 
avevano favoreggiato : quando il console Scovoli torno 
per buona ventura in Brescia, reduce dal richiamo delle 
truppe milanesi. Quantunque quel console fosse uno egli 
ancora degli aderenti al partito del vescovo Àrimanno, 
siccome però e pel vero amore di patria e per la nota sag- 
gezza, e per l'esimio valore era egli riputatissimo, fu dai 
cittadini accolto con dolce riverenza, e valse egli solo 
a rimettere ad un tratto a tranquillità ogni tumultOé 
Diede egli ai cittadini sicuro avviso che gli alleati mi- 
lanesi tornavano a loro difesa, e che erano già vicini (1). 
A queir annunzio i più frenetici salirono su per V erta 
del colle del castello o sulle torri, dalle quali vedette, 
scoprirono vicini i reduci commilitoni, e con pazzo en- 
tusiasmo volsero ad un tratto da una trascendente dispe- 
razione a brillamenti di gioia. 



(1) Dici non potest in populo Brissie quantum terroris ex- 
citalum fuit> Harimannus ejusque jautores omnes fugerc su- 
bito debuerunt) ne a furente populo discerperentur , et peri- 
ciilum erat ne igne comburer ent casas eorum.^ risi Paternus in 
tempore advenisset. Licet ipse inter partitarios Harìmanni 
abìtus esset, in stimma tamen onoranda haput populum erat 
propter famam sapientie^ et fortitudinem prudentie.... Ejus'pre- 
sentia tantum sedavit tumulili s , et nuncius quem ipse attil- 
liti Brissiam redire Mediolanentium exercitus, Brev. Ree. 
pag. 61. 



no LIBRO QUINDICESIMO 

- " ' " """ Il console Scovoli che era personaggio bramosissimo 
£°P° del pubblico bene, conobbe, che per essere lontano il 
anno vescovo ed i suoi fautori i più ardenti, era quella 
jioó. l'occasione propizia per tin trattato di pace; per que- 
sto di concerto con gli altri consoli suoi compagni, e 
colle magistrature della città, addirizzò un araldo a 
don Ardiccio domandando il permesso di addirizzargli 
ambasciatori. Rallegrossi egli a quella domanda, e date 
sul fatto al messaggio le carte di salvacondotto per gli 
ambasciatori ricercate, e raccomandatogli di confortare 
il suo committente con buone speranze, lo rinviò. Resi 
da quello appena allo Scovoli gli avuti riscontri, quegli 
spedì il prevosto de' monaci di s. Salvatore, ed il par- 
roco della basilica di s. Andrea, non a proporre, ma 
a domandare ai capitani de* Valvassori le condizioni 
per un trattato di scambievole pace (i). 

§ 18. Don Ardiccio ed i consorti suoi, giovatisi del 
breve tratto di poche ore, estesero gli articoli del trat- 
tato che furouo, primo: che non dovessero più essere 
turbati i Valvassori da chicchessia nel pacifico godi- 
mento dei diritti feudali, de' quali erano stati istituiti 
in possesso dai vescovi di Brescia. Secondo: che gli 
Arimanni per decreto dei pubblici magistrati dovessero 
essere aggregati ai medesimi privilegi, ed aggravati 
dei medesimi tributi, che godevano e pagavano ancora 
gli altri abitanti la provincia. Terzo: che debbano es- 
sere incendiati tutti i processi fatti contro qualunque 

(1) At Paternus illum proxime pacis certa spe consolabatur: 
et ad postulandam Ardiciò misit licentiam, un Comune Bris- 
sie Ambaxadores mittere posset: et ea consequuta cum istis 
verbis, ut bono animo esset, et bene speraret y missi sunt Prep. 
s* Salvatoris, et Presb. S\ Andree ad petendum que esse de- 
berent pacta, et conditiones pacis. Brev. Ree, pag. 61. 



LIBRO QUINDICESIMO in 

"Valvassore oc! Àrimanno, ed incendiate insieme le sen-^5™™ 
tenze contro i medesimi prodotte, e ciò non per titolo ^P? 
d'indulgenza, ma per debito di giustizia. Quarto: che anno 
sieno pagate al conte Àlghisio Gambara trenta mila fI 
lire imperiali in rimborso delle spese da esso lui soste- 
nute pel mantenimeuto delle soldatesche della lega dei 
Valvassori di Lombardia: dieci mila delle quali si deb- 
bano dal comuue di Brescia sborsare all'atto dell' istru- 
mento, e le altre venti mila si abbino a pagare ia 
quattro eguali rate al compimento di ogni anno dei 
quattro prossimi consecutivi; ed in cauzione di tale 
comma gli sieno per intanto consegnati trenta ostaggi 
a pieno suo piacimento. Quinto: Finalmente, che il 
cardinale vescovo Àrimanno, precipuo fomentatore di 
una tanta guerra civile, abbia ad essere condannato a 
tre anni d' esilio, e costretto a stanziare cinquanta mi- 
glia lontano dagli ultimi confini della provincia; che 
in sua vece abbia ad adempire frattanto le veci epi- 
scopali il parroco del duomo e vescovo suo coadiutore 
Villano, al quale in riconoscenza delle occorrenti fatiche 
«ia concessa la terza parte delle rendite episcopali (i). 



(i) Pacis pacta ista esse, quod Vahassores in pace perpe- 
tua, et sine lilla inquietudine sicut ante hanc guerram possi- 
derent fetida episcopatus; quod Comunitas Brissie Arimannis 
eadem Vahassorum conceder et privilegia, ita ut ullam, nee 
in corpore nec in re, pubblicani dationem persohere aberent; 
quod abrogati essent omnes processus , omnia banna contra 
Vahassores , et Àrimanno s , et quemqumque eorum nemine 
excepto; quod Àlghisio, et Valvassoribus suis auxiliaribus 
prò guere impensis triginta millia librarum Imp. per solver en- 
tur: decem millia de presenti, et quinque millia de futuro ter- 
mino quatuor annorum, et prò cautione essent triginta obsides 
ad placitum Alghisii. Quod fons et origo hujus guere Episc. 
Harimannus i* absentia starei a civitate Brissie per tres on- 



G C 

,'tnno 

i to6. 



in LIBRO QUINDICESIMO 

Erano ansiosissimi i cittadini del ritorno degli av- 
* } °P° v ; a ti ambasciatori, onde intendere da quelli a quali 
condizioni dovessero eglino sottomettersi per avere la 
pace; e siccome erano stati sgomentati altra volta dai 
patti artificiosamente falsificati dal vescovo Arimanno, 
si aspettavano di dover essere sforzati a servitù. Ma 
giunti quelli fra nou molto, e pubblicato l'elenco delle 
condizioni avute dai Valvassori, conobbero tutti aper- 
tamente, che considerato lo stato delle cose, que' patti 
erauo moderatissimi; e convocato tantosto il consiglio 
generale, furono di pubblico consenso accettati e sot- 
toscritti. Ed in quella adunanza medesima furono pro- 
mossi al consolato di Brescia per V anno seguente don 
Ardiccio degli Aimi ed Oprando Brusati, anzi don Àr- 
diccio elevato al grado di priore, ovvero di primo 
console (i). 

Segnato appena dal consiglio generale di Brescia un 
atto cosi importante, il console Paterno Scovoli, addob- 
bato delle divise dell'alto suo grado e seguitato da 
decoroso accompagnamento, mosse al campo ostile a 
presentare a don Ardiccio il documento del trattato di 
pace regolarmente sottoscritto, e le patenti di promo- 
zione al consolato per l'anno seguente, una diretta a 
4 don Ardiccio, l'altra ad Oprando Brusati, e distinguen- 
doli secondo il diverso grado dei medesimi. Fu lo Sco- 



7205", et non minus quinquaginta milliariis a finibus episcopatus 
Brisslaniy et quod Villanus Archiep. majoris eclesie adjutor 
Harimanni in Episcopatu electus esset , et ratio ei fieret de 
tertia parte reddituum Episcopatus. Brev. Ree. pag. 62. 

(1) In generali Concilio approdata fuerunt ista pacta, et in 
ipso Concilio proximo anno electus fuit Prior Consultali Ar- 
dicius , et de sociis ejus in Consolatu Oprandus. Brev. Ree. 
pag. 62. 



LIBRO QUINDICESIMO n3 

voli accolto con le onoranze dovute all'alta sua di- ^ ,l ^~ 
guità e merito; e si pubblicò solennemente all' esercito Dop° 
la pace stipulata. Il dì seguente, che era presso la arHJO 
metà dell'ottobre 1106, don Ardicelo, i conti Gambara uoo. 
e Martiuengo, il Brusati e tutti i più distinti ufficiali 
del loro seguito entrarono in Brescia a stringere le 
destre amiche degli amicati cittadini , a dividere con 
essi loro i baci della patria tenerezza, a godersi le gioie 
del pubblico entusiasmo; e di tale maniera ebbe oramai 
il sospirato fine una guerra patria, esiziosissima, tre- 
menda (i). 

§ 19. Mentre i Bresciani negli anni pur ora trascorsi 
guerreggiavano, il vescovo Arimanno ed ì consoli suoi 
partigiani, lasciate in uon cale le costituzioni contro gli 
usurai emanate da don Ardiccio, quando occupava il 
consolato, e ciò facilmente per solo odio dell' istitutore 
delle medesime; e succeduta poscia un* estrema pubblica 
indigenza, quelli che erano per lo innanzi accostumati 
a livellare le somme a capestro, quantunque con tutta 
sicurezza cantate, avevano ravvivata l'usura, e gio- 
vatisi delle dolorose circostanze, spinta la avevano sino 
ai massimi eccessi. Riasceso appena don Ardiccio lo 
scranno curule, richiamò alla debita osservanza le co- 
stituzioni trasandate; costrinse gli usurieri a sborsare Anno 
sul fatto le somme indebitamente concusse, dal che ri- 



(1) Paternus ipse in Vahassorum perrexit castra, secum 
Jerens pacia subscripta, et paginam de Ardicii elcctione ad 
Priorem Consulum. Cum majori onorantia acceptus est tantus 
vir, et pax exercitui pubblicata , inde per omnia loca. Ardi- 
cius cum Alghisio, Com. Albertus cura Oprando et procéris 
Vahassorum Brissiam venit, et ad portam obviam facta om- 
nia Concilia, universus populus , stimma letilia et laudatione 
acceptus fuit. IIujus guere iste exilus fuit. Brev. Ree. p. 62. 

Yol. 111. 8 



Ìt4 LIBRO QUISDICESiMO 

scosse circa dodici mila lire imperiali, le quali furono 
Dopo date ad Alghisio Gambara in conto di quanto era egli 
anno' ceditore per gli articoli del trattato (i). 
1107. Adelougo da Concesio e Adamo da Ome, ambedue molto 
doviziosi j e nati fatti per accumulare di qualunque ma- 
niera tesori, nel tempo della guerra civile pur ora de- 
scritta, per contratto fatto col comune, riscuotevano le 
pubbliche gabelle; e per altro contratto collo stesso comune 
avevano assunta l'impresa di tenere provveduta l'armata 
dei Bresciani di quanto le poteva abbisognare; ed oltre di 
questo avevano assunto ancora l'impegno delle condotte 
dei generi al campo, del trasporto dei feriti, ecc. ecc, 
col patto però che caso i condottieri dei generi fossero 
lungo il viaggio aggressi e spogliati dagli inimici, do- 
vesse il comune pagare ad essi i convogli rapiti, co* 
me fossero stati ricevuti dagli ufficiali de' magazzeni del 
campo. Giovatisi que' due di quel patto, quando i con- 
vogli erano realmente aggressi dagli inimici e danneg- 
giati per cento, presentavano al comune una nota di 
danneggiamenti per mille, e ne ripetevano pagamento; 
ed altre volte spedivano eglino stessi alcuni masnadieri 
da se medesimi prezzolati ad aggredire i carriaggi, e 
con un giuoco di audacissime furfanterie moltiplicavano 
a piacimento il finto danno per esserne rimborsati; indi , 
facevano per altri mezzi tradurre i generi medesimi 
al campo, dove avuta dai custodi de' magazzeni la ri- 

(1) Tempore quo Ardicius bannltus erat, usurai suam pes* 
simam industriam reciperant ; et quum islud tempus multe in* 
difenile fuisset malum de usuris creverat, ut primo nil curante 
TlarimannOs Ardicius ipso primo die quo suam potiilt exercere 
potestatcm cantra eos fecit judicium, et in graviorem penam 
ipsas capitale s dcvolvit sortes, ex quo co Ile gii circa duodecim 
millia Lìb* Imp. per.solvcnda Alghisio. Brev. Ree. pag. 65. 



LIBRO QUINDICESIMO n5 

oevuta delle consegne , se li facevano per la seconda — 
volta pagare. Edotto il vescovo Arimanno di quelle ^°P° 
frodi, le denunziò al consiglio della Credenza; ma quella armo 
pubblica assemblea credette opportuno il fingere di ll0 7* 
ìion saperle, onde non irritare que' doviziosi impresari, 
i quali potevano alle volte giovare il comune di gran- 
diose prestanze (i). Così l'opulenza mette alle volte le 
beude sugli occhi a quegli stessi che sono destinati alla 
pubblica vigilanza. Ma il priore de' consoli don Ardicelo, 
uomo superiore ad ogni riguardo, assoggettò que' due 
ribaldi ad un processo giudiziale, dal quale furono 
condannati alla rifusione di ogni danno; e confiscate per 
questo tutte le sostanze di Adamo e di Adelongo se ne 
trasse un prezzo di circa otto mila lire imperiali (2). 
Mentre inferociva l'enunziata guerra, avvennero altri 
incouvenienti. Il vescovo Arimanno, forse per odio di 
don Ardiccio, aveva fatto cancellare la costituzione da 
quello pubblicata Y anno primo del suo consolato, per 
la quale si commetteva che: chiunque non possedesse 
un capitale maggiore di 25 lire imperiali non fosse 

(1) Àdelungus de Concesio, et Adamus de Ome dationes 
colUgebant prò Communi Brissie, et in magna opulenti a ere- 
veruni^ Isti a Comuni Brissie tempore guere omnia viveria 
exercitui conducere tulerant: set in mendacio multi ore s fixe» 
rant illa ab ostibns rapta fuisse : et si vero rapta fuerant , 
latrones erant ad diripiendas parvas providentìas ab ipsis 
missi, inde ipsi damnum in relatione muìtiplicabant. Frati? 
Harimanno delata fucrat, et ab ipso delata Consilio creden* 
tie: set islud offendere nolens illos potentes Datiarios, qui 
solebant in sua prestantia guere neccessitatibus :ubvenire % Un* 
quere rem in silentio voluiL Brev. Ree. pag. 63. 

(•2) Ardicius, penam exigere volens ad Palatium pubblicum 
omnia eorum devolvit bona, quorum venditione octo millia Lib. 
Imp. collegio Brev. Ree. pag. 63. 



1 1 6 LIBRO QUINDICESIMO 

^-^— — tenuto a pagare il testatico:, ed affinchè non fosse pe? 
Dopo questo danneggiato il pubblico erario, la somma che 
anr)0 andava a sperdersi doveva essere distribuita a carico 
110 7- dei ricchi possidenti. Salito don Ardiccio lo scranno del 
priorato de' consoli, non richiamò solo a vigore la co- 
stituzione abrogata- ma per consenso de' magistrati, fa- 
cendola operare ancora di maniera retroattiva, obbligò 
i doviziosi a pagare le somme, delle quali per 1' allo- 
gamento della legge negli anni trascorsi erano stati 
assolti; ed il ricavo venne prontamente distribuito a 
quegli altri che la evocata costituzione proteggeva dal 
testatico (i). 

§ 20. La pietà de' fedeli, seguitando quella ancora 
le variazioni del genio dei secoli, ha avuto in ogni tempo 
la sua moda. La purezza dei principi! e la fermezza 
indomita in sostenerli, hanno coronato di palme eroi- 
che i primitivi cristiani; altri tempi di poi succedet- 
tero, ne 5 quali 1' ansia di brillare in faccia alle genti 
per novità di dottrine traeva ora un fanatico, ora l'ai* 
tro a pubblicare sentenze ereticali, ed aprì di quella 
maniera vasto il campo ai santi padri per rendersi con 
opere gravissime illustri e benemeriti della chiesa. Pro- 
cedendo poscia gli anni, ed erettesi in moda le istitu- 
zioni monastiche, rappresentando però una scena affatto 
diversa da quella calcata per lo innanzi dai Paoli, da- 



(i) Abrogata fuerat ab Barimanno ili a provisio, qua ordì* 
nabatur, quod capltalio per solvi non aberet, nisi ab eis qui 
capitale non abere.nt viginti quinque Lib. Imp. Ardicius illam 
restituita ut anlea fuerat: et insuper ordinare fecit, ut pecunia 
illis restitucrctur, qui obligati non erant; et ista ab eis reci 
peretur , qui persolvere debuisscnt : et ista nullo ob stante fa» 
età fuerunt. Biev. Ree pag. 63. 



LIBRO QUINDICESIMO 117 

gli Anton!, dai Paeomi, dagli Ilarioni _, erigevansì per"~555 

Oirni dove magnifici monasteri, si onoravano di privi- r)o P° 
. . . . . . . G. C. 

legi reali e di opulentissime donazioni; quasi colle le anno 

ampie possidenze ed i placidi riposi de' monaci potes- |l0 7* 
sero agevolare ai donatori gli ardui sentieri del para- 
diso. Succeduto uu altro ordine di tempi, a somiglianza 
di quelle nebbie che si spandono negli ultimi periodi 
dell' autunno, una crassa ignoranza universalmente si 
diffuse, per la quale vennero ottenebrate le virtù, in- 
citate le ambizioni, aperti campi di contrasto fra il 
principato ed il sacerdozio,, sciolto il freno al fanatismo 
delle superstizioni; le quali incalzandosi 1' una coli' al- 
tra, nell' anno che andiamo discorrendo, riboccavano 
per ogni parte ancora in Brescia. 

In questa città sopra le porte maggiori delle case e 
quasi per ogni angolo delle contrade vedevansi dipinte 
sulle muraglie immagini di santi di stranissimo nome 
e di incognita esistenza; a quelle immagini si appendevano 
voti, tabelle, iscrizioni ed amuleti di ogni maniera. 
Ad altri immaginari abitatori del cielo si erano eretti 
altari per le pubbliche piazze, e lasciati in abbandono i 
templi augusti onorati dalle urne dei veri santi e dalla 
presenza immediata dell'unigenito di Dio in Sacramento, 
dinanzi a quei vani simulacri prostravansi a torme le 
genti, e cantilando bislacche cantilene di invocazioni di 
laudi, ne porgevano ai custodi larghe limosiue, e par- 
tivano lietissimi, promettendosi grazie. Don Àrdicelo, 
che quantunque capitano di armate e pubblico digni- 
tario, era però sacerdote, perchè unto siccome tale dei 
sacri crismi dal vescovo Odorico li, ed era uomo di 
fino accorgimento e di bel cuore, rabbrividì alla ve- 
duta di quelle superstizioni; e concertate le cose con 
Yillano vescovo di Brescia, operante le veci dell' esi- 



n8 LIBRO QUINDICESIMO 

^^^^. gliato altro vescovo Arimanno (i) fece cancellare quelle 

Dopo superstiziosamente adorate imagini , fece distruggere 

anno que' vani simulacri, e dichiarò che le sacre funzioni 

1I0 7* non avessero a celebrarsi che dentro i recinti de'tempii 

sacri (2). 

§ 21. Le donne di schiatta nobile sdegnose di ap- 
prossimarsi neppure in chiesa alle donne plebee; di- 



fi) Monsignor Gradenigo da carte i85 alla 2o3 della sua 
opera Brixia Sacra, scrivendo le gesta dei vescovi Arimanno 
e Villano, ha riversate erudizioni a dirotto; ma perchè in- 
nanzi di pubblicare quell' opera non aveva egli potuto avere 
ij campo di leggere il Cronaco Breve Recordationis, scoperto 
pochi anni dopo dall' abate Giammaria Biemmi da Goglione, 
non ha fatto che battere confusamente il bastone per la botte, 
o come direbbono alcuni coltivatori d'infracidato purismo, 
bocciare in fallo. Gradenigo parlando del vescovo Arimanno 
ha descritte eruditamente alcune sue operazioni, ne ha piena- 
mente ommesse molt'altre; e male interpretando un Calendario 
manoscritto, che collegato ad un antico Breviario conservasi 
nell'archivio secreto della cattedrale di Brescia, Calendario, che 
egli ha supposto scritto ad finern secali XIII (Brix. Sacr. p. 98 
nota 40/ e cne dietro accurato esame si conosce, non poter 
quello essere scritto che fra gli anni 1266 e i<iyi. Male iuter- 
prelaudo Gradenigo quei Calendario, ha sbagliato di Arimanno 
fino il nome, e lo ha detto Martino Annanno, il qual Martino 
lo vedremo fiorire fra gli anni i544 e 1049. Parlando poi ivi 
del vescovo Villano ha posposta la sua promozione al vesco- 
vato di Brescia per nove anni dopo che la fu real niente. 

(2) Tempore guere multi Sancii, non plus anditi, intro diteti 
fuerunt: ut s. Simplicianus, s. Magnus , s. Fermulus, s. Da» 
tus , s. Quericus et tolti, quibus in viis et in plaleis erecta 
fuerunt allaria, et multi tudo cujusquumque sexus cantationes 
in eorum cantabat laudatone. Atdicius videns per isla calti- 
quum Sanctorum cultum dereliclum esse, de consensu Villani 
Episcopi destrui jussit illa allaria, et dei functiunes non fieri, 
nisi in solis Eccksiis. Brev. Ree. pag, 03. 



LIBRO QUINDICESIMO 119 

menticato forse il raccontato da Mosè ne' primi libri della ~ ,W1 ^ 8, 
Genesi, o forse no» mai inteso il famoso distico di Pa- Do P° 
liugenio: anno 

1 107. 
»» Si Pater est Adam, si Mater est omnibus TEva, 

» Cur non et omnes nobilitate pares? >• 

sdeguose, diceva, di associarsi colle donne plebee, ave- 
vano fatto erigere in Brescia una chiesa dedicata a 
Maria Santissima, nella quale arrogavausi il diritto di 
entrare elleno sole, e la avevano intitolata: Chiesa della 
Madre di Dio, protettrice della pudicizia nobile (1). 
Un gioi'Bo Obizza dalla Garzia, nobilissima di stipite, 
ma che per essersi maritata a Bonfabio Biemmi, il quale, 
quantunque grande e per virtù e per dovizie e per 
occupate magistrature, era ciò non pertanto di razza 
plebea, ed ella per quel matrimonio aveva deturpato 
il suo purissimo sangue; un giorno, io dico, avendo 
Obizza azzardato di entrare nella chiesa consacrata alla 
Madonna della nobile pudicizia, fu dalle matrone, ivi 
piamente raccolte a bisbigliare orazioni, di ogni più 
villana maniera espulsa. Quell'ingiuria la punse pro- 
fondamente, e dopo avere ripercossi i motti acerbi e 
gli insulti, eoa altri forse ancora peggiori, fatta radu- 
nanza di molte amiche di basso lignaggio, ma noo 
pertanto di ricche ed onoratissime famiglie, presentossi 
con quelle al vescovo Villano, reggente la diocesi, men- 
tre Arimauno per le condizioni della pace era costretto 
a starsene lontano, e dietro sua licenza cominciarono la 



(1) Mulieres de genere nobili Ecclesiam construxerunt^que 
apellabatur Ecclesia Dei Matris super pudicitiam nobilem, 
hubi ipse sole, et non de alio genere ad audienda coagula» 
bantur Divina ufficia. Brev. Ree. pag. 64. 



i2o LIBRO QUINDICESIMO 

— """^ ~ costruzione di ima chiesa sacra alla Madonna della pu* 
Dopo dicizia plebea. Il priore de' consoli don Ardicelo co* 
anno nobbe che la chiesa per le nobili , e quella per le pie- 
II0 7- bee sarebbero state un continuo fomento di scandali, 
di rumori e di patrie dissenzioni: e perciò, giovandosi 
dell'alta sua autorità, emauò un decreto lodatissimo 
da tutti i buoni, pel quale ordinò di cessare dalla ere- 
zione della chiesa da dedicarsi alla Madonna della pu- 
dicizia plebea, e di murare le porte di quella della 
Madonna della pudicizia nobile (i). 

Possibile! che ad una guerra agitata fra uomini, 
guerra che aveva recati tanti danneggiamenti alla pro- 
vincia, ed impinguati ne aveva i campi di tanto san- 
gue, altri contrasti avessero a succedere destati dal- 
l'ambizione delle donne? Fermate appena le chiese delle 
Madonne della pudicizia nobile e popolare, e sedate 
le fazioni fra le donne delle due differenti classi, tutte 
insieme le donne si uuirono e destarono altri rumori. 
Per un decreto pubblicato negli anni trascorsi dal car- 
dinale vescovo Arimanno, era proibito ad ogni donna, 
per quanto ricca la fosse, di non trapassare negli ab- 



(t) Obizia de illustri fami Ha de la Garzia , quia Bonfacìo 
de Billemio plebeje conditionis nupserat, ab iììis nobiìibus de 
Ecclesia expulsa fuit. Verba acerbitatis a nobiìibus dieta f we- 
runt, et ab Obizia illis, que maxime dixit, se pudicam ingres- 
sani esse Ecclesiali?, et virgìnem uni viro nuptam, et viro on% m 
nium nobilissimo: et ista asscniiente Episc. Villano, colleclis 
mulieribus onoralis de condiiione plebis edificare fecit Eccle- 
slam, que appelìarctur Ecclesia Bei Matris super pudicitiam 
pìebejam. At se opposuit Ardicius, ut malo instituto ad divisio~ 
nem augendam inter Nobiles et plebem. Omnia tamen egit ut 
Obizia a nobiìibus recipcrclur: quum in vanum quesiisset, 
pubblico statuto, et laudantibus bonis civibus 9 claudere fecit 
Ulani Ecclesiam. Brev. Ree pag. 64. 



LIBRO QUINDICESIMO iai 

LMiameuti d'oro o d'argento la spesa di cinque soldi ~^^= 
imperiali. E facile il comprendere che Arimanno avrà J^°P° 
emanata quella legge, onde poter egli trovare più anno 
agevolmente oro ed argeuto pei nuovi abbigliamenti II0 7- 
delle milizie, e per supplire con maggiore facilità alle 
spese della guerra. La smania delle donne per gli or- 
namenti e per le pompe ha sempre trapassato ogni 
confine; per questo le Bresciane sdegnosissime di una 
costituzione che loro imbrigliava la passione predomi- 
nante, domandarono regolarmente ai consoli l'abolizione 
di quello statuto. I consoli Oprando Brasati e Paterno 
Scovoli erano disposti ad aderire alle domaude del 
bel sesso; e don Ardicelo, il quale per essere priore 
de'consoli aveva due voti, era di sentimento contrario,. 
Per questo il cousolato non potè dare sopra quell' ar-> 
gomento una sentenza definitiva. Allora le douue irre- 
quiete reclamarono al consiglio della Credenza; quella 
veneranda assemblea, per non irritare veruno dei con- 
soli che sopra tale materia avevano dimostrato di es- 
sere dissenzienti, rifiutossi di emettere sentenza; e per 
questo quella domanda venne prodotta al consiglio 
generale. Le donne della città allora bramosissime di 
ottenere il reclamo di una costituzione che deprimeva 
di troppo la più fervida delle passioui loro, irrequiete, 
frementi percorrevano le contrade di Brescia; e le donne 
del contado accorrevano per ogni parte a crescerne le 
frotte, si introducevano francamente per le case del- 
l' uno consigliere o dell' altro, e con vivissime parole 
e con vezzi e con lagrime ne supplicavano favorevole 
il voto. Radunato quel consiglio, il priore de' consoli 
ascesa la tribuna e presa la parola arringò caldamente 
sostenendo il partito di opposizione a quella femminile 
domanda; dopo di lui ascese la tribuna stessa il con- 



**4 LIBRO QUINDICESIMO 

! ^*?^ sole Scovoli, e declamò in contrario. Ag* 

oc 

Dopo co j bossolo e si raccolsero le fave. Il numero di quelle 
propizie alla domauda delle donne fu superiore alle 
opposte: e così le donne ottennero l'evocazione dell'abbo- 
miuato decreto (i). 

Anno g 92 L a stregonerìa, arte sostenuta per ordinario da 

licb. . . ° . 11,1.1,1 

impostoracci avari, onde trarre dalle altrui dabbenag- 
gini proventi, ha ora in un luogo, ora nell'altro agi- 
tati gli imbecilli di ogni secolo: e le patrie ricordanze 
di que' tempi ne tramandano il racconto di due casi 
di alto romore avvenuti allora in Brescia. Macreta, 
donna di alta considerazione, abitante in Brescia nella 
parrocchia di s. Àgata, aveva fra le braccia un suo 
pargoletto: e scontratasi in Oddolinga da Ceretello, 
quella dopo averla salutata, e festeggiato un pocolino 
quel bambolo, porse a quello al naso uu fiore eccitandolo 
a fiutarlo; l'ebbe quel mammolino odorato appena, che 
cominciò a mandare altissime strida, ed a dimenarsi 



(1) Anno transctcto Harimannus ut in bello omnem pecuniam 
hadiberet , istud ordinamentum f ecerai , ne lilla rnulier ferre 
posset in vestimento argentimi et aurum, quod quartam partem 
excederet Lib. lmperialis. Oprandus Consul tale ordinameli-' 
tum abrogavi proposuit. Patemus socium ejus opinationis se 
declaravit: ai vero Ardicius contrarius stetil. Mulierum multi' 
indo tota die totani ambulabal c'witalem , civium petens vota: 
et in dies augmentabatur earwn numerus, advenienlibus etiam 
de comitalu, Quum in Concilio Credentie nulla dcfinitio fieri 
potuisset, Concilio generali res delata fuit. Multi loqwbantur 
prò et contra ordinamentum. Primi duo dies nil definiri pò* 
tuit: tertius dies, quo statutum omnia negotia esse terminata 

jubebat, Ardicius multis verbis , et magna fortia verborum 
loquutus est prò sustinendo ordinamento. Set Patemus respon» 
dit ma jori fortia verborum, et ita ordinamentum abrogatimi 

JuiL Biev. Ree. pag, 64. 



LIBRO QUINDICESIMO i*3 

furentemente. Macreta opinando che Oddolinga avesse ^ flMttor "^ 
con quel fiore indemoniato suo figlio, presentossi al D°po 
console Ottone Calini, al quale denunziò la supposta anno* 
strega, ed in testimonianza del fatto produsse tre o iuotf. 
quattro donne, le quali tutte deposero con giuramento 
di aver veduto Oddolinga porgere al naso di quel 
bambinello un fiore, e che quegli, appena dopo, erasi 
dato ad implacabili smanie, ed a dirottissimo pianto. 
Oddolinga protestava di essere innocente di ogni ma- 
leficio. Un saggio monaco de' Benedettini di s.ta Eufemia 
visitò quel faneiulletto, e giudicò non essere quello 
turbato che da naturali acciacchi; ma perchè il pre- 
vosto di s.ta Agata ed il parroco di sant'Afra lo dissero 
francamente indemoniato, il console Ottone Calini sen- 
tenziò Oddolinga siccome strega, e la condannò ad es- 
sere bruciata viva. Quella infelice appellò il giudicato 
al priore de' consoli don Ardiccio. Quegli dopo avere 
esaminata quella donna, pronunziò questa sentenza: 
5? Gli spiriti infernali sono soggetti alla onnipotenza di 
«Dio, e non ad altri; sarebbe un ingiuriare all'essere 
» supremo, pensando che abbia egli a dividere quel- 
y> l'alto suo potere con un qualcuno de' suoi soggetti; 
» Oddolinga nou è Dio, non può ella duuque avere 
» posse sufficienti per imporre agli spiriti d'inferno, e 
» per tram metterli ad invadere a suo piacimento le 
» genti. Tale difetto di potere la giustifica dalla ad- 
sì dossata imputazione: io perciò appoggiato a tali 
« considerazioni., giovandomi della autorità a me coni- 
li messa, la dichiaro innocente. ?> Quella sentenza fa 
approvata ed eucomiata a piene voci (x). 



(1) Macreta de contrata s. Agate Oddonì de Calino Coniali 
Obdolingam de Ceietcllo accusavit esse Slricam, que flore querk 



1*4 LIB ^0 QUINDICESIMO 

^ mamam ^ - Un pitocco cremonese, negro la faccia e gli occhi, 
Dopo negro e lungo la barba, e di negre e lacere vesti co- 
anno perto, accattando dall' un paese all'altro era entrato 
Jlob ' io bresciana, e giunto fino ad aggirare Yoharno, Vol- 
evano e que'diutorui. La figura di quell'accattone aveva 
indotte le genti a credere eh' egli fosse un mago. Per 
mala ventura, mentre erano le uve quasi mature e 
prossime le vendemmie, piombò sopra Vobarno ed i 
paesi di quel circondario una tempesta orribile, deso- 
latrice. Uscirono alcuni assicurando, che sulle prime ore 
del giorno di quella sciagura avevano veduto quel 
mendico segnare con una verga magica sul pavimento 
della chiesa di s. Pier d'Eiiano triangoli, quadrilateri, 
romboidi, circoli ed altre figure di ogni maniera, e 
che lo avevano udito pronunziare sopra que' segni in- 
cognite parole» Tanto bastò, perchè quell'infelice fosse 



odorandam [dio suo tradiderat Demonium in ejus corpore im* 
miserat, ut crudelitate into Iterando, tormentarci. Testes prò- 
duxit tres aut quatuor mulieres , que in j tiramento dixerunt , 
se fui s se pre sente s , quando Obdolinga fiìio florem dedit 9 et 
vidisse fiìium ilio ipso momento, quo florem hodoravit, cavium 
fuìsse atrocissimis continuis doloribus. Negante firmìter Obdo- 
Unga, et diccnle filium naluralibus doloribus aflictum esse, 
quidam Monaca s. Eufemie fiìium nullo demone affligi affìr» 
mavit: al Propositus s. Agate, et Custos s* Fau stini de con* 
travio affirmaverunt, et Consul sentcntiam pronunciavit Obdo- 
lingam esse Stricam, que viva igne combusta esse debebat. 
Sententie apellatio facta fuit ad Priorem Consulum Arcìicium, 
qui sine lilla alia inquisilione de /ilio a Demone vexato, post 
pauca verbo. Obdolinge dieta, enunci avit prò innoetntia, et 
onorantia ejus: et dixit, solius Dei esse potestatem , et non 
homi ni s ejus immi tendi Demonium in corporibus hominum ad 
eorum tormentimi. Et istud judicium multa laudatio sequuta 
fuit. Brev. Ree. pag. G5. 



LIBRO QUINDICESIMO i»5 

creduto lo stregone incitator della tempesta. Fa pietà g - - 
dell'Ai tissimo che il supposto mago non fosse mandato ]^ P? 
a brani dal pubblico furore: cinto però di pesantissime anno 
catene, scortato da lunga e minacciosa ciurma, fu con- II0 ° # 
dotto a Brescia e presentato a don Ardiccio, il priore 
de 5 consoli. Quegli dietro approvazione del Consiglio 
della Credenza, considerati i gravissimi danni recati 
da quella grandine, assolse Vobarno, Volciano ed i 
paesucci di que' dintorni da ogni pubblico tributo per 
tre anni avvenire, e così rimandò contenti alle case 
loro que' frenetici; soccorse indi con generose limosiue 
il negro accattone, e libero rimandollo a'suoi paesi (i). 
§ 23. Fino dai primi tempi che cjuesta provincia 
aveva comincialo a reggersi di maniera repubblicana 
erasi emanato uno statuto, pel quale decretavasi che 



(1) Curtes de Volciano , et de Bovarno die octavo intrante 
Seplembre tam orribili grandine manufacte fuerunt, ut cimeli 
fructus essent deslructi* Hoc malum de opere Striconum ere* 
ditum fuit. Forte ih illis partibus erat mendicus Cremonensis, 
qui cjuum nigri coloris esset, tetre faciei, barbe lunge et ni* 
gre, d'ictus fuit ille Strico, qui demonio rum manu sub sua pò- 
testale Ulani sublevassct tempestatemi Fuit s qui dicerent mutino 
illius infelicis diei illuni vidisse ad Ecclesiam s. Vetri de 
Eliano cum magica virga in terra describere circulus, et sca* 
las, et terribiles figuras designare, et pronunciare verba inau- 
dita, et lunga; et super islas voces a furenti!) us Cortisianis 
captus parum abfuit quia ab eis discerperetur. Onustus catenis 
Brissiam ductus fuit pluribus armalorum circumìtus millibus, 
et concurrente ubique muUitudine , et clamante quod morte 
crudelissima mori ficret. Àrdicius post paucas interro gallone s 
illum dcclaravit innocenlem, et multa pecunia in elemosina el 
persoluta dimisit in liberiate. At vero ad dolorem consolai%dum 
pre damno grandinis illas duas curtes per tres annos ab omni 
datione et tributo in Concilio Credentie absolvcre feciU Brev. 
Ree. pag> 65. 



isG LIBRO QUINDICESIMO 

ma ammm tu ^ ; ns ; eme ; cittadini e gli abitanti il distretto aves- 
Dopo sero voce e voto ne' pubblici consigli, e potessero in- 
nnntì dilierentemente essere y promossi a qualunque dignità o 
1108. magistratura. Ma il cardinale vescovo Arimanuo aveva 
fatto aggiugnere a quella costituzione un articolo, pel 
quale, quantunque potessero avere suffragio ne' cousigli 
ancora que' Bresciani che dipendevano da estera diocesi, 
quelli però erano esclusi da qualunque magistratura o 
dignità; e da quell'accorto prelato erasi fatto aggiu- 
gnere un tale articolo, affinchè gli abitanti di quei 
paesi tentassero ogni maniera per essere staccati dalla 
diocesi estera ed aggregati alla sua. Il dì 22 marzo 1108, 
quelli da Scovolo, da Padenghe, da Desenzano, da Poz- 
zolengo e di altri paesi vicini, che fino d'allora apparte- 
nevano alla diocesi di Verona, giovandosi dell' assenza 
del vescovo Arimanno, e della protezione del console 
Paterno, cittadino di Brescia e feudatario di Scovolo, 
presentarono una supplica al consiglio della credenza, 
domandando di essere egliuo ancora dati a parte di 
que'diritti che godevano gli abitanti di ogni altro paese 
della provincia. Il consiglio, dopo avere considerato, 
che quantunque gli abitanti di que' paesi appartenes- 
sero ad estero vescovato, erano però civilmente gover- 
nati dai magistrati di Brescia, che a Brescia pagavano 
i pubblici tributi, che prestavano a Brescia i ser- 
vigi militari, fece grazia alla domanda da quelli pre- 
sentata (i). 

(t) Primo tempore,... or dinamentum fuerat factum s ut qui 
ile extranea Parodila erant, et semper in Comitatu ahitabant, 
possent quidem in Concìlio comunitatis ballotam abere s sed 
nuìlurn honorem, ac potestatem petere : et hoc stalutwn fuit 
suadente Harimanno Episc. ut illi abitatores omnia agerent 
que posscnt, ut ad Parrochìam Brissianam translati essent. 



LIBRO QUINDICESIMO 127 

Pochi giorni dopo Emiglio Emigli ricco e potente "'-' 
signore bresciano fu da un proprio schiavo massacrato Dopo 
a tradimento nel suo proprio letto. Vigoreggiava al- anno 
lora una vecchia crudelissima costituzione, emanata però * I0 °* 
onde costringere gli schiavi a vegliare gelosamente la 
vita del padrone, per la quale era condannato al ca- 
pestro qualunque schiavo appartenesse alla famiglia o 
abitasse le case del padrone ucciso. Il morto Emigli 
aveva da sessanta schiavi fra maschi e femmine, vecchi, 
adulti e fanciulli; e quantunque, trattone uno solo, 
fossero tutti dell' eccidio del padrone iunocentissimi, 
dietro quella barbara costituzione tutti dovevano essere 
consegnati a messer lo boia per essere appesi alle forche. 
Il priore de'cousoli don Ardicelo che abborriva alta- 
mente tutto ciò che ripugua alla giustizia ed alla na- 
tura, il giorno 5 aprile radunò il consiglio della Cre- 
denza , nel quale arringò contro quella costituzione, e 
ne ottenne abolimento; e così, percosso il solo reo, tutti 
gli altri schiavi appartenenti alla famiglia dell' ucciso 
signor Emigli, la scamparono salvi (i). 



Curtes de Scovolo, de Desenziano , eie Patengulis, de Puzzo* 
lengo, et alle eie Dejocia V Granenti, f avente Paterno, qui de 
Scovolo natus erat fieri postularerunt ad partem, sìcut omnes 
aìii cives, omnis juris et ditionis Comunis Brissie. Die 9 exeunie 
Martio MC octavo postulalo eorum in Concilio Credentic expo* 
sita fuit, et Paternus multa verbo rum virtute instavit, ut esset 
approbata. Licet nemo singulariter se opponere audilus fuit , 
multi tamen audiebantur varia opponente s : et certe provi sio 
rejecta fui s set, ni si Ardici us verba Paterni resumpsisset, ed 
addenelo quod in Conci liis sola pubblica utilitas re spici debe» 
bat, ipse assequulus est, ut provisio plurimorum votis admissd 
fuisseL Brev. Ree. pag. 66* 

(1) Milus de Mi Ho civis dives etpofens in ledo a servo suo 
interfectus fuit. Mos antiquus erat, ut quecumque servorum 



128 LIBRO QUINDICESIMO 

&*m — ^ 2 ^ # Compiendo fiaalaiente il giugno 1108 si riu« 
f)opo novarono i consoli , ed a quelli che scendevano dallo 

G C. . .. r •' • i 1 

Bnnò scranno, 1 quali per iortuite vicende lo avevano oc- 
1108. cupato sei mesi più dell'ordinario, il dì di san Pie- 
tro ne successero cinque, e furono Ricciardo Soncini 
priore, Brigaguerra e Cicamica, uomini di ben co- 
nosciuto valore (i) ? Bonfabio Biemmi, del quale già 
più volle si è detto, e VernegaDò Torroceni personag- 
gio di somma integrità. Occupavano quelli da pochi 
giorni il consolato di Brescia, quando Berardo Sar- 
gnani nipote di don Ardiccio, perchè nato da una sua 
sorella, giovine di mediocri fortune, ma che per one- 
sta condotta a ve vasi guadagnato buona riputazione, e 
lontano parente di Guarnieri da Puignago, uomo dovi- 
ziosissimo, decrepito, e senza alcun erede necessario; 
il giovine Sargnaui vinto dal desiderio della eredità 
di quel vecchione, dietro grandiose promesse trasse x\l- 
degrasso giudice, Arnolfo cancelliere, Bodrado notaro 
ed altre persone a distendere e sottoscrivere un atto 
testamentario, stipulato dietro tutte le scrupolosissime 
forme notarili di que' tempi : per mezzo del quale ro- 
gito assicuravasi, che Guarnieri da Puignago aveva 



fantìHa, qui in eaclcm casa morabantur, in qua Domintts oc- 
cìsus fuerat, ad mortem duceretur. Die 5 ineunte aprili con- . 
vocato Concilio Credentie multi de Consìliariis antiqui moris 
tenere severitatem volebant. At solita sua clemeniia adversatus 
est Ardici us prò defensione i fino cent um 9 et obtinuit ut pubblico 
Ordinamento il le mos abrogatus esset. Brev- Ree. pag. 67. 

(1) Die 5. Vetri 1108 Prior Consulum eleclus fuit Ricardus 
de Suncino.,.. Brigaguerra, ci Ciccamica, qui preterito bello 
magnani e stimati onem adepti fucrant.., . Bonfadus de Billiem- 
mio..., et Vemegallus de Turroceni . .. . homo s unirne inte- 
gritatis. Brev. Ree. pag. 67, 68, 70. 



LIBRO QUINDICESIMO lag 

istituito erede di tutte le sue facoltà Berardo Sargnani; 1 - 1 ^-^— 
a queir atto si sottoscrissero siccome testimoni il giù- P,°P? 
dice Aldegrasso, Arnolfo cancelliere e molte altre per- ann ò 
sone, ed in fine il notaio Bodardo segnò la marca del iioo. 
suo tabelliouato. Scoperta da alcuni quella tristissima 
fraude, ne furono denunziati i rei al consiglio della 
Credenza. Fattosi per ordine di quel magistrato accu- 
rato processo, si rilevarono veramente colpevoli del 
fatto Aldegrasso, Arnolfo, il notaio Bodardo ed alcuni 
altri testimoni, i quali tutti furono condannati ad esi- 
gilo perpetuo, spogliati di ogni avere, e confiscati i loro 
beni; e dietro le intercessioni di don Ardiccio, suo ni- 
pote e promotore di quel reato, Berardo Sargnani fu 
assolto da ogni pena (i). Io lascio che ognuno giudi- 
chi a pieno suo piacimento se il debito rigore usato 
da quel magistrato contro alcuni di que' colpevoli, e 
la somma indulgenza concessa dal medesimo al prota- 
gonista di quella reità, per essersi lasciato condurre 
pel naso da una potente intercessione, sia opera che 
meriti lode o biasimo. 

§ 25. Guido Calcherà ed Alcherio Concesio, uomini 
di larghe dovizie, ma di scarsa riputazione, ambivano 
ambedue di ascendere lo scranno del consolato; siccome 
però conoscevano eglino stessi che nou vi sarebbono 
stati così facilmente promossi, si comperarono a prezzo 
d'oro il voto di molti di que' cinquanta, ai quali spet- 
tava 1' elezione dei consoli; e dietro così sporco mer- 
cato lo ottennero: ma fu il loro consolato un consolato 



(i) Hoc sedere probato, Aldegrassus, Arnulphus, Bodradus, 
et ceteri alii damnati hanno perpetuali fuerunt, et bona eontm 
fisco adjadicata; set Berardo, intercedente Ardicio prò nepotc, 
grafia delieti concessa fiat. Brev. Ree. pag. 67. 

Vol. III. 9 



ilo LIBRO QUINDICESIMO 

r^LZJzn- effimero, perchè dopo pochi giorni furono deposti, e 
Dopo surrogati loro i mentovati Biemmi e Turroceni. Invi- 
sono pwiti poscia il Calcherà ed il Concesio pel male riu- 
lfo8. scito attentato, tramarono l'eccidio di ogni console e 
di qualunque altro godeva in Brescia distinto onore; 
e procuratisi una frotta di sicari deliberarono di man- 
darli tutti a morte il dì i5 agosto nella basilica della 
Rotonda, mentre per la funzione dell' assunta avreh- 
bono senza alcun sospetto prestato assistenza ai sacri 
misteri. Quella trama fu scoperta, e quattro giorni in- 
nanzi che si desse ad effetto, il Calcherà, il Concesio 
e molti altri loro consorti furono arrestati, esaminati, 
sentenziati ed appesi pel collo alla forca (i). 

§ 26. Allora i Bresciani erano ancora in debito verso 
il conte Alghisio Gambara di dieci mila lire in saldo 
di quanto eransi obbligati nel trattato di pace. L'erario 
pubblico era per le moltissime spese della guerra sof- 
ferta esausto.» e per lo stesso motivo la più parte an- 
cora de' privati emunta aveva la borsa. Gli ecclesiastici, 
e per le ampie possidenze, e per le generose regalie, 
e pei regi privilegi che dalla più parte delle imposte 
li proteggevano, erano i soli di tutta provincia che ab- 
bondassero di danari ancora. Venne proposto per que- 
sto al consiglio della Credenza, che la somma residuaria, 
che dalla città di Brescia dovevasi ancora al conte Al- 



(1} Guida 8 de Calcarla, et Alcherius de Concesio quum ali» 
quantos de illis quinquaginta , qui Consuìes eligere abebant, 
sua pecunia Jaìsos fecissent de potestate ejecti fuerunt .... 
Turn UH multi s malis civibus se junxerunt ut infesto ipso 
Assump. Dei Genitrici*, in ipsa ma j ori E ce la, quando Guidus 
significahat, trahsjeriis omnes Consuìes perimerent, inde alios 
praveres e'wilalis . . . . Post duos dies Guidus , et Alcherius 
cum aliis suspensi» Brev. Ree. pag> 68. 



LIBRO QUINDICESIMO i3i 

ghisio, dovesse essere addossata agli ecclesiastici. 11 scp- 
pero quelli appena, che Villano il vescovo e Guido- 9°?? 
baldo abate di s. Faustino maggiore irruppero, minac- auno 
ciando la collera del sommo Iddio ed i fulmini della 110 °« 
santa chiesa a qualunque avesse ardito favoreggiare 
quella proposta. Stavano per quelle minacce raffreddati 
e sospesi i consiglieri, e 1' uno contendeva colTaltro, se 
si avesse a dare favore o negativa a quella proposta. 
Stette don Ardiccio mirando quelle scambievoli oppo- 
sizioni, e dopo avere zittito alcun tempo, salì la bi- 
goncia e parlò di maniera, che soperchiato il partito 
opposto, le dieci mila lire imperiali furono quasi a pieui 
voti addossate dal consiglio agli ecclesiastici (ì). 

§ 27. Come si vedono vigoreggiare ancor di pre- 
sente, sebbene di maniera più assai moderata, la riva- 
lità fra 1' uno e 1' altro paese, ed ancora fra gli abi- 
tanti le diverse contrade del paese medesimo, in quel 
secolo, per essere le genti più sciolte dalle sorveglianze 
politiche, erano quelle rivalità quasi di libero piaci- 
mento, sicché T uà paese rompeva contro l'altro a guerra 
aperta; e sopra di ciò ne basti la ricordanza degli av- 
venimenti sanguinosi che a que' tempi successero fra 
gli abitauti Moscoline e quei di Gavardo. 



(1) Persolvenda Alghisio remanebant dee e ni mi Ili a. Lib. Imp. 
quum Comuni s pauperies obstaret , in Concìlio Credentie di- 
etimi fuit, quod illarum datio ab Ecclesiasticis fietet, qui sine 
multo incommodo poteranU Statini se opposuìt Episcopus Vii" 
lanus, cum Guidobaldo Abate S. Faustini, qui Dei et Ecclesie 
ir ani minatus est. Per hoc gravi s contentio orta fuit, si- 
lente semper Ardicio ; qui quum majorem numerimi assentili 
vidit, talia loquutus est, ut quaslibet tolleret dubitati o ne s z 
ex quasi omnibus ballotis hoc ordinamentum admissum fuit* 
Brcv. Ree. pag. 69. 



i3a LIBRO QUINDICESIMO 

^=^= Già da lungo tempo gli abitatori di que' due paesi 

^°P° si abbonivano a sangue, quando quelli di Moscoline, 

anno* sospinti dall'ira inveterata , deliberarono di assaltare 

1108. una notte que' di Gavardo, e di massacrare quanti di 

quel paese singolarmente abbominavano. Alcuni delatori 

significarono ai Gavardesi quella trama; e quelli, colto 

il punto, tesero a que' di Mescoline un agguato lungo 

la strada, mentre movevano per aggredirli; ed avutili 

in mezzo, dopo averne uccisi moltissimi e dati a fuga 

molt' altri, ne ebbero circa cinquanta prigioni, ai quali 

tutti fu il giorno dopo sulla pubblica piazza di Ga- 

vardo allungato col capestro il collo (1). 

I magistrati di Brescia furono dopo pochi giorni as- 
sicurati che don Ghialdo parroco di Gavardo era stato 
quello che più di ogni altro aveva fomentate quell' ire 
ed incitati i suoi parrocchiani ad appendere alle forche 
tanti infelici. Per ordine dei consoli fu quel parroco 
arrestato e consegnato a Paterno Scovoli^ perchè lo ac- 
compagnasse a Roma, onde avesse ad essere sentenziato 
immediatamente dal romano pontefice (2). Tale operato 
dei consoli di Brescia in quell' occasione sarebbe quasi 
per addurmi a proporre una congettura relativa alla 
legislazioue di que' tempi; ma siccome amo di tenermi 
sempre il cavallo bene assicurato in briglia^ lascio a 



(1) UH de Muscolinis se collegerunt, ut nocte illos apprehen» 
derent de Gavardo, et primo re s suo rum inimicorum interfase* 
rcnt* Set Mi de Gavardo moniti in insidiis illos apprehende- 
runt, et aliquaniis Uccisis, et aliis fugatis, circa quinquaginta 
capto s, crude Ut er suspenderunt. Brev. Ree pag. 69. 

(2) Guialdus 4 re hip. de Gavardo Ordine Consulum com- 
prchensus fuìf, et Paterno traditus, ut Romam ducerei, hubi a 
judicio Apostolici debitam penam aberef. Brev. Ree. pag. 69. 



LIBRO QUINDICESIMO Ì33 

qualunque altro o più franco o più addottrinato la 5B5H5! 
compiacenza di tentare indagini sopra tale materia. Dopo 

§ 28. In que' tempi medesimi Paterno Scovoli face- anno 
vasi costruire un bel casamento in Brescia su per l'erta ll °S- 
del colle cidueo; e le case de' siguori allora erano sem- 
pre munite di valide fortificazioni, di bastioni e di torri. 
Il vescovo Villano, che vedeva assai di inai occhio 
qualunque potesse in Brescia ombreggiare le sue ar% 
bizioni, colta l'occasione che lo Scovoli era in viaggio 
per Roma, onde adempire alla avuta commissione, fatta 
congrega di molti suoi fautori, fece spargere voce che 
Paterno Scovoli ambiva la tirannìa di Brescia, che per 
tale oggetto aveva egli sostenute con tanta fermezza le 
parti dell'espulso vescovo Arimanno; che per tale og- 
getto erasi egli esposto a tanti pericoli nella guerra 
trascorsa, ed avevasi con tutta industria procurata la 
benevolenza dei cittadini; che per tale oggetto facevasi 
egli erigere una casa magnifica e così forte su per le 
allure del colle; e dietro a tante infamie, presentò ai 
consoli una supplica sottoscritta ancora da moltissimi 
suoi aderenti, per la quale domandava, che per sicu- 
rezza della patria libertà dovesse essere lo Scovoli con- 
dannato, non ad un semplice ostracismo, ma ad un 
bando perpetuo (1). 

Un amico dello Scovoli, avuto contezza di tali cose, 
non istette perdendo il tempo, ma salito un buon ca- 



(1) Vix discesserat Patemus, quod Villcinus pubblicare ince- 
pìly ut Patemus se tirannum facere velici, etjam casatn tiran* 
nidis summo Castelli edificarci; inde accusavit eum, ut gliere 
Valvassorum rcus fuisset, et tante in Harimanni obstinationis 
causa. Que ab ho minibus malignis substentata, jam dicebatun 
illuni pape tu al iter bannire. Brev. Ree. pag. 69. 



i3/ f LIBRO QUINDICESIMO 

1 vallo lo seguitò rapidamente, lo giunse e lo avvisò di 

Dopo q lia nto andavasi in Brescia tramando contro di lui. 

(.7. O. _ 

anno Raccomandato tantosto Paterno ad altri F accompagna- 
1108. m ento del parroco di Gavardo, tornò di tutta fretta 
a Brescia, e presentatosi ai tribunali si giustificò di 
cosi bella e così potente maniera, che a pubblica voce 
non fu solo cancellato il suo processo, ma venne eletto 
priore de' consoli per F anno seguente. Cosi a que'tempi, 
quantunque cominciassero appena le genti ad uscire 
dalle caligini del medio evo, ribattevausi le calunnie, 
e pubblicamente onoravasi F innocenza perseguitata (1). 



(1) Paternus statini reversus taliter se purgavit, ut populus 
Priorem Consulum suo tempore focere determinatus esset* 
Brev. Ree. pag. 69, 



fOg®* *"" 1 ' 



LIBRO SEDICESIMO 



,.S 



bagliano a partito coloro che, rizzando adi 



ogni tratto le sopracciglia, sputano continue sentenze, Dopo 
ed incessantemente si lamentano del mal ordine delle 



anno 



genti del secolo presente, e somiglievoli al vecchio di- noS. 
pinto così vivamente dal lirico di Venosa (i), non sanno 
emettere parola, la quale non sia d' indebita ingiuria 
ai coetanei loro, e di sconsigliato encomio a que' che 
vissero ne' secoli che furono. Distendano que' barbassori 
lo sguardo sovra i tempii ue'quali una guasta filosofia 
adoperava ogni industria, onde stogliere le genti dalla 
debita sommissione ai legittimi governi, di sospingerle 
«ad anarchie e di imbeverle di idee di irreligione; disten- 
dano quelli lo sguardo sovra i tempi, ne'quali i grandi, 
ridendo il rigor delle leggi, commettevano impunemente 
ogni colpa, e con infame mercato vendevano le proto» 



(i) Horat. Art. Poetic. ha scritto essere il vecchio 
DiJJicilis, querulus. latidator temuoris actu 



i36 LIBRO SEDICESIMO 

y u "-" a r^» zioai agli stupratori, a' sicari, agli assassini; distendano 
Do P° lo sguardo sovra i tempi, nei quali una falsa pietà 
anno spogliava i prossimi congiunti delle eredità dovute, 
n 08. onde ciecamente donarle a quelli che si erano dedicati 
ai sacri claustri con volontari giuramenti di povertà; 
lo distendano sovra i tempi, nei quali una famiglia era 
guelfa e 1' altra ghibellina, e lo spirito della fazione 
spingeva il braccio del fratello del figlio a piantare 
lo stocco avvelenato nel cuore del fratello del padre; 
distendano lo sguardo sopra quanto ho scritto ne' pros- 
simi libri di queste storie e sopra quanto vengo nel 
presente a raccontare, e si convincano che le costuma- 
tezze e le industrie delle genti, e la candidezza della 
religione sono sempre state proporzionate alla integrità 
ed alla protezione dei governi, e che hanno motivo di 
rendere grazie all'Altissimo, perchè gli abbia destinati 
a spirare le aure tranquille di questo secolo. 

§ 2. Erano in Brescia due fratelli della cospicua e 
molto doviziosa famiglia degli Ome, l'uno de'quali 
era secolare ed aveva nome Giraldo, e V altro era prete 
custode della chiesa di s. Agostino (i), e dicevasi don 
Marzucco; e poiché secondo le costumanze di que' tempi, 
siccome altre volte si è raccontato, i sacerdoti ancora 
prendevano moglie, que' due fratelli sposarono due so- 
relle, figlie di Bosone Federici, distintissime per lignag- 
gio, per ricchezze ed assai più per malizie, le quali 
avevano nome, una Calveria e l'altra Guerciua. Que' due 
fratelli aspiravano al principato di Brescia, ma più 
assai anelavano a tanta altezza le mogli loro, che ben 



(1) La chiesa di s. Agostino in Brescia era prossima al pa- 
lazzo Broletto. Zamboni, Pubbl. Fabbriche f. io. 



LIBRO SEDICESIMO i3 7 

più dei mariti erano ambiziose, scaltre, intrapreu- ^±=r^^ 

denti (i). £°P° 

( c 
Fiso quelle due il principio che Y oro è una mac- anno' 

china potentissima e la più adatta a procurarsi parti- M.08. 

giani, mandarono a morte attossicati il padre ed un 

fratello de' loro mariti, e per tale tradimento si posero 

in istato di potersi comperare aderenti, profondendo 

tesori. Prima però di spiegare alcun atteutato, onde sot^ 

tomettersi la patria libertà, tramarono di mandare a 

morte i più distinti e prodi cittadini, per non essere 

dalla avvedutezza e dal valore di quelli stornate nei 

loro divisamene, e cominciarono da Paterno Scovoli e 

da Veruegallo Torroceui (2). 

Solevano que' due signori frequentare dopo cena la 

casa di don Ardicelo: ivi trattenersi con esso lui, con 

Titabuona sua moglie e con alcuni altri in amichevole 

conversazione fino a tarda notte, poi ritornare senza 

alcun sospetto alle proprie case. Le due sorelle, che pò- 

trebbonsi dire Tisifoni, Calveria e Quercina, spogliarousl 

una sera delle gonne femminili, e cinte vesti da uomo, 

armate di ferri avvelenati, sole e celate dalle tenebre 



(r) Guarcinus de Federico tempore Hienrici Imp. potenfis- 
siiìius abebaiur., qui quamplurima fenda tenebat in Valle Cau- 
monia, et in Riperia Lacus Garde . . . . Filii ejus Isnardus 
et Haìpisus .... Mediolani ambobus caput abscissum futi. 
Isnardus flium Bosoncm reliquit , qui pater futi Calve- 
Xie^ et Guercine. Iste mulieres matrimonio jujicte sunt duo- 
bus fratribus de nobilissimo genere de Omis Giraldo et 
Jlarzucco, qui presbiter erat Ecclesie s. Augustini, et dùn- 
tissimi super omnes cwes erat. Brev. Ree. pag. 70. 

(2) Ille mulieres , toto corde tendentes ad Brissie domirfa- 
tionem, primum omnium patrem et f rat rem interfecerunt ma- 
ritorum, ut de eorum dwitiis plenius disponere possent. Bie\\ 
Ree. pag. 70. 



i3S LIBRO SEDICESIMO 

^-^~ notturne, approntaronsi ad aspettare Io Scovoli ed il 
ft°f*> Torroceni nell'ora che solevano tornare dalla conversa- 
a , m J zioue di don Ardiccio, e di propria mano li massacra- 
jio8. rQW0 ambedue. Adoperaronsi i tribunali di Brescia a 
tutta possa^ onde scovrire i rei di un lauto misfatto, 
ma tutte le indagini riuscirono inutili: è rado che i 
colpevoli di delitti con iscaltra industria premeditati 
possano essere dalla giustizia regolarmente scoperti. 
Quelle due scellerate, già preventivamente intese con 
Giraldo e don Marzucco, fecero per mezzo di alcuui 
compri loro aderenti spargere voce, che il Torroceni e 
lo Scovoli erano stati assassinati da alcuui sicari com- 
messi da don Ardicelo; e non mancarono a quelle per- 
fide altri scelleratissimi partigiani, che senza alcun ri- 
brezzo attestarono formalmente una tanta calunnia con 
giuramento (i). 

§ 3. La coltivazione dei campi, lasciata l'anno pre- 
cedente in gran parte abbandonata, perchè le braccia 
degli agricoltori erano state per la guerra civile co- 
strette a deporre la marra ed il rastro, onde brandire 
ferri militari; e desolate per altra parte le messi pen- 
denti dalle scambievoli e distruttrici incursioni degli 
eserciti nemici, non fu possibile il preparare provvi- 
gioni bastevoli pel mantenimento degli abitanti la pro- 



(i) Interficere cogitaverunt optimos viros Paternum de Sco- 
volo, et Vernegallum de Tarroceno: et capto tempore quod 
isti soliti erant post cenam in Ardicii casa multa nocte re- 
gredi suam, vestibus hominum se induerunt, et ambos propriis 
manihus venenatis sagittis interficere voluerunt. De talis ma- 
lisj'actoribus severe inquisitiones fiacte fuerunt, set nullum in- 
ditium detegi potuit: et isti omicid ani finisse Ar dicium pub- 
blicaverunt. Nec defuerunt genles malignitatis , qui hoc veruni 
esse afifiirmabant. Brev. Ree. pag. 70. 



LIBRO SEDICESIMO *3g 

vìncia nel decorso dell' anno susseguente; e già nei primi 

mesi dell' anno iioq cominciò a spiegarsi una terribile R°P? 
; . . . G. C. 

carestìa, sicché le triste immagini della miseria e della anno 

fame furono fra non molto a pallidi colori dipinte sulle II0( J- 
facce dimagrite della maggior parte delle genti. 

Giraldo de Ome ed il fratello don Marzocco incitati 
dalle averuali loro consorti profusero larghissime som- 
me, facendo provvedere nelle vicine provi ncie e singo- 
larmente in quelle di Cremona e di Milano quante 
granaglie poterono avere; e fattele trasportare a Bre- 
scia, le distribuivano gratuitamente a chiunque ne ab- 
bisognava. Dal che ne venne che il basso popolo be- 
nediceva le liberalità di que'siguori, e sciamava di vo- 
lere che alla prossima promozione dei nuovi consoli, 
Giraldo de Ome ne fosse promosso al priorato, e che 
espulsi pienamente dalla cattedra vescovile il cardinale 
Arimanno ed il suo vice- funzioni il vescovo Villano, 
avesse ad affidarsi il sacro pastorale di Brescia a don. 
Marzucco (i). 

Ma quelle promesse dignità non bastavano ad ap- 
pagare gli ambiziosi desideri dei fratelli de Ome, sic- 
come quelli anelavano all' assoluto principato delia pro T 
viucia; e dietro tale divisamento andavano di giorno 



(i) Audaciores facte muìieres, et ma\ ilo s continuo incitante s, 
isti macìiinarì ceperunt de tirannide. Quum tempus carius es* 
set, isti pecunia hab andante s ii% comitatu Mediolanensi et Cre* 
monetisi ad comparanda viveria miserur^t : que tanta copia 
comparato: fuerunt, ut advenienlibus postea Comunis Brissie 
procuratoribus , parum viverli consegui potuerunt. Quot erani 
de indigentibus et de infima plebe de ilio grano quolibet -die 
abebant; et jam multitudo cos ut Rege$ sequebatur, et dare 
dicbalur, vette Marzuccum facere Episcopum, et Gì mi fi um 
primo tempore Priorem Consulum. Crev. Tue. pag, 71. 



i4o LIBRO SEDICESIMO 

S^Sfi'm giorno raccogliendo nelle proprie case lunghi stormi 
Dopo di genti facinorose, con le quali avevano concertato di 
anno aggredire, la notte seguente il giorno di Pasqua, ogni 
110 9- console nel proprio letto, e di metterli tutti a morte; 
poi di procedere a massacrare don Ardicelo, e qua- 
lunque altro cittadino che per amore della patria li- 
berla distinguevasi; ed il mattino del dì seguente di 
proclamare Giraldo de Ome, principe, e suo fratello don 
Marzucco, vescovo di Brescia (i). 

§ 4- Che tali cospirazioni sieno fino al pieno adem- 
pimento celate è rado. Bossarda della illustre ed ora 
estinta famiglia de Concesi, era uua dama avvenente 
e licenziosissima, e davasi contemporaneamente a turpi 
e secreti amori con don Marzucco e col console Briga- 
guerra; ma per essere forse il secondo o più giovane 
o più grazioso o più liberale o di forme a lei più 
gradevoli, ella ancora se lo aveva più caro. Una notte 
lo sconsigliato don Marzucco fra i voluttuosi abbrac- 
ciamenti ed il sommesso favellìo con Bossarda, acce- 
cato dalla passione le palesò la concertata congiura, 
la strage che avevasi a fare de' consoli, e quant' altro 
era per succedere. Bossarda all'udire un tale racconto, 
seppe coprire i suoi raccapricci con fingimento da vera 
cortigiana ($V*/pa); ma appena sciolta dai turpi am- 
plessi, bramosissima di salvare Brigaguerra, volò rapi- 



(i) At isti majora volente, s in casa sua tenere ceperunt eoa- 
dunatìones de gente vili et pessima: cum quibus statuevunl, 
quod nocte seguenti diem Pasquatis, prius ac casam cujus* 
qumque consulum pergerent, et eos interficerent in ledo, inde 
ad casam transirent Ardicii, ut aliorum procerum, quos simi* 
Hter tollcrent de vita: quod facta die plcbs arma sumerci, et 
ipsi Brissie occuparcnt dominationem, et eam dirigerent ut me- 
lius piacerei. Brev. Ree. pag. 71. 



LIBRO SEDICESIMO *4i 

damente a luì, e eoa lena affannata tatto gli palesò il S™*!! 
secreto (i). Trepidò quel console all'annunzio di un tanto Do P° 
pericolo, e senza perdere un istante andò a rivelarlo a ann J 
don Ardiccio, ed a raccomandarsi a'suoi consigli. Don II0 9« 
Ardiccio degli Aimi lo eccitò a radunare sul fatto il 
consiglio della Credenza, ed a significare a quella co- 
spicua adunanza quanto aveva da Bossarda inteso. 
Alcuni di que' consiglieri, per certe rotte ed indistinte 
voci, avevano già per lo innanzi travveduto un qual- 
che barlume di un covamento d' occulte trame, pre- 
starono facilissima fede alla prodotta denunzia; sicché 
ritenutosi dal consiglio siccome verissimo quanto aveva 
esposto Brigaguerra, commise ai consoli di procedere 
contro quei cospiranti come credessero opportuno (2). 
§ 5. I consoli supplicarono da don Ardiccio consi- 
glio sopra un affare di tanto momento; e dietro i suoi 
eccitamenti, onde non provocare un pubblico trambu- 
sto, non fecero arrestare persona alcuna. Ma comecché 
fossero prossime a Brescia lunghe schiere ostili, muni- 
rono di genti armate ogni pubblico luogo, la curia, 
le torri, i bastioni, le porte: commisero alla guardia 
di genti armate ogni piazza, ogni angolo, ogui con- 
trada, ogni vicolo della città, ed oltre di ciò posero in 
movimento numerose pattuglie. I cospiratori accortisi 
da que' tratti di essere scoperti, palpitarono di paura; 

(1) Set ante omnia dete età fuerunt»* Mar 'zuccus malo amore 
cecaius, ut mulierem sibi magis obligaret, totani ei ut erat co* 
spirationem revelavit. At Boxarda.... Brigaguerre notìficava 
omnia: et iste slatini admonito Ardicio 9 et de ejus sententi a. 
rem omnem narravit in Concilio Credcnlie. Brev. Ree. p. 71. 

(2) Varie jam et incerte erant voces de quadam conspira» 
tione, de qua multi multa dicebant: quare factum est t ut con» 
sulibus piena deferrctur potestas prò illius deslructione, Brev. 
Ree. pag. 91, 



*44 LIBRO SEDICESIMO 

■gg — — Giraldo e don Marzocco, accompagnati dalle facinorose 
fr°P? consorti, uscirono travestiti dalia città, e mossero a 
mwo ' Maderno; i complici l'un dietro l'altro li seguitarono (i). 
xro 9- Un certo Leutelmo da Esine, paesetto di Valleea- 

monica, nato da chiaro stipite, perchè suo padre go- 
deva un ricco vassallaggio episcopale, dopo avere fino 
da giovinetto significate fervide inclinazioni per la mi- 
lizia, era stato avviato in Germania, dove, dopo aversi 
guadagnata rinomanza di prode nelle guerre intestine 
di quella nazione, ascendendo l'un grado militare dopo 
l'altro, era pervenuto ad essere eletto capitano supre- 
mo; ma poiché quanto era egli valoroso, era aucora 
altrettanto ribaldo, dovette fuggire da quella nazione, 
onde scampare il patibolo, che per le gravissime scel- 
leraggiui ivi commesse avevasi meritato. Tornato Leu- 
telmo in bresciana, si fece capo di masnadieri; e tanti 
fra non guari ne raccolse, che ben presto ne era se- 
guitato da più di un migliaio (2). Invadeva con quelli 

(1) Cònsules, veluti proximis ostìbus, omnia cwitatis loca 
munierunt, mirantibus illis qui nihil sciebant. Jt Giraìdus 
et Marzuccus cum uxoribus, mutati s vestibus sine mora in 
fuga abierunt, et post eos oniiics alii. Cònsules in omnibus 
juxta Ardicii monita se dirigente s , neminem de conspiratis 
capere fece riint, quorum numerum et vires timuerunt... Gì' 
raldus et Marzuccus fu gì ente s constiterunt in Curie de Ma» 
terno, Brev. Ree. pag. 72. 

(1) Leutelmo, sub se tenrbat circa mille latrones. Iste natus 
erat in He se no curie vallis Caumonie de illustri genere, cujus 
pater nobile Beneficlum Episcupatus Brissie possidebat. In 
gueris de Germania fortitudinem exercuerat sue virtutis, et 
omnes exercitales onore s adeptus filerai, et usque iìlum majoris 
Vexilliferi. Set quumesset valde scelestus, et ìnquisitus usque 
de pessimi s omicidi is fugere debuti, ut suam vitam eriperet de 
morte infami, et regressus in Brissianos fines, se fecit pti~ 
morum latro ne m. Brev. Ree. pag. 72. 



LIBRO SEDICESIMO i/ t 3 

ora r un paese, ora l'altro; impouevane agli abitanti — " 
contribuzioni od in danari od in generi, e guai di j?°C? 
chi non gli porgeva sollecitamente quanto aveva egli anno 
imposto: le devastazioni., i saccheggi, gF incendi, i II0 9* 
massacri erano le incessanti sue operazioni. Distribuiva 
poscia alle sue torme gran parte del predato bottino, 
e cosi allettando altri scellerati a seguitarlo, le sue 
orde andavano di giorno in giorno moltiplicandosi (i). 
§ 6. Quando i fuorusciti fratelli de Gaie, accompa- 
guati dalle mogli e dal lungo seguito de'loro aderenti 
giunsero a Maderno, Leutelmo seguitato dalle sue ma- 
snade stava menando devastazioni e saccheggi in quei 
dintorni; e poiché sì quello da Esine che i fratelli da 
Ome paventavano di essere fra non molto attaccati da 
un qualche corpo di schiere cittadine, si collegarono 
gli uni coli' altro, e così le forze loro unite giunsero 
ad essere un'orda di due e più mila uomini, de'quali 
tutti fu eletto capitanio generale Leutelmo da Esine, 
siccome quello che sopra tutti distinguevasi e pe» 
astuzie e per cognizioni militari e per valore. Leutelmo 
discendendo da Maderno giù per le floride costiere dei 
Benaco, imponendo tasse ad ogni passo, e ad ogni 
passo saccheggiando o devastando, calò nei primi giorni 
del maggio iiog ad accamparsi a Scovolo, castello, 
che siccome già si è detto, era fra Portesio e s. Felice. 
Da quell'accampamento pubblicò egli un avviso, che 
diceva: ?* Chiunque brama stogliersi dalla servitù o 
» dalla miseria, venga a me: sarò io il suo capitano 



(i) Crescente in die numerus ejus sectariorum (di Leutel- 
mo ), curtibus et castcllis taleas imponebat biade et pecunie: 
et illos qui deferebant } ostiliter depopulabatur. Brcv. Ree. 
pag. 72. 



t44 LIBRO SEDICESIMO 

--' """" ;? ed il suo padre. Le prede ch'io sono per conseguire 
Dopo „ saranuo regolarmente distribuite sopra chiunque sarà 
anno » del mio seguito; e s'egli fosse schiavo, oltre la tan« 
iì0 9' » gente delle predagioni, avrà da me ancora la li- 
» berta. Meditate, o infelici, i casi vostri, ed abbrancate 
1% le chiome della Fortuna, mentre Iddio ve le presenta, n 
Quell'invito allettò sì fattamente le speranze degli schiavi, 
degli oziosi, dei viziosi e di ogni altra mala gente, che 
ogni schiavo o facinoroso accorreva per ogni parte a 
seguitare le bandiere di Leu telino; cosicché fra non 
molto era egli capitano di oltre sette mila armati (i). 
Sbigottiti i cittadini di un così potente e così vi- 
cino devastatore, dietro deliberazione del consiglio ge- 
nerale, venne commesso ài consoli Brigaguerra e Cicca- 
mica di assoldare sollecitamente quante truppe credessero 
necessarie, e di condurle al più presto contro le orde 
capitanate da Leutelmo (2). Que'due consoli, per quanto 
avevano operato negli ultimi mesi della guerra civile, 
trascorsa, per valorìa militare avevansi guadagnata al- 
tissima riputazione. Si dieder eglino tantosto a radu- 
nare armati, e mentre per un tanto impegno adopera- 
vansi zelantissimi, spedironsi innauzi Gaiboldo e Mal- 



(1) Post liane unionem cum Giraldo et Marzucco Jàctus< 
est potens supra duobus millibus, et cum istis descendens 
super Rìperiam Garde primis diebus mensis Mai] 1109. et 
omnia vastans se posuit haput Curtem de Scovolo. Promittens 
servis lihertalem , et omnibus predami brevi numerus auxit 
de septem millibus , et ìpsi solo , ut maxime docfo in scienti a 
gncre, a Giraldo et Marzucco delata est omnis potentia Ulani 
dirigere. Brev. Ree. pag. fi. 

(2) Omnis potestas duobus Consulibus tradita fiat Briga- 
guerre^ et Cicamice, qui preterito bello magnam belli extimat 
tionem adepti fuerant.... mandatimi fuit colligere quem velie nt 
exercitum. et brevi validum collegerunt. Brev. Ree. pag. fi. 



LIBRO SEDICESIMO 1^5 

douago seguitati eia un grosso corpo di truppe ben - 

agguerrite, commettendo ai medesimi di porsi a campo R°C? 
in qualche favorevole posizione iu vicinanza del campo anno 
di Leutelmo, di non azzardare attacco alcuno, ma di 110 9 % 
soffermarsi sol lauto in atto di minacciosa difesa, affin- 
chè Leu telino non avesse a condurre i suoi a progre- 
dire con le incursioni; e d' ivi trattenersi, finche i con- 
soli col nerbo maggiore dell' armata non giuguevano 
a contundersi CO u essoloro. Ma sospinti Gaiboldo e 
Maldonago da una cieca presunzione, affidati al cono- 
sciuto valore dei veterani che conducevano, e nulla 
riputando Leutelmo e le sue masnade, si approssima- 
rono al campo di lui, senza usare le debite precauzioni. 
E Leutelmo, che sapeva cogliere vantaggio all' istante 
da ogni passo falso dell'inimico, dispose i suoi di ma- 
niera, che in breve ora circondò ed aggredì per ogui 
parte il campo di Gaiboldo e di Maldonago; e per- 
cosse quegli incauti così gagliardamente, che correa 
voce di non esserne andato salvo pur uno. Dopo quella 
strage Leutelmo calò sul tenere di Lunato, e prese 
campo nel castello di Maguzzano e ne' dintorni (i). 

§ 7. Giunto ai Bresciani l' annunzio di una tanta 
sconfitta, sbigottiti, trepidanti, mentre non era ancora 
tutto all' ordine 1' esercito che andavasi allestendo dai 
consoli, spedirono il capitano Sillauo, che era fratello 
di Cicca mica, accompagnato da un grosso corpo di 



(1) Isti Leuteìmum et totani ejus gentem contemnentes cum 
negligentia contra eum profècti sunt; qui optime disposata sua 
gente prope improvvisus illos invasit, et eodem tempore Uà 
circumvenit, ut omnes usque ad unum dictum fuit interfectos 
jìiisse. Per hanc victoriam nova turba gentis sub signis Leu- 
telmi, qui se stabilivit iti Carte de Maguzzano. Brev. Ree. 
pag. 75. 

YOL. III. 10 



i46 LIBRO SEDICESIMO 

i^zir^ truppe, perchè avesse ad a ff renare i passi dì què'ter- 

Dopo cibili masnadieri. Mosse Sillano verso Louato, ed ac- 

c e 

anno campatosi in una favorevole posizione in quelle vici- 

I10 9- nanze, barricato da forti steccati, non lasciava circo- 
spezione alcuna intralasciata, onde non pericolare egli 
ancora la sciagura degli altri due capitani che lo 
avevano preceduto. L' accorto Leutelmo non osò attac- 
carlo in quella situazione; ma lasciatisi addietro circa 
mille uomini comandati da Giraldo e da don Marzucco, 
egli fingendo di tornare col pieno dell' armata a Sco- 
volo , andò ad appiattarsi col restante delle sue ma- 
snade dentro alcune folte boscaglie. Preso allora Sillano 
dalla speranza di sperdere facilmente le brevi truppe 
dirette dai fratelli de Orne, le assali; quelle dopo breve 
resistenza, fingendo scomporsi, si diedero a fuga. Sil- 
lano le inseguì velocemente; e di quella maniera andò 
ciecamente ad incappare negli agguati preparati da 
y Leutelmo. Aggresso allora e di fronte ed ai fianchi ed 
alle terga, lasciò la maggior parte delle sue truppe 
morte sul campo: alcuni pochi soldati però si salva- 
rono fuggendo, altri gettarono le armi e si raccoman- 
darono non già alla clemenza, ma alla cupidigia dei 
vincitori, essendone stato fiso per lo riscatto un prezzo 
altissimo; fra i quali Sillano e dieci altri ufficiali ca- 
duti essi ancora prigionieri in quel!' occasione, furono 
riscattati dietro Y esborso di tre mila lire imperiali 
per cadauno (x). 



(i) Hoc infortunio Brissìe nuntiato cura parie exercitus 
ìiiìssus Jiiit Sillanus frater Consulis Cicamice, set cum ordine 
ut nihìl alni d foceret, quam ab ostium incursionibus Districtum 
defendere. Iste in loco forti se posuit, hubi Leutelmus videns 
spem non esse illuni vincere versus Scovolum regredì Jixit; 
set in loco coopcrto olivelis , et aliis arboribus se occultavìt. 



LIBRO SEDICESIMO i/ f7 

Per quella seconda vittoria erasi tanto divulgalo SBggg 
il concetto militare del capo de' masnadieri Leutel- ^pPJ 
mo da Esine, che da ogni vicina provincia accorre- anno 
vano gli schiavi ed i malviventi a brandir le armi I10 9- 
sotto le sue bandiere; talché fra non molto trovossi in 
grado di poter fronteggiare tutto insieme 1' esercito 
della città. Finalmente i consoli Brigaguerra e Cicca* 
mica, radunate quante forze credettero necessarie, rup- 
pero in persona contro di lui, ed il dì 11 giugno lo 
scontrarono all' albeggiar del mattino sul tenere di 
Puignago; si azzuffarono le due osti con impeto e con 
intrepidezza scambievole: ma per essere la situazione 
tutta intralciata da siepi e da vigne, la cavalleria bre- 
sciana, che era comandata dal prode Oldofredo d'Iseo, 
fu per lunghe ore costretta a giacersi inoperosa; quando, 
caduto trafitto da un colpo di lancia il console Briga- 
guerra, cominciarono le sorti a spiegarsi^ favorevoli a 
Leutelmo. Oldofredo allora fatti scendere di sella i suoi, 
li condusse a piedi a sostenere i compagni. Continuò 
la battaglia fino agli ultimi crepuscoli della sera, quando 
soverchiati i Bresciani dall' impeto de' nemici, furono 
costretti a dar le spalle; e perseguitati dalia paura, 
dalla stanchezza e dalla fame, tornarono a rifuggirsi 
dentro le mura della città. Non seguitò Leutelmo quella 
notte i fuggiaschi, e io avrà forse fatto, perchè vedeva 



Sub specie terga sua defendendi post se relìquit mille militum 
sub Giraldo et Marzucco in multa distantia. Sillanus, illos 
facile opprimere credens , exiit contro, eos , qui in celeritate 
ab eunte s illos pertraxerunt in insidiis. Momento temporis a 
ribellibus circumventi sunt Brissiani, et in fuga compulsi, in 
qua prope omnes aut occisi, aut capti fuerunt. Sillanus , et 
decem primores ductorum comprehensi , prò talea per solvere 
debuerunt trio millia Lib. Imp* Brev. Ree. pag. fi. 



i48 LIBRO SEDICESIMO 

" • ■ quanto bisognassero di ristoro ancora i suoi; ma nei 
D°P° dì seguenti dilatò le incursioni orrendamente: invase 
anno lia convento di monache a Mazzano, dove dopo avere 
I10 9' ed egli ed il suo seguito usato a quelle misere le più 
turpi violenze, sicché alcune, onde scamparne gli or- 
rori, si gettarono disperatamente nel pozzo, dopo avere 
dato a sacco la chiesa, la sagrestia, il tutto; incendiò 
il monastero con entro le sgraziatissime monache, che 
insieme con quello incenerì (i). Moltissimi furono i paesi 
del distretto bresciano invasi allora, saccheggiati, de- 
vastati da quel capo di ladri, e quelli contro ai quali 
più furentemente si spinse furono Gavardo, Bedizzole, 
Lonato, Desenzano, santa Eufemia, Castenedolo, Calvi- 
sano, Leno, Roncadelle, Verziano e Rovato (2). 

§ 8. Non è facile il descrivere quanto fosse in quel- 
1' occasione lo spavento ed il trambusto della città, e 
di tutta la provincia di Brescia. Que' villici che avevano 
potuto scampare la furia de' masnadieri,, avevano con- 
dotto dentro le porte della città le famiglie, le prov- 
vigioni possibili, le suppellettili, gli armenti, sicché 
tutte le case di Brescia bulicavano di villici e delle 



(1) Per liane novam victoriam major concursus , ita ut Leu- 
telmus paucis diebus lantani gentem consequutus est, ut de 
exercitu Consulum nihil timer e posset, qui contra tura castra 
posuerunt in tenuta de Puiniaco. Audaces viri erant Briga- 
guerra, et Cicamica, set de guera panini periti , qui virtute 

militimi fidente s.. . . Leutelmum provocaverunt in quodam 

situ — interruplo 3 relieta caballeria .... Uìdufredus de Iseo 
Caballerie primus ductor crai ', et.... dixit ut terra descende- 
renty et pedibus pugnarent^ etc. etc. Brev. Ree. p. 74, j5, 76. 

(2) Multe Curles cum abitatoribus exterminate Jiierunt. in- 
ter quas maxime s. Eufemia , Roncadelles , Verùanus , Ro- 
vatus* Casfcnedulus, Lenu s, Calvisanus, Gavardus, Bedizzu- 
les, Lunatus, et Desentianus. Brev. Ree. pag. 76. 



LIBRO SEDICESIMO i4g 

masserizie e dei bestiami loro. Moltissimi fra i cittadini- — ' " S 
accorrevano a speculare sulle torri o sui bastioni , e J?°P° 
scovrendo trapassare vicina or 1 una masnada di Leu- anco 
telino, ora l'altra, mettevano altissime grida, come se 110 9- 
in quel punto fosse la città sorpresa da quei ribaldi; 
altri radunava usi a crocchi per le contrade e per le 
piazze, dilaniavano a pieno gozzo la condotta dei ca- 
pitani che avevano militato contro Leutelmo. Ricardo 
Sondili, personaggio riputatissimo per le doti della 
mente e del cuore, ma freddo per natura e per V età, 
era in quel!' anno priore de' consoli. Rabbrividito egli 
dalle sciagure ond' era percossa la provincia, e per le 
frenetiche declamazioni dei cittadini, scese volontario 
dal seggio curule, e lo cedette a don Ardicelo (i). Si 
sparse appena la voce che don Ardicelo era il priore 
dei consoli, che 1' alta sua riputazione gli trasse sus- 
sidiari per ogni lato. Tutti que' Valvassori che nell' ul- 
tima guerra avevano militato dietro le sue bandiere, 
tornarono a cingere le armi e ad unirsi a lui. Gu- 
glielmo da Edolo a lui condusse quante milizie aveva 
potuto raccogliere in Yalcamonica; Silvestro da Rione, 
che era succeduto al morto Diodato da Pezzaze nel ca- 
pitanato delle soldatesche delle valli Trompia e Sabia, 
discese con quanta sollecitudine potè la maggiore ad 
uuire le sue forze a quelle di don Ardiccio; ed il va- 
lorosissimo conte Alghisio Gambara gli condusse egli 
ancora tre mila soldati appartenenti alla lega dei Val- 
vassori di Lombardia. Contemporaneamente però gii 



(i) Quum omnia sine spe viderentur , omnes una voce Ar- 
dicium in Vexilliferum petebant. Ricardus de Solicino Prior 
consulum* suum onorem renuntiavit, ut simul ciun armorum 
polestate Ardicio deferretur* Brev. Ree. pag. 77. 



i5o LIBRO SEDICESIMO 

— "** schiavi, i processati, i banditi, e le male genti di ogni 
^°P° maniera accorrevano a torme alle bandiere di Leutelmo, 
auno ed era pubblica voce, eh' egli conducesse un corpo di 
I10 9- circa venticinque mila armati (\). 

§ g. Don Ardiccio aveva assunto da pochi giorni il 
priorato de' consoli, ed il capitanato supremo delle ar- 
mi bresciane, quando don Marzucco dopo avere invaso, 
concusso, saccheggiato e devastato Leno, tentò spingersi 
contro Manerbio; ma gli abitanti di quel grosso ed 
ubertoso paese armatisi a difesa andavano ribattendo 
francamente gli attentati di quel capo di masnadieri. 
Frattanto un Luzzago de' conti di Roccagliana, che ivi 
godeva ampie giurisdizioni e larghissime possidenze^ 
prese frettolosamente le vie per Brescia, dove si pre- 
sentò al magistrato, e domandò per quel minacciato 
paese soccorsi. I consoli commisero tantosto al capitano 
Bonfabio Biemmi di calare frettolosamente a Manerbio 
col suo corpo di truppe. Il Biemmi, dopo di essere stato 
costretto a scaramucciare più volte coutro le masnade 
di don Marzucco, e singolarmente al ponte del Mella 
lungo la strada che appena fuori di Manerbio mette a 
Bagnolo, entrò finalmente in quel paese; e congiunte 
le sue armi a quelle degli abitanti, si dispose a lunga 

(i) Ad nomen tanti ductoris ab omni parte Jit concursus, 
Omnes Valvassores qui trans acta guera sub ipso militaverani 
eadem Jbrtia arma sumpserunt. Giulìeìmus de Hedulo magnam 
de Valle Caumunia conduxit virtutem bellatorum: similiter 
Silvester de Bìone, qui in loco mortili Deodati ductor electus 
jìierat) de Vallibus Trompia et Sabio parem numerum secum 
duxit: advenit.... Alghisius curn iribus millibus de sua Liga.... 
Set eodem tempore auctus quoque ribellium numerus, concur~ 
rentibus de Comitatibus Trid. Ver, Mant. Crem. et aliarum 
servis , bannitis , malifactoribus. et in tanta copia , ut fama 
fuit ad vìgintiquinque millia asce udisse» Brev. Ree. pag, 77. 



LIBRO SEDICESIMO i5i 

e potente resistenza. Accortosi don Marzuceo di quanto —~~-~ 
era difficile 1' entrare a forza iti Manerbio, tentò vin- J} e P° 
cerio per mezzo della fame: e circondatolo con un anno 
ampio e forte steccato, ne chiuse a chiuuque l'uscita, ll0i J- 
e ne fermò Y ingresso a qualunque trasporto di vet- 
tovaglie (i). 

Giunto a Brescia 1' avviso di tali cose il prode ca- 
pitano Oldofredo da Iseo mosse rapidamente con le sue 
schiere al soccorso di que' circonvallati. Allora don Mar* 
zucco trovatosi avere le forze dei Manerbiesi e di Bon- 
fabio di faccia e quelle di Oldofredo alia schiena, non 
potè a meno di non palpitar di paura* ma perchè era 
scaltro d' assai; seppe celare le sue trepidezze, e dopo 
avere disposti i suoi, parte ad assaltare Manerbio, e 
parte a fronteggiare contro l' armi di Oldofredo: co- 
minciato appena il doppio attacco, circondato da una 
buona mano de 9 suoi più fidi sbucò dal campo, e fug- 
gendo rapidamente scampò dal pericolo. Accortesi al- 
lora le sue masnade di essere da don iVLarzucco abban- 
donate, spiegarono bandiera bianca, e supplicarono quar- 
tiere. Oldofredo e Biemmi lo concessero, dopo di averlo 
però patteggiato di questa maniera: cioè, che ogni uf- 
ficiale di don Marzuceo dovesse essere arrestato e con- 
segnato a piena balìa de 5 vincitori; 2. Q che ogni subal- 



(i) Quum abitatores Curtis de Manerbio per Luciagum corum 
procerwn auocilium contra incursiones postulassent Marzucci qui 
omnia crudeliter vastan?) vastare quoque eorum curtem mina- 
balur 9 cum valido corpore missus fiat Bonfadus de Billemmio: 
qui diversis preliolis quum parum invenis set fortune^ licei non 
inagno damno accepto, in carte de Manerbio se recepitshubi 
a liebellibus ferociter assaltus fuit: set isti quum Jbrtem in- 
venis seni resistentiam , fosso circumierunt Curtem , ut fame 
co ^stringer ent. Brev. Ree. pag. 77. 



i5* LIBRO SEDICESIMO 

=r±=r.terno dovesse giurare di non mai più combattere con- 
^°P° tro i Bresciani; terzo che, lasciate sul campo ed armi 
anno e vittovaglie e bagagli, quelle orde tornassero tantosto 
n°9- disciolte alle proprie case, nuli' altro portando seco che 
le vestimenta oud' erano coperte (i). Que' patti sem- 
brano violentissimi, ma siccome la paura costringe a 
tutto, furono pienamente accettali, e di quella maniera 
gli assediali in Mauerbio furono da quel tremendo pe- 
ricolo liberati. 

§ io. Brillarono d'esultanza i cittadini all'udire la 
fausta liberazione di quel castello; ed avvivati dalla 
speranza di altre vittorie, supplicarono don Ar- 
diccio a rompere ogni dimora, ed a spingersi con- 
tro le altre masnade di quella perfida canaglia. Stava 
in que' giorni un grosso corpo di que' ribaldi de- 
predando la valletta di Bolticino: i capitani Guglielmo 
da Edolo e Silvestro da Bione, seguitati dai valleriani 
loro, mossero per combatterlo; avvisati que' masnadieri 
del prossimo assalto, si preparavano a vigorosa difesa. 
Erano Guglielmo e Silvestro per aggredirli, quando si 
accorsero di avere alle spalle altre ciurme di ribaldi 

(i) Aliqui. . . . periculum Bonfàdi Brissie nunziaverunt . . . . 
TJldufredus de Ibeò, liberare Bonfadurn quwrì se obtulisset , 
prqfectus est versus Manerhium. Hilluc perventus jussit mili- 
tes clamore suum adventum oh sessi s notificare. Marzuccus 
desperatione captus , suam vitam salvare soìum putavit, ani- 
muftì tainen et spem Jingens , partem insiruxit contra TJldu- 
fredum, et aliarn contra Bonfadurn: set ilio tempore quo pre- 
lium initiabatur cum aliquibus suorum occulte fuge se dedit. 
Ribelles a ductore se prodìtos videntes, Uldofredo sole vite 
petierunt remissionem, UH tradere promittentes quot abebant y 
et non amplius pugnare contra Brissianos. Uldofredus illis 
respondit, quot eis vitam concedebant , set in catenis velie et 
suo beneplacito eorum ductores, et quot aliis pennittebat cum 
solis indumenti s abire. Brev. Ree. pag. 78. 



LIBRO SEDICESIMO i53 

condotte da Giraldo de Ome. In tanto pericolo, consi-™ 1 " 1 " 1 '""' 
derato non essere prudenza lo spingersi contro Y una Dopo 
di quelle due falangi nemiche, mentre nello stesso punto armò 
l'altra poteva aggredirli alle spalle; considerato non 1I0 9- 
essere conveniente il dividere le schiere ed attaccarle 
ambe ad un tempo: perchè il dividere l'armala è lo 
stesso che dividerne le forze, e le forze divise sono ri- 
dotte necessariamente a debolezza, e con molta facilità 
superate; per questo dietro tali pensamenti, presero di 
fianco la ritirata, e su per le balze di un monte vicino 
si procurarono difesa. Giraldo, ansioso di vincerli, si 
spinse co' suoi ad attaccarli su per gli ardui sentieri 
di quel dirupo, ma ne fu con grave perdita ributtato; 
circondò egli allora co' suoi masnadieri le falde del 
monte, e tepevasi certissimo che la fame, entro due p 
tre giorni avrebbe costretto Guglielmo e Silvestro, e 
tutte le schiere loro a scendere dall' alto, a cedere le 
armi ed a supplicare pietà (i). 

Quantunque la valletta di Botticino non sia lontana 
da Brescia che brevi miglia, pure i cittadini non eb- 
bero avviso dell'altissimo pericolo de' suoi, che alcune 
ore dopo il meriggio del giorno seguente, cioè del dì 25 

(i) Exierat Giuliemus cum gente de valle Caumonia , et 
cum Ma de vallibus Trompia, et Sabbio sub Silvestro, et quum 
partem ribellìum intellexissel valhm depopulari de Butticino, 
celeriler profeclus est conti a eos. At isti moniti se college- 
runt ad pugnam: quos quum ipse assaltare vellet, de repente 
aliam vidit multitudinem a Giraldo ductam contra suum ter- 
gimi venire. Tum se recepit in proximo monte, et hibi usque 
ad mortem resistere se disposuit. Giraldus hubi Jaciliorem 
vidit assensum, assallus est: et Gulielmus quum ostes ascen- 
dere reliquisset, irridi super eos , et tanta mina precipites 
jecit, ut nemo plus ascendere auderet. Tum Giraldus eum 
circuii, certus spe. post duos, ani fres dies illuni Jàme vincere. 
Brev. Ree. pag. 78. 



i54 LIBRO SEDICESIMO 

giugno 1109; ed allora appunto don Ardicelo ed il 
Dopo con te Alghisio erano per uscire in campo col pieno 
inj , dell'annata. Intesa quelli tale notizia, non perdettero 
|10 9' un istante, e mossero rapidamente al soccorso de' suoi 
bloccati sul monte. Giunsero sopra Giraldo inaspettati, 
ma perchè era già presso al tramonto il sole, e per- 
chè le milizie loro, non per la lunghezza, ma per la 
sollecitudine del cammiuo ansavano affaticate, le rifo- 
cillarono, e stettero ad aspettar l'indomane. Giraldo, co- 
nosciuto il suo pericolo, ne fece avvisare tantosto Leu- 
telmo, il quale tenevasi allora a campo in Nuvolento; 
quel capitano gli addirizzò la stessa notte lunghe ma- 
snade in soccorso, le quali congiuntesi con quelle di 
Giraldo, si prepararono a ribattere l'attacco. Sul primo 
albeggiare dell' aurora del giorno seguente don Ardiccia 
ed il conte Alghisio si spinsero addosso a quelle or^de 
con tanta maestrìa e con tanta violenza, che rotte, sba* 
ragliate, e negato quartiere a chicchessia, le lasciarouo 
per la più parte estinte sul campo. Giraldo seguitato 
da un breve drappello ebbe la sorte di salvarsi fug* 
gendo, e di giugnere ad unirsi a Leutelmo (1). 

§ 11. I Bresciani ebbero lo stesso giorno la sorte di 
ottenere un' altra vittoria di egual genere. Alboino degli 



(1) Nisi post medium sequentis diei Brìssie non intellectum 
futi Giuliemi periculum, et eadem ora qua Ardicius^ et Al* 
ghisius cura exercitu exire volehant. Statini Butticini ceperunt 
iter , et velocitar euntes prope improvvisi ostibus advenerunt. 
Quia sol occasui proximus erat, et itinere fessi milites nihil im- 
prendere voluerunt, Giraldus Leutelmo qui Nuvolenti erat , 

missis prò auxilio ..... gentem coadunavit ..... Facta die 

magna cedes facta est ( de' masnadieri di Giraldo ) ? et nemo 
raptus: et dictum futi quod Giraldus cum paucis ad Leu- 
telmum aifugere potuti. Brev. Ree. pag. 79. 



LIBRO SEDICESIMO i5, r > 

Alboiui nato da illustre stipite in Loscio, paesello di HBBH5HI 
Valcamonica, ma animato da pessimi spiriti, ed allet- j}°P° 
tato dagli esempi di Leutelmo, col quale avrà avuto anno 
ancora facilmente relazioni personali, perchè quasi suo lli> 9> 
coetaneo, e cresciuto in un paese soli tredici miglia 
distante da Esine; e più assai incitato dalla cupidigia 
di appropriarsi egli ancora le spoglie altrui, deliberò 
eli farsi anch' egli capo di masnadieri. Cominciò quello 
le mosse, accordando libertà agli schiavi di sua perti- 
nenza, col patto però che avessero a brandire le armi 
che loro porgeva, ed a seguitarlo. Pubblicò poscia un 
avviso, per mezzo del quale incitava qualunque altro 
schiavo ad abbandonare il padrone, a prendere le ar* 
mi dietro le sue bandiere, ed a procurarsi libertà e 
ricchezze. Quell'invito ebbe tanta potenza sull'animo 
di que J sciagurati , che Alboino trovossi fra non molto 
alla testa di un corpo assai numeroso; e senza conce* 
dere tempo al tempo si spinse ad invadere ed a de* 
predare ora l'uno ora l'altro paese di Yalcamonica, ed 
era già per non lasciarne intatto alcuno. Quando scossi 
da tante ribalderie e da un tanto pericolo que' valle* 
riani, si raccolsero armati, e si prepararono a spio* 
gersi contro ser Alboino ed alle sue canaglie. Paven* 
toune egli lo scontro, fuggì co' suoi di Camonica e li 
condusse ad invadere, a saccheggiare ed a manomet- 
tere di ogni peggiore mauiera il territorio di Bergamo, 
I ribaldi allora, onde scampare le persecuzioni de' ma* 
gistrati, gli schiavi, onde avere libertà, i disperati per 
bramosìa di pane e di predagioni, dal Bergamasco, dal 
Comasco, dal Milanese e da altre province vicine ac- 
correvano a frotte alle bandiere di Alboino da Loscio, 
sicché fra non guari si vide quegli seguitato da una 
ciurmaglia numerosissima. Siccome però Alboino non 



i56 LIBRO SEDICESIMO 

mmmmmmi aveva i talenti militari, ne le esperienze di Leutelmo, 
Dopo p er quanto tentasse di sommettere quelle masnade ad 
aiJIl0 una disciplina regolare, non fu mai in grado di po- 
*J U 9 # terne otteuere 1' intento (i). 

Ripaldo Capitani da Scalve era allora console di 
Bergamo, e desideroso di affrenare le ribalderie di quei 
masnadieri, raccolte quante milizie polè sollecitamente 
avere, le avviò per attaccarli; non ebbe Alboino la fran- 
chezza di aspettarne lo scontro; ma datosi co' suoi a 
rapida fuga, tragittò l'Ollio, ed entrato nel distretto 
ili Brescia si spinse contro Palazzuolo, ne massacrò gli 
abitanti, e dopo avere saccheggiato, indi mandato a 
fiamme quel grosso castello, si volse a menare eguali 
dissipamenti sopra altri paesetti a quello vicini (2). Il 
console di Bergamo non osò violare i diritti di confine, 
e perseguitare le orde di Alboino sul territorio bre- 



(1) Alhoinus de Alboinis eie antiquo genere.... Luzio Curte 
de Traile Caumonia natus erat. Quum tantas res audiret a 
Leutelmo factas, illius 'unitari exemplum statuii: tingavit ser- 
vos suos, et arma dediti et pubblicando omnes alios servos 
se tingaturum, magnum numerimi coagolavit. In preda eorum 
multas dedit Curles de Valle^ et majora damna illalurus eral y 
nisi Caumonii in armìs illuni discedere coegissent. In Perga- 
menses transunt parte s , et omnia v astando ^ et crescente in 
die ejus mulliludine .... Ordinati exercitus quantam potuit suis 
Jbrmam dedit sequacìbus .... set par um obbediente iiweniebat. 
Brev. Ree. pag. 79. 

(1) Ripaldus de Capitaneis de Scalve , qui Consul Pergami 
erat, collecta tota fortia et virlute sui Comunis 3 confra eum 
prqfeclus est. Tum ipse a Pergamensi in Brissianum trajecit 
Comilqtum , Jlumine Ollio hapud Palazzolum trajecto, quam 
Curlem* inierfeclis ejus abitatoribus , igne combussit , et in 
circumstantibus Curtibus, eamdem commisit crudelitatem. Brev. 
Ree. pag, 80. 



LIBRO SEDICESIMO i5 7 

sciano; e perciò non essendo quelle ribattale da cbic-^^5^ 
chessia, continuavano in que' dintorni le devastazioni a ®°P? 
pien talento. anno 

§ 12. Lo stesso giorno che venne recato ai cittadini II0 9* 
di Brescia l'avviso dello stato pericolosissimo nel quale 
presso Botticiuo trovavano i capitani Guglielmo da 
Edolo e Silvestro da Bione con le milizie loro, per- 
venne a Brescia ancora la notizia delle stragi, dei sac- 
cheggi, degli incendi dati da Alboino da Loscio a Pa- 
lazzuolo, e che andava pur tuttavia continuando in quei 
dintorni. Fremettero e trepidarono i cittadini all' udire 
di essere in quelle circostanze terribili attaccati da uu 
secondo devastatore. Don Ardiccio però non si perdette 
d'animo; e poiché ben conosceva la fedeltà, la sagacia, 
la prudenza, il valore del capitano Oidofredo da Iseo, 
commise a lui di rompere contro Alboino e di tentare 
la perdita delle sue masnade. Dietro tale commissione 
del primo console, Oidofredo seguitato da un grosso 
corpo di armati a cavallo, e da più migliaia di bea 
agguerrite fanterie, prese immediatamente le mosse; 
giunse inaspettato in vicinanza di que' masnadieri due 
ore dopo levato il sole il giorno seguente; e quelli in 
vece di essere accampati in uu luogo prominente presso 
Pontoglio, luogo circondato da un vallo, di che ave- 
vano ordine da Alboino: siccome erano sdegnosi di ogni 
freuo, e cupidissimi di predagioui, si erano sbandati a 
bottinare. Favoreggiato Oidofredo da quel disordine li 
diede a scompigliatissima fuga, li seguitò rapidamente, 
mandonne a morte quanti ne potè giuguere; molt' altri, 
fra i quali lo stesso Alboiuo, si sommersero Dell' Ollio, 
tentandone per la paura il guado, quantunque fosse ri- 
gonfio; altri molti si dispersero per varie terre del bre- 
sciano, del bergamasco e del cremonese, dove furono 



i58 LIBRO SEDICESIMO 

" " ~^— -o trucidati dagli abitanti, ovvero arrestati e sospesi 
^ o P alle forche per man del boia (i). 
mino Aveva appena don Ardiecio ottenuta sopra i masna- 
I10 9* dieri condotti da Giraldo de Ome la descritta vittoria 
di Botticino, che fu da un araldo avvisato dell' altra 
decisiva ottenuta dal capitano Oldofredo presso Ponto!- 
Ho sopra le ciurmaglie di Alboino, ed assicurato an- 
cora, che dopo aver quel prode ristorate le milizie con 
un debito riposo, le avrebbe prontamente ricondotte 
a lui, la qual cosa entro due giorni fedelmente adempì. 
In quel breve frattempo il conte Alberto Martinengo 
ed il conte Alberico Gambata fratello del conte Alghi- 
sio giunsero essi ancora ad unire le truppe loro a quelle 
del primo cousole don Ardiecio; perlocchè essendo cre- 
sciute di molto le forze dell'esercito bresciano, deli- 
berossi di rompere il dì seguente contro Leutelmo (2). 
§ i3. Ma quell'accorto non li stette aspettando, e 
sulle prime ore della notte precedente il giorno del 



(1) ZJldqf'redus cum pedi tatù et cab alleri a contra istum mis- 
sns est...* Alboinus in quodam eminenti loco prope Pontollio 
se ultimo constituerat , hubi se suda et Jbsso munierat j set 
ejus sequaces parum obbedientes ad predandum ibant .... Ita 
ab LUdufredo duobus oris sequentis diei inventi fuerunt ... . a 

quo statim fugati strages fugientium facta fiat: multi in 

Ollio annegati, inter quos Alboinus: reliqui fugientes per Co- 
mitatum Brissianum, Cremonensem, et Pergamensem ab abi- 
taloribus interferì > et qui capti , statini suspensi. Brev. Ree. 
pag. 80. 

(1) Sero ìstius diei Ardicio hec Victoria nunciata fuit , et 
quod Uldofredus statim adveniret, ut simul contra Leutelmum 
proficiscercntur. Post duos dies advenit TJldufrcdus , et cwn 
lelitia magna acceptus fiat, et eodem die Co. Alb. de Marti- 
nengo , et Albricus de Gambara Alghisii frater cum forti 

vianu advenerunt: et aucto numero contra Leutelmum.... 

ductores.... sequentem diem, eie. Brev. Ree. pag. 81. 



LIDRO SEDICESIMO i5g 

fissato attacco, levò c!a Nuvolento il campo, e, trjgit- 25525S 
tato il Chiese, avviò le ciurmaglie verso i confini del J^°P° 
veronese. Mosse don Ardiccio innanzi l' alba verso il anno 
campo di Leutelmo, ma giunto colf armata poco oltre l ^°9* 
Rezzato ebbe avviso, che Leutelmo sulle prime ore della 
notte aveva levati gli accampamenti, ed era partito. 
Seguitonne egli rapidamente le tracce ansioso di giu- 
gnerlo anzi che avesse ad uscire dai confini della pro- 
vincia. Giunto a Locato venne assicurato che Leutelmo 
erasi accampato in Desenzano, dove colla possibile sol- 
lecitudine procuravasi steccati. Don Ardiccio rattenne 
per quella notte i suoi in Lonato, e concertò col conte 
Alghisio le maniere di spingersi all' indomani contro 
quel terribile devastatore; ma innanzi che spuntasse 
1' aurora del dì seguente, venne dagli esploratori assi- 
curato, che Leutelmo era già uscito da Desenzano, e 
che veniva a gran passi contro di lui. Don Ardiccio 
dispose tantosto le schiere, e le inanimò a ribatterne 
con franchezza lo scontro; ma Leutelmo fra le interru- 
zioni di que' poggi, giunto al luogo detto allora Strada 
nuova fermò i suoi, K pose in ordiue di difesa, e diede 
segni di non volere in quel giorno azzardare battaglia (i). 



(i) Prima luce tanta celeritate versus Nuvolentum iter ce- 
perunt) ut currere videretur* Quum itineris partem fecissenl 
Leutelmum Nuvolento discessìsse intellexerunt, et trajecto 
Clesio tam velociter viam inire Veronensis finis ^ ut funere 
videretur. Mutata subito via in eodem itinere se direxerunt^ 
set velociori gressu^ ut intra suos fines ostes assequi possent» 
liunatum percenti , ostem Desentiani constitisse intellexerunt 
et hibi diligenter se communire , tum ipsi quoque^ quia multupi 
lassi erant haput Lunatum constiterunt. Sequenti die Ardic, 
et Alg. se parantibus Desentianum ire, reperite advenerunt 
exploratores cum nuncio ostes retro anitra eos venire, Ipsi 
statim in acie directis omnibus scaris addentimi ostium expecta-* 



160 LIBRO SEDICESIMO 

^55555 II prifno console don Ardicelo, credette essere op- 
l)opo por tu no il giovarsi di quella renitenza di Leuteltiao, e 
. Jnr]0 ben consigliate le cose co' suoi capitani, avviò in sulla 
*ioy- sera il conte Alghisio col suo corpo d' armata lungo 
le falde meridionali di éjué ? colli, e gli ordinò di at- 
tendarsi in una valletta, daddòve gli sarebbe stato fa- 
cile il dì seguente lo spingersi coutro Leutelmo alle 
terga, appena dopo eh' egli lo avrebbe attaccato di 
fronte. Quel divisamento èra degno dei talenti militari 
di un tanto uomo, ma lo scaltrissimo Leutelmo lo seppe 
mandare a vuoto. Accortosi egli di que' minacciosissimi 
movimenti, sulle prime ore della notte, che per man- 
canza di luna, e per essere uubiloso il cielo era buia 
d'assai, senza mettere alcun rumore levò il campo, e 
difilati i suoi verso monte fino ad alcun miglio sopra 
Lonato, poi volli verso occaso, prese via per Brescia; 
ed eseguì quella mossa sì quattamente e con tanto si- 
lenzio, che non alcuna delle scolte di don Àrdiccio, 
non alcuno de' suoi esploratori ne ebbe il menomo sen- 
tore; e la procedette così innanzi, che sui primi albori 
del giorno seguente, che era l'ultimo di luglio, Leutelmo 
non era luuge da Brescia che sole tre miglia, ed andava 
devastando il deliziosissimo borgo di sM Eufemia (i). 

veruni. Set Rìbelles guum ad Contratam novam pervenissent, 
nil ultra processerunt, et osfenderunt se bellum ilio die nolle 
inire. Brev. Ree. pag. Si. 

(i) Ardìchis seguenti die prelium inire volens^gui erat ulti- 
mili Julii, Alghisium misit cum parte exercitus ad guemdam 
locum occupandum 3 ut a tergo ostes invaderete dum ipse a 
fronte invadebat. Set Leulelmus in sua astuzia contraria medi- 
tans circa duas oras noeti s in prof lindo silentio discessit^ et ita 
occidtissimus transivit, ut sculte duorum exercititum nihil senti- 
reni, inde possibili celeritudine iter movit versus B rissiamo et in 
ortu divi ad Curtem s. Eufemie vicinus pervenerat. Br. Ree. p. 82. 



LIBRO SEDICESIMO 1G1 

Non puossi esprimere quanta fosse al mattino di quel ~~ 
giorno la sorpresa del priore de' consoli e di tutto il q £. 
suo esercito , al vedersi Leutelmo scampato di mano anno 
insieme con tutti i suoi, quando appunto speravasi di 1I0 9 % 
poterlo assaltare e di fronte e da tergo; non puossi 
esprimere quanto paventassero che quel masnadiero fosse 
già per invadere la città, o già la andasse saccheg- 
giando, desolando, incendiando: uè puossi esprimere an- 
cora quanto fosse in quel mattino lo spavento dei cit- 
tadini al vedersi emunti di forze militari, e minacciati 
così davviciuo da un tanto formidabile ribaldo. Crede- 
vasi allora pubblicamente in Brescia, che V armata con- 
dotta dal priore de' consoli fosse già pienamente scon- 
fitta, ed era ben ragionevole il crederlo, perchè di quella 
non vedeasene tornare alcuno. Si alzarono sollecitamente 
i ponti levatoi, si chiusero le porte, si presero le armi 
alia disperata da uomini, da donne e da quanti avreb- 
bouo potuto di qualche maniera adoperarle, e 

» Al martellar della maggior campana (i) 

chi con in mano una scure, chi una forca, chi uno 
spiedo, chi qualch' altro strumento adatto a ferire, slau- 
ciossi sulle mura, e raccomandatosi scambievolmeute 
alla misericordia di Dio, preparossi ad ogni possibile 
difesa (2). 



(1) Tassoni, Secchia Rapita. 

(2) Explicari non potest terror et tumullus per universa?* 
cwitaiem que ad resistendum sine Jbrlia erat. et totum exer- 
citum deslructum Juisse credebat. At Leuteìmus .... venerai 
prope Brissiam, ut in Ma fortitudine quatti forre solet despe- 
ratio ad pugnandum suos sequaces reduceret , qui non aliam 
spem abere possente quarti in sola Victoria. Brev. Ree. p. 82. 

Yol. HI. II 



i6* LIBRO SEDICESIMO 

■—■■■!■ ■ j| p r ; ore de' consoli don Arriccio , agitatissimo per 
Dopo ] a partenza inaspettata di Leutelmo, commise al conte 
Judo Alghisio, che primo di tatti erasi accorto di quella 
Il0 9- mossa, di chiamarsi a seguito tutte le cavallerie del- 
l' esercito, e di spingersi di tutta fretta a soccorrere 
la città, se il si potesse ancora. Non perdette quel prode 
un istante, precipitò la strada, e schivate le vicinanze 
di sauta Eufemia, dove aveva lungo la via inteso te- 
nersi Leutelmo, percorse una strada a meriggio di quel 
paese, e trapassata a meriggio la città medesima, andò 
a domandarne V ingresso per la porta occidentale. Bril- 
larono dall' allegrezza i cittadini al ritorno di quel 
valoroso, al vedersi soccorsi da lui e dalle potenti mi- 
lizie che conduceva, ed assai più si rallegrarono al- 
l' udire essere salvo il priore de consoli e tutto l'eser- 
cito bresciano, e già sulle mosse per attaccare que' vi- 
cinissimi masnadieri (t). 

§ i4* Non aveva Leutelmo dato i suoi a quella ta- 
cita, notturna e frettolosissima marcia dietro l'idea di 
subito condurli ad invadere la città ; essendo già egli 
eertissimo che i cittadini si sarebbono di tutta possa 
adoperati per tenerlo dalle porte di Brescia respinto 
e dalle mura; e che don Ardiccio sarebbe frattanto 
sopraggiunto eoli' esercito, e lo avrebbe attaccato alla 
terga. Ma quello scaltro solamente il fece, perchè co- 
noscendo egli appieno il pessimo carattere di quanti lo 



(i) Factus eral dies, quod adhuc de Leuteìmi discessu Ar- 
ale, et Algh. nìhil sciebant. Primus fiat Alghis. qui ad Ardic. 
cursu pmfectus, de ejus ordine curri tota cavalleria discessit, 
et toto itinere currendo cito Brissie accessit, et per adversam 
portam hubi constiterant hostes intrans, suo adventu ab ultima 
desperatione c'wium erexit animos y et maxime nuncio incolumem 
esse Ardicium, cunctumque exercitum. Brev. Ree. pag. 82. 



LIBRO SEDICESIMO i63 

seguitavano, sapeva di non potersene fidare; e per " ' — 
sforzarli a fedeltà ed a fermezza, li condusse ad arte ;?°P° 
nel centro della provincia, affinchè la paura degli abi- auno 
tanti i villaggi gli avesse a rattenere dal disertare; M°9» 
affiuchè la speranza della ricchissima preda da farsi, meU 
tendo a sacco la città, avesse ad ingalluzzarli; ed a E» 
finche esposti a decisiva tenzone, fossero costretti a corn» 
battere da disperati. 

Anzi che suonassero le dieci antimeridiane di quel 
giorno, il priore de' consoli don Ardiccio giunse col 
pieno dell'esercito sul tenere di Caionvico; ed il coute 
Alghisio, certo per quanto aveva concertato con essolui, 
che a quell'ora sarebb'egli stato coll'armata in quelle 
situazioni, uscito di Brescia, dov'era da non guari en- 
trato, schivando i passaggi prossimi a santa Eufemia, 
condusse le cavallerie a riuuirsi air esercito. Andrea 
Rodengo, Guasco Masperoui, Luigi Bornati e Ciccamica 
erano i cousoli ordinari di quell'anno, e tutti e quattro 
in quel giorno erano armati in campo. Stava in fra 
due il priore de' consoli don Ardiccio, se avesse ad 
attaccare tautosto la battaglia o se, per ristorare le 
truppe dalla fatica del viaggio, avesse a prottrarla 
all' iudomane. Quale de' consoli o de'capitaui lo con* 
sigliava di una maniera, quale dell' altra: ma quando 
si accorse che Leutelmo irrompeva ferocemente all'at- 
tacco, con uguale ferocia scagliossi egli ancora insieme 
con tutto 1' esercito contro di lui (i). 

Quelle due osti si azzuffarono nella pianura a me* 
rigffio della strada maestra fra s. Eufemia e Caionvico. 

OD 



(t) ArdicìuS) et Alghisius ostes ferociter accedere vìdentes, 
eadem ferocia con tra eos ad iniliandam prelium profecti suvt f 
Ihev. Ree, pag f 83. 



i64 LIBRO SEDICESIMO 

• Non si soffermarono un punto in qualche distanza per 

Dopo incoccarsi contro freccia alcuna: gettati anzi gli archi 

anno e gli scudi, vinte da un'ira terribile, funesta, sì av- 

1109. ventarono scambievolmente con le lance, con le spade, 

con gli stocchi. Que' combattenti avevano tutti deciso 

di vincere di morire: non era alcuno che desse il 
menomo segno di trepidezza, non alcuno che pur ac- 
cennasse di dare addietro un passo. I capitani dell'uno 
e dell'altro partito incitavano i suoi colle acclamazioni, 
colle promesse, con esempi d' indomita franchezza: in- 
tanto i feriti ed i morti cadevano a dirotto, altri su- 
bentravano a furia nel loro lungo, e nell'atto 'che di- 
menavano il ferro, calpestavano senza alcun raccapric- 
cio i corpi di quelli che giacevano morti feriti. 

1 consoli Rodengo e Masperoni erano nelle prime ore 
della battaglia caduti estinti; gli altri due, cioè Luigi ì 
Bor»a ti, quantunque ferito gravemente in una coscia, e 
Cicca mica trapassato da un'asta un piede, seguitavano 
a combattere a eavallo come fossero sani; e così face- 
vano ancora il conte Àlghisio Ganibara, al quale un 
colpo di sciabla aveva fesso il viso e gettati alcuni 
denti dalle mascelle, il conte Alberto Martinengo, cui 
un orrido fendente aveva tronca una mano, ed il priore 
de' consoli don Ardiccio punto al petto da più ferite, 
11 solo prode capitano Oldofredi trapassato da una 
lancia le spalle fu costretto a farsi trasportare fuor 
della mischia (1). 



(1) Jpsi Brissiani primores non sine vulneribus erani tamen 
pugnam non derelinqucbant. Solus Uldiifredus'in se apula gravi 
ter vulneratus pugna excessit: Set Algh. Jacie gravi cesione 
incisus, Consul Ciccamica pede feritus ad mortem, Con sul Al 
visius de Bornato coxa ex utraque parte frajectus, Co. Al- 
bertus marni dbscissa^ tamen filmissimi in conflictu perdura- 
bant. Brev. Ree. pag. 83. 



LIBRO SEDICESIMO if,S 

Comiuciò finalmente la vittoria a spiegarsi a favore T^^^r. 
dei cittadini; e Leutelmo a quella vista , sdegnoso di PPP° 
sopravvivere ad una sconfitta, scagliosa dove più af- an ,. ; j 
foltato ardeva il conflitto, affrontando pericoli e vi- ll0 9« 
brando colpi da disperato; soperchiato finalmente dal 
maggior numero cadde estinto. Alla caduta di Leutel- 
mo, gli avanzi delle sue masnade si dispersero fug- 
gendo su pei monti vicini; daddove fra brevi giorni, 
capitanati dai fratelli Giraldo e don Marzucco, audaron© 
a raccogliersi nel castello di Serie (i). 

Fra gli altri che furono colpiti dal ferro ostile in 
quella tremeuda giornata, non posso lasciare dimenti- 
cato il padre dell'anonimo autore della cronaca, dalla 
quale vo traendo le patrie ricordanze di questi agita- 
tissimi tempi; e lo nomino affinchè ognuno possa ar- 
gomentare quanto peso si debba ai racconti dello scrit- 
tore del Breve Recordationis, siccome ha raccoman- 
dato ai posteri la memoria di fatti, ai quali lo stesso 
suo padre era stato per mala ventura presente (2). 

§ i5. Ottennero i Bresciani a si caro prezzo quella 
vittoria, che più della metà dell' esercito loro ne era 
rimasta esanime sul campo; e di quanti ebbero la 
sorte di uscirne salvi, erano pochissimi gli illesi da 
ogni ferita: per la qual cosa la città per otto interi 
mesi non fu in grado di allestire e dirigere milizia 
alcuna contro i fratelli de Ome Giraldo e don Mar- 
zucco. Intanto le reliquie delle orde di que' due dive*- 

(1) Denique Brissiani victores fuerunt. Leutelmus supererà 
suorum morti nolens in medio se projccit ostes, et postea su- 
per cumulimi mortuorum inventus fuit facie haduc truci, et 
terribili. Brev. Ree. pag. 85. 

(2) Ipse genitor meus quatfuor vulnera accepit, et in uno 
vuìneratus fuit hapud mortem, Brev. Ree. pag. 84. 



i66 LIBRO SEDICESIMO 

iUrUr """• nivauo ogni giorno più numerose pel concorso continuo 
Dopo di altri scellerati che a quelle si aggiungevano, sicché 

r* /-» i DO o * 

arino giunte ad essere troppo affollate stanziando nel solo ca- 
1I0 9* stello di Serie, si divisero: una parte capitanata da 
don Marzucco rimase in quel castello, e l'altra coman- 
data da Giraldo scese verso levante, e passato il Chiese 
andò ad occupare la rocca di Carzago (i). 

Trascorrevano i mesi, né essendo mai quelle ciurme 
perseguitate da alcuno, devastavano a salva mano ora 
l'uno, ora l'altro paese vicino; ed occupato poscia an- 
cora il castello di Nave, ed in quello fortificatesi, di 
là spingevansi di sovente a depredare fino i sobborghi 
della città. Ma il priore de' consoli don Ardicelo e la 
più parte de' feriti suoi ufficiali, ricuperata finalmente 
la salute, ed assoldate nuove genti onde rimettere pos- 
Anno sibilmente Y armata, ne' primi giorni dell'aprile ino 
mossero contro quel corpo di masnadieri, che era usi 
fortificati in Nave. Erano le schiere bresciane sul punto 
di assaltare quel castello, quando le torme che l'occu- 
pavano, strette fra le mani lunghe fiaccole accese e 
tizzi ardenti, ne uscirono a furia, ed irruppero vibran- 
do que' fuochi contro gli occhi di quelli, che erano 
approntati per aggredirli; e con quella insolita ma* 



(i) De Brissianorinit exercitu plus dimictuirn interfeeti* et 
strenuissimus quisque, et magnus de eis numerus, qui nobili- 
tate aut potestate prestabant, celeri quasi omnes vulnerati.... 
Hec guera finita esse apparebat: set quum ambo fugissent 
Girardus et Marzuccus continuata est malifactorum 9 et ser- 
vo rum Jugentium copia terminata haduc non erat; et tanti post 
parum tempus in Zerlarum castello coadunati fuerunt^ ut hibi 
sussistere quum amplius non possente se diviserunt^ et una 
pars sub Girardo, trajecto desio de Carzago occuparent Ca- 
stellimi. Brev. Ree. pag. 84* 



LIBRO SEDICESIMO 167 

ni e ra di combattere, sorpresero di primo tratto i Ere- -' "' — 
sciani, gli spaurirono e gli sforzarono a dare addie- Do P^ 
tro té* A quella vista il prode Oldofredi colle cavai- anno 
lerie ch'egli capitanava, slanciossi di tutto impeto contro lll °' 
qi:e' ladri agitatori di faci, li respinse ad un tratto, li 
ruppe, e seguitatili mentre fuggendo tentavano rifug- 
girsi in Nave, penetrò couesso loro in quel castello, 
dove giunta dopo breve tratto tutta l'armata, negato 
quartiere a chicchessia, furono tutti que' ribaldi pas- 
sati a 61 di spada, e sepolti sotto le rovine di quel 
castello, che allora si diroccò (2). 

§ 16. Distrutte quelle infeste ciurmaglie, ed abbat- 
tuto il castello di Nave, era il priore de'consoli don Ar- 
dicelo per addirizzare Tarmata contro le altre di Serie 
capitanate da don Marzocco: ma una forte turbolenza 
della città lo costrinse a tornare frettolosamente in 
Brescia. Un certo Bozzoni, uomo di bassa condizione, 
perchè figlio di un falegname di Palazzuolo, ma che 
per le virtù dello spirito e del cuore avevasi meritata 
la pubblica onoranza, a dispetto di molti nobili aveva 

(1) UH in diem audaciores devenientes^ versus Brissìam scen~> 
derunt) et Castellani de Navis comprehenderunt^ hubi usque 
ad portas Civitatis incurrebant. Denique Ardicius et Alghi-> 
sius vulneribus sanati ad reparandum exercitum attenderunt , 
qnod pauco labore factum est.,., et primis diebus mensis Aprile 
MCX conlra castellimi de Navis prqfecti sunt. Dum assaltum 
dare se parabant, de repente ostes Jlacculis accensis armatos 
emmpere viderunt, qui primum nimio timore perì erriti pen 
multos passus cesserunt, veluti fugientes. Brev. Ree. pag. 84, 

(2) JJldufredus qui caballerie primus ductor erat ad se se-? 
quendum suos ortatus , primus per medios ostes invasit: et 
idem ab omnibus factum est, ita ut ostes a caballis uhique 
prostrati ad Castellimi fugerent, in quo Brissiani una irrum-* 
pentes a primo ad ultimimi omnes interfecerunt^ inde castellum 
dirupcrunt, non relinquentes vestigia, Brev, Ree. pag, 84, 



ino. 



168 LIBRO SEDICESIMO 

^ mmm ^ occupato altra volta e con molto decoro il Sergio con- 
J^ P° solare di Brescia; ed ia que' giorni era stato p^bblica- 
anno mente proposto al consiglio priore de' consoli, e desti- 
nalo a salirne lo scranno il prossimo giorno di s. Pie- 
tro, nel quale solevasi rinnovare quella magistratura. 
Molti nobili sdegnosi di vedere elevato ad una tanta 
dignità un figlio di un marangone di campagna, un 
plebeo, ne congiurarono la perdita; e sulle prime ten- 
tarono di trargli addosso la pubblica vendetta, denun- 
ziandolo, come tentasse di deprimere la patria libertà, 
e di farsi eleggere principe della provincia; ma accor- 
tisi che non prestavasi fede a quella imputazione, sei 
giovani discendenti da alcuue famiglie fra le più di- 
stinte della città, accecati dall'invidia e dallo sdegno* 
cospirarono di ucciderlo di propria mano; e dietro tale 
congiura, andarono di bel giorno a scontrarlo armati 
in un viottolo presso santa Maria Calcherà, uell' ora 
che sapevano di aver Bozzoni a passare per quello, e 
scontratolo, lo aggredirono tutti insieme, a colpi di 
pugnale lo massacrarono, e poscia usciti frettolosamente 
dalle porte, si diedero alla fuga e si salvarono (1). 

Fremette d' ira il popolo alla veduta di tanta scel- 
leraggine; ed accortosi di non poter raggiugnere così 



(1) Boso de Palazzuolo, qui lignarii Jllius erat, anno tran- 
sacto cum magna Nobilium invidia Consuì \ factus fuerat. Iste 
v'ir erat rectus, prudens, et facundus..., Populus, ejus favore 
accensus, se velie dicebat illum primo tempore facere Consu- 
lem. Furentes odio nobiles contra Bosonem pubblicabant, quod 
se facere tirannum Brissie machinaretur. Set populo nihil 
credente, sex juvenes de majori genere, sodata cospiratone $ 
Bosonem attenderunt dum.... contratam de Calcaria transi-? 
hat...* omnes sex transferiis illuni occiderunt , inde in fuga 
abierunt. Brev, Ilec. pag. 85* 



/ 



LIBRO SEDICESIMO 169 

facilmenP i colpevoli fuggenti, tumultuando e bestem- 

miando affol tossi intorno alle case loro, minacciandone ~°P° 
incendo o rovina; e lo avrebbe pur fatto se il vescovo anno 
"Villano e molti altri riputa tiesi mi personaggi non si I,la * 
fodero vivamente adoperati per temperarne le furie. 
A que' prudentissinii consigli i concitati si rattennero 
dall' eseguir le minacce, nou cessavano però dai tu- 
multi. Trapassate alcune ore, sopraggiunse don Àrdic- 
cio, e tanta era la pubblica considerazione di luì. che 
poche sue parole bastarono a calmare il pubblico fre- 
mito. Si radunarono nei dì seguenti i magistrati, ed 
i nobili sei giovani correi dell' eccidio del Bozzoni fu- 
rono condannati a perpetuo bando, commessi al fisco 
tutti i loro averi, e promessa una taglia di due mila 
lire imperiali per Y arresto di ognuno di quelli, pur- 
ché fosse eseguito dentro i confini della provincia (1). 
§ 17. Tranquillati que' sussulti e pubblicata contro 
que' nobili la sentenza, don Ardiccio uscì nuovamente 
coli' esercito, onde spingersi contro gli altri due corpi 
de' masnadieri che aucora restavano. Egli prese le vie 
contro quelli di Serie, e postosi a campo in Nuvo- 
leuto, avviò il conte Alghisio Gambara con un grosso 
corpo di truppe contro quegli altri che capitanati da 



(1) Populus Jurenter arma compi ehendit ut omìcidas corn- 
prehenderet; et nisi Episc. Pillanus, et civitatis primores ob- 
stitissent , eorwn casas igne combussisset, Ardicìus suo ad- 
ventu tumultum sedavit. Omicide hanno perpetuali damnati 
J'uerunt) curn talea duorum millium Librarum Imp. in singulo 
capile, et bona eorum Jisco devoluta, Br. Ree. p. 85. Quella 
era una taglia di alta considerazione, perchè, siccome ha lasciato 
scritto Zamboni (Ragionamento per la Comunità di Gottolengo 
f. 3 not. B.) ogni lira Imp. corrispondeva a lire 4° venete, le 
quali corrispondono ad austriache lire 2 7 > centesimi io. all'" incirca, 



i 7 o LIBRO SEDICESIMO 

1 - Girardo stanziavano in Carzago. I consoli Emanuele 
Dopo yilla ed Alberto Sala, che erano stati surrogai al Ro* 
unno deugo ed al Masperoni, morti da già oltre setfc mesi 
M f °? nella tremenda giornata di s.ta Eufemia, ai quali due 
consoli era affidata la condotta di una buona mano di 
milizie, si unirono al conte Gambara in quella occa- 
sione. Avvisato Girardo di quante forze erano in mossa 
contro di lui, e che quelle gli avevano già chiuso per 
ogni parte lo scampo, certo di non essere in istato di 
potersi difendere, e che sarebbe stato inutile lo sup- 
plicar quartiere, diedesi unitamente a'suoi ad una di- 
sperata risoluzione. Mandò a fuoco Carzago, ove per 
essere allora le case per la maggior parte di legno e 
coperte di paglie, crebbe subitaneo e terribile l'incen- 
dio; poi con le sue ciurme ne uscì di tutta furia, 
slanciossi contro le prime file del conte Alghisio, e 
scompigliate le respinse; ma sostenute quelle dalle al- 
tre che le seguitavano, e rinfrancate dalle grida del 
conte Gambara^ tornarono ad affrontar la battaglia; 
intanto i consoli Sala e Villa assalsero Girardo e le sue 
masnade, Y uno al destro, T altro all'opposto fianco; 
sicché percossi di fronte e da ambi i lati, e colle fiam* 
me del castello che loro infuriavano per di dietro, 
quantunque si dimenassero da disperati, caddero tutti 
in breve ora vittime non commiserate sul campo (1). 



(t) Ardiccius contra ribelles rursus proficiscens de Nuvo- 
ìenlo yiam cepit, hubi in duas partes exercitum divisti, qua- 
rum imam Alghisio commisti ut contra ribelles de Carzago 
pergeret. Giraldus illorum ductor desperatione furens suis 
proposuit, ut advenientibus ostìbus ignem Castello darent, inde 

Jòras erumpentes gloriosi in pugnam mori inde accenso 

igne foras eruperunt .... Pugna intiiata futi cum turbatione , 
ostibus precipiti furore invadentibus* Emmanuel de Pilla posi 



LIBRO SEDICESIMO 171 

§ 18. Disfatto di tale maniera quel grosso corpo di ~-~~—- 
masnadieri, i consoli Alberto Sala, Emanuele Villa K°Ev 
ed il conte Alghizio Gambara si riunirono al priore anno 
de' consoli don Ardicelo, che era approntato per ispin- ,II( ?* 
gersi contro le orde di don Marzucco , che si erano 
fortificate in Serie, ftja il vincerle per assalto era dif- 
ficile d' assai, e per I' altezza del dirupo sopra al quale 
era eretto quel castello, e per le barricate che attra- 
versavano la via ed i valichi che vi conducevano e 
per T animo disperato dei molti che Io occupavano. 
Siccome correva pubblica voce che, don Marzucco da 
alcuni messaggi che aveva spediti in Germania a sup- 
plicare protezione dal re Arrigo V avesse avuto in 
risposta, che quel sovrano sarebbe disceso ben presto 
a soccorrerlo, voce che era pubblicamente creduta, 
perchè sapevasi che quel sovrano, fino dal giorno del- 
l' Epifania dell' anno stesso aveva in Ratisbona siguifi~ 
cato ai principi germanici la sua risoluzione di calare 
fra non guari in Italia, onde avere dal pontefice Pa- 
squale Il la corona imperiale, ed onde mettere a sestq 
le sue cose in questi paesi (i): per questo, bramosissimo 
don Ardiccio di sconfiggere don Marzucco, innanzi che 
il re Arrigo avesse a discendere, per circa un mese 
non lasciò passar quasi giorno, senza tentare o per una 
maniera o per V altra d' insignorirai di Serie; ma qgni 



panini circuitimi illos a tergo assai fus est, et eodem tempore 
Consul Albertus de Salis ab uno latere illos invasiti et Al* 
ghisius dilatando ordinantiam ab altero latere circumdedit ! 
hubi omnes a primo ad ultimum cum Giraldo, desperate quisque. 
in suo loco pugnans , inlerfecti fuerunt. Ita Alghisius fiicevi 
ab hoc incepto solutus, ad Ardicium regredì pofuit. Brev. Ree, 
pag. 86. 

(1) Veggasi Muratori, all'anno ino degli Annali d' Italia. 



i 7 a LIBRO SEDICESIMO 

"" — assalto fu inutile, fu sempre respinto con perdita di 
Dopo rnolti de' suoi , fra i quali sopra ogni altro gli in- 
armo crebbe il valoroso capitano Accorsio de' Confalonieri di 
Mio. Brescia (i). 

Convinto finalmente don Ardiccio di non poter avere 
quel castello per assalto, lo bloccò. Intercetta per que- 
sto ogni maniera a que' masnadieri di aver vittovaglie, 
disperati del prossimo promesso soccorso da Arrigo V, 
ed incitati dalla fame, necessariamente determinarousi 
a tentare coli' armi uno scampo. Scelsero per questo la 
cotte seguente il 4^ i'5 luglio, notte assai oscura, e per 
T impeto de' venti rumorosissima. Stretto que' masna- 
dieri allora disperatamente il ferro, dopo aver finto di 
tentare colla forza il varco od all' uno od all' altro, ed 
in tutti que' punti che sarebfoesi creduto più facile lo 
scampo, respinti dovunque dalle soldatesche di don Ar- 
diccio, finsero di tornare nuovamente al castello; ma 
discesi invece con gravissimo pericolo per un valico, 
che per essere dirupatissimo non era guardato dagli 
osti, ealarono, salve le ossa per la più parte, dal pre- 
cipizio, ed insieme con don Marzucco passarono in Ti- 
rolo a supplicare rifugio. E di tale maniera la fran- 



(i) Rihellium mullitudo major erat sub Marzucco , qui iti 
Zerlarum Castella se communierat ; et Marzuccus prò auxilio 

Ilienrico miserat Megi Germanie et Italie et missi retu- 

lerunt quod hex infra mensem . . . . in succursu eorum venis- 
set.... At hoc ìnceplum difficile statini inventimi fuit, quum 
omnes vie dirupte essente et per loca conjragosa scandere nec- 
cesse esset. Supra meri s erri) ut continuo prelio assumptum est 
tempus, et multi mililum quum interfecti fuissent 5 majus ta- 
men damnum acceptum fuit in sola morte viri strenui Accursi 
Confanonerii, L'ultima superstite della famiglia Confalonieri di 
Brescia è stata la madre dei nobili fratelli Pedrocche morta da 
pochi anni. 



ino. 



LIBRO SEDICESIMO i?3 

chezza ed il valore degli antichi Bresciani liberò que-2H5HHB 
sta provincia dall' audacia feroce e dalle devastazioni ^ U P° 
terribili di que' ribaldi (i). anno 

§ ig. Tranquillate per la fuga e per la dispersione 
di don Marzucco e delle sue masnade le cose di que- 
sta provincia, e sciolti i Bresciani dalla paura di ul- 
teriori devastazioni e saccheggi, o di essere sforzati a 
spargere altro sangue pugnando contro turbe di ladri, 
per alcune turbolenze che allora si commossero nelle 
province vicine, le soldatesche bresciane dovettero uscire 
nuovamente in campo. 

Rufino Zenucagli si fece capo in Mantova di una 
potente fazione; e Giorgio de Bagno e Lorenzo Valenti 
ne capitanavano l'opposta. Quelle due parti ostili si 
trattennero per qualche tempo ad iscambievoli minacce 
e ad offese di legger conto; ma il de Bagno ed il Va- 
lenti decisi alla fine di espellere dalla città lo Zenu- 
cagli e quanti sostenevano le sue parti, domandati ed 
ottenuti soccorsi dalle città di Verona e di Piacenza, 
fatti più forti degli avversari, riuscirono di quanto 
avevano divisato, e Zenucagli ed i suoi partigiani fu- 
rono scacciati da Mantova (2). 

(1) Nocte dici XF Juìii que ventosa, et nubibus nigra ac» 
clderat de Castello exierunt, et per Lres parles ad assaltandas 
oslium f orlali tias perrexerunt. Postquam eis visum est ad fai* 
lendos ostes satis fecisse , recesserunt fingentes ad castetium 
redire: set gressus quos occulte moverunt versus quemdam 
Iccum, qui difficiìis super alia loca esset, nemo erat in hac 
ora qui eum custodirei: hibi ponti s et scali s ante parati s,quum 
fossas superasscnt et alias oppositiones, per vicinas sylvas se 

disperserunt, et rnajori parte»*,, inter quos Marzuccus. . .. in 
partes Tridenti fugisse velatimi fui t. Brev. Ree. pag. 87. 

(2) Fervebant duo factiones in civitate Mantue-... une earurn 
precedehat Rufmus de Zenucaglio; et altere Georgius Bagni, 



;mno 
Ilio. 



t 7 4 LIBRO SEDICESIMO 

--- ■■ ' ■ Lo Zeuucagli aveva per moglie una figlia del conte 
hopo Alghisio Gambara, e trovatosi in que' frangenti 7 sup- 
plico dal suocero soccorsi; e lo fece proprio in quei 
giorni, ne' quali quel conte insieme con le altre milizie 
bresciane era impegnato a combattere i masnadieri co- 
mandati da don Marzucco. Alghisio che nudriva uu 
animo sospinto dalla natura alle battaglie, non lasciò 
fuggirsi di mano un' occasione così adatta ai fiotti del 
suo genio, e che gli apriva nel tempo stesso il mezzo 
di adoperarsi per la difesa di un suo genero. Yiuto 
Serie, e fugato dalla provincia don Marzucco e gli avanzi 
de' suoi masnadieri, tornò il conte Gambara co' suoi 
compagni in Brescia, dove presentatosi ai rappresentanti 
il comune pregò di essere accompagnato dalle milizie 
bresciane nella mossa che andava ad assumere. Accon- 
sentirono quelli all' inchiesta, e perciò tutte le forze che 
avevano combattuto a Serie, e lo stesso priore de' con- 
soli don Ardicelo, mossero in sua compagnia sul mau» 
tovano (i). 

Quelle soldatesche bresciane erano giunte presso a 
Goito, quando don Àrdicelo ed il conte Alghisio ebbero 



et Laurentius Valenti s. Post muìtas injurias beli urti de ni que 
inter eos accensum fuiU Qum Georgius et Laurentius in auxi» 
lium a civitatibus Verone et Placentie magnani forila m acce* 
pissent, Eufinum cjusque partem foras ejecerunt. Brev. Ree. 
pag. 88. 

(i) Rufinus qui fili am Alghìsii desponsaverat, Mi auxilium ( 
f>o sin lavi £.*.. et responsum accepit, statini ab obsidione Zerla* 
rum liber esset, in succursum ejus pervenisset* .. . Quum AU 
ghisius Bri s siam regressus est, statìm a Comune postulalo 
fjus prò succursu Rufini accepta fuit. Cum eodem exercità , 
quo contra Ribelles Ardici us t et Algkisius versus partes Man* 
tue prof celi sunt. Brev. Ree. pag* 88. 



LIBRO SEDICESIMO i 7 5 

avviso, che Gransedonio conte di s. Martino capo di nu- 1 ^"^^ 
nìerosissirae frotte di assassini, e sostenuto da una va- Do P° 
lida mano di truppe inviategli dai signori de Bagnò ^o 
e Valenti (i), erasi il giorno innanzi appostato in un IlI °* 
bosco vicino, e preparato ad aggredire e predare il 
bagaglio dell' armata bresciana, che indi aveva a tra- 
passare. Que' capitani a tale annunzio avrebbero potuto 
lasciare il conte Gransedonio deluso ne' suoi agguati, ed 
avviarsi per altra strada; ma baldanti per le ultime 
ottenute vittorie, e pieni ancora gli orecchi dal plauso 
degli ottenuti trionfi, pensarono essere un tratto vile 
lo schivare gli agguati del conte di s. Martino; per 
questo ordinate le schiere di maniera, che parte aves- 
sero a precedere i carri de' bagagli, altra parte a fian- 
cheggiarli ed altra a proteggerli' per di dietro, conti- 
nuavano francamente la via che passava di traverso al 
bosco delle insidie. Gransedonio tenne appiattate le sue 
ciurme, fiuchè non vide passare che le schiere prece- 
denti i carri, ma appena quelli passaronli vicini, spinse 
di furia le sue canaglie eontro le milizie bresciane che 
li guardavano di fianco, e dopo averne uccisa gran 
parte, commise lo spoglio del bagaglio. 

Al rumore di quell' assalto volsero faccia ad un tratto 
|le avanguardie; e le truppe che seguitavano i carri 
slanciaronsi innanzi di tutta corsa, e si azzuffarono 
con que' malandrini; ma per l'angustia della stra- 
da, per gli alberi affollati, per T intrecciameuto dei 
macchioni, non ebbero campo i Bresciani di potersi 



(i) Questo fatto è raccontato distesameute da Gio. Battista 
Visi, Notizie storiche della città, e dello Stato di Mantova, 
toni, i f. jg5 e S€ g % Egli accora però lo ha tratto dal mede- 
simo Cronaco. 



176 LIBRO SEDICESIMO 

^^5™ affilare a piacimento, uè poterono avere di que* ri- 
l)opo baldi vittoria; anzi dopo essere caduti molli e dall'una 
lana parte e dall' altra, accortosi Gransedonio di non poter 
,I10, tutti spogliare que' carri, dopo averne però tratto largo 
bottino, diede ordine a 5 suoi di ritirarsi nel bosco. I 
Bresciani non osarono d' inseguirli per que' sconosciuti 
ed insidiosi sentieri; ma continuando la non senza danno 
interrotta marcia, uscirono dalla pericolosissima bosca- 
glia, e seguitando la strada attraverso a spaziose cam- 
pagne, giunsero il dì seguente a Ferezollio, dove si 
unirono col Zenucagli e con le sue schiere (i). 

§ 20. Intanto che quelle soldatesche ristoravausi bre- 
vemente dalla fatica e dalle vicende del viaggio, ra- 
dunatisi i capitani a consiglio, deliberarono che don 
Ardiccio e lo Zenucagli col pieno delle forze bresciane 
e mantovane dovessero tentare d' impadronirsi di Mar- 
miroloj castello non lungi che cinque miglia da Mau- 
tova, e che poscia è stato deliziosissima villeggiatura 
di que' duchi (2); e che il conte Alghisio frattanto, se- 
guitato dalle schiere delia lega de' Valvassori di Lom- 
bardia, da mille Bresciani e da cinquecento Mantovani 
avesse a sogguardarli alla larga, perchè non avessero 
ad essere sorpresi alle terga dall' armi del de Baguo e 
di Valenti. 



(1) Quum silve Goilìsce aceessissent, per quam mediarti tran- 
sire ab eh ani , intellexerunt Granscdonium Co. s. Martini, qui 
multitudinem latronum comparava' at, nocte antecedenti Ulani oc- 
cupasse, ut eorum spolia comprehenderet. Multa centesima erant 
Jatrones..., et quum validam militum manum accepisset a parte 
que Rufino adversahatur, magnani spem conceperat.... Latro ne s 
quum accedere viderunt carra 3 de occultis sihe foras erumpc- 
runt, et occisis guaiti s omni vi depredare ceperunl. Brev. Ree. 
pag. 88. 

(2) Visi, lonu a /. 197, nota 1. 



LIBRO SEDICESIMO 177 

Don Ardicelo e Ruffino cominciarono le operazioni — 
contro Marmirolo, facendo volger? per altra parte le ^opo 
acque che discorreano lente ed altissime per le fosse anno 
circondanti quel castello. Tolta così alla fortezza una * 110 « 
tanta difesa, fecero erigere presso alle mura molle torri 
militari, le quali erano più alte delle mura medesime. 
I difensori tentarono con varie sortite di stornare quelle 
operazioni; ma sopraffatti dal maggior numero delle 
osti, furono sempre costretti a dare addietro con per- 
dita di non pochi. Asciugate le fosse, compite le torri 
ed approntate le scale, si venne all' assalto, il quale 
riuscì così facile, che in bre v'ora quella piazza si espu- 
gnò. I viucitori ne diedero a morte quasi tutta la guar- 
nigione, predarono quanto poterono raccogliere, e final- 
mente, dietro ordine dello Zeuucagli, fu quel castello 
fino dalle fondamenta demolito (1). 

§ 21. Il conte Aighisio Gambara non ebbe eguali 
venture: ardentissimo egli di temperamento non seppe 
attenersi ad invigilare solamente, perchè il de Bagno 
ed il Valenti non avessero ad irrompere contro gli as- 
sedianti Marmirolo, siccome avevasi nel consiglio di 
guerra determinato; ma gonfio di se stesso, ed ansioso 

(1) Obsidcre Castellani de Marmirolo captarti futi, et quod 
Àlghisius ad impcdiendiim siiccursum Gecrgii et Laurentii per- 
geret clini sua miìitia , cimi mille Brissianorum: et quingentfs 
Manluanorum. Castellimi bene munitimi erat defensoruni quan- 
titate, muris, et turribw;, et fossa aqtta plettri. Ai dteius aquam 
averli jussil, inde edificavi turres, que muros superai ent. Ad 
impedicnda lice labore ria ob sessi pluries de castello eruperunt, 
hubi multi interior uni. ... Quum fossa siccatn y turribus, et sc<rlis 
assahus datus fuisset y pauco opere Castellani expugnatum 
fuit: prope om/if's de defensoribus intcrj'ecti, preda militibus 
concessa, et Castellimi, jussu Ilufmi fu ti da mentis diruptum. 
Ikev. Ree. pag. 89. 

YOL. III. 12 



i 7 8 LIBRO SEDICESIMO 

^^^r*^ di nuovi trionfi, andò a scontrare il de Baguo ed il 
Dopo Yalentij e gli sfidò a battaglia. Que' due stavano allora 
anno' aspettando altri sussidii dal piacentino e dal verouese; 
ino. e desiderosi di essere rafforzali ancora da quelli in- 
«"anzi di uscire all'attacco, studiarono d'intrattenere 
il conte Alghisio, avviandogli messaggeri con progetti 
di pace. Quegli scaltri teutarono quel modo per illu- 
dere l'inimico, e n'ebbero l'intento. Il conte Alghisio 
preso da quelle sonnifere esibizioni di pace, rattenae 
per alcuni giorni sospese le armi; giunti frattanto a 
de Bagno ed a Valenti gli aspettati soccorsi, richiama- 
rono i messaggeri, e pel giorno seguente intimarono 
al conte Gambara la battaglia. 

La notte eh' ebbe a precederne 1' attacco, Giorgio de 
Bagno introdusse le sue truppe in una boscaglia vicina, 
e le fece procedere innanzi così quattamente, che senza 
che il conte Alghisio ne avesse alcun sentore, giunse 
ad appiattarle dietro le sue spalle. Fatto giorno, Lo- 
renzo Valenti presentò al conte Alghisio la battaglia; 
e quello, ignaro delle mosse insidiose del de Ragno, 
avidamente la accettò. Si azzuffarono quelle due osti 
con iscambievele franchezza , fu sanguinosissima la mi- 
schia, e stettero lunghe ore incletermiuate le sorti: 
quando uscito il de Bagno dagli agguati, e con tutte 
le sue schiere mugliando all'asiatica, si spinse contro 
le milizfe d'Alghisio alle terga percuotendole di ogni 
mala maniera: prese quelle da altissimo 'spavento, si 
scompigliarono, si sbandarono, si diedero a fuggire 
verso il campo di don Ardiccio con quanta rapidità 
maggiore lo poterono. Ululava, declamava indarno il 
conte Alghisio, e per ogni altra maniera indarno ado- 
peravasi onde soffermare e rimettere ad ordine que' sban- 
dati: la forza dello spavento vince quella del grido dei 



LIBRO SEDICESIMO 179 

capitani; la sua voce non fu ascoltata: ed egli che era *""" ■ 
fiancheggiato ancora da quattrocento prodi a cavallo, fv?, 
si oppose con quelli all' impeto delle milizie di de a uno 
Ragno e di Valenti, onde rattenerle dalla persecuzione lll °* 
de* fuggiaschi. Sperando le osti di poterlo soverchiare 
col numero, lo circondarono per ogni parte; ma fatto egli 
fronteggiare in quadrato il suo piccolo corpo, seppe 
con bella maestrìa sostenersi fino a tanto che gli sban- 
dati non potessero più essere raggiunti. Allora commesso 
ad ognuna delle quattro file di appuntarsi ad un tratto 
in forma conica, e ciascuna pel suo lato di spingersi 
di luti' impeto contro i nemici, e di mercarsi coli' in- 
dustria e colla forza Io scampo, egli alla punta di 
uno di que' quattro coni aprissi il varco. Un' altra di 
quelle squadre, appuntata ad uso delle gru, delle oche 
o dell'anitre selvatiche, quando sommessamente grac- 
chiando traversano le nuvole, cadde vittima del ferro 
nemico; e le altre due, gettate le armi, si diedero pri- 
gioniere. De Bagno e Valeuti diedero dietro al fug- 
gente Alghisio di tutto slancio, lo raggiunsero presso 
Cadaloro (1), assalsero con tanta furia la squadra che 



(1) Alghisius, ut se ab oslibus circumitum vidit, per ctnnes 
parte s faciem convertii sue cabaìlerie, et cum tanta fortitudine 
se sustinuil, quando Georgi US et Laurentius..,. in quadam di* 
stantia eum ubi que cinxerunt . . é . Tum Alghisius in quatuor 
partes suos divisit, et eodem tempore per quatuor partes e rum* 
pere jussit .... lpse cum sua parte per medio s ostes strenue 
exiit forasi set aliar um t una obslinate pugnans tota cesa fuii; 
aite due pre timore ostibus se tradiderunL Insecuti sunt Al* 
ghisium Georgius, et Laurentius , et apud Cadalorum asse* 
quuti.... Set ipse cum celeri caballo.... salvatus est cum tribus 
sociorum. Brev. Ree. pag. 90. Dove fosse il luogo, villaggio, o 
paese mantovano, presso al quale succedette quel fatto d'anni. 



i8o LIBRO SEDICESIMO 

■ lo scortava, che di cento armali a cavallo ond' era corri- 

Dopo p 0S ta, quattro soli avventuratamente la scamparono salvi, 
3ddo ira i quali lo stesso Alghisio; sorte della quale anda- 
tilo. rouo singolarmente debitori alla rapidità de' propri 
cavalli. 

§ 22. De Bagno e Talenti dopo la battaglia di Ca- 
daloro, pieni di speranza di ottenere un' altra vittoria, 
e fors' anco più luminosa sopra don Ardiccio, mossero 
l'armata contro di lui; ma quell'accortissimo prete, 
primo console e capitano non aveva i giorni innanzi 
trapassate neghittoso le ore dormicchiando sotto all'om- 
bra del padiglione. Percorsi egli aveva invece i paesi 
ed i campi vicini, onde assicurarsi cogli occhi propri 
della topografia di situazioni, che erano per lui fore- 
stiere; ed avendo scoperta una certa prominenza, fece 
ivi apporre una quantità di mangani, di balestre, ed 
altre macchine atte a scagliare, ed andava intanto as- 
sicurando i suoi di una piena vittoria, caso avesse po- 
tuto trarre le osti a battagliare in quella situazione (i). 
Quando avvisato che le schiere nemiche si approssima- 
vano, commise ad Oldofredi comandante un grosso corpo 
di cavallerie, e ad Ugolino Provagli capitano d' infan- 
terie di scontrar l'inimico; ordinando ai medesimi di 
cominciare francamente l'attacco, poi di fingere di ce- 
dere, di dare lentamente addietro, senza però conce- 

non lo so indicare, per essere ignoto ancora agli stessi eru- 
diti di quella provincia. Veggasi G. B. Visi, toni, i f. 2o3. 

(i) Georgius et Laurentius, majorem de Jrdicio sibi prono* 
sticantes victoriam, contro, eum proficui sunt. Al Ardicius, eos 
in sita, teme ri tate sperans comprckcndere y percurrit campaneam, 
et supra quamdam motlam in copia balislas et mancanos di- 
sposati, et se non dubiam abere victoriam suis afjirmavit, si 
in eo loco pugna fieret, Brev. Ree. pag. 91. 



LIBRO SEDICESIMO k8i 

dere scompiglio delle schiere loro, e di trarre di quella - -* ~ 

maniera i nemici sotto al tiro delle macchiue prepa- **°P° 
rate (i). anno 

Que' due capitani adempirono di tutta esattezza gli 1,!0 - 
ordini ricevuti: e lusingate le schiere nemiche ad in- 
seguirli, di che non bisognò grande artificio, perchè 
ardeutissimo avevano quelle il petto dalla libidine di 
una nuova vittoria, destramente le trassero fiu dove 
erano accoccate le frombole preparate pel loro dissi- 
pamento. Giunte quelle a bel tiro, si scoccarono le 
■macchine, i sassi, i mattoni, i macigni, i ruderi; se- 
gnando spaziose paraboliche per aria, rombando, mug- 
gendo piombavano loro addosso dirottamente. Chi ca- 
deva rovesciato spaccata da una pietra la testa, chi 
strammazzava percosso il petto da un macigno, ehi 
fiaccato le ossa all' uno od all' altro degli arti disteso 
per terra supplicava misericordia, e chi per avventura 
andava ancora illeso, come avesse il diavolo alle spalle, 
inorridito fuggiva quanto più in fretta lo poteva. Don 
Ardicelo e lo Zenucagli, l'uno ad un lato e l'altro al- 
l' opposto si spinsero contro quel percosso e già sban- 
dato esercito, ne gettarono piagati o morti a terra 



(i) Acced» nlibus osiibus Ili ciuf redimi de Iseo, ed Ugo Unum 
de Provale o e uni cab al le ria et pedi tatù contra eos misit, jus» 
sos ut ini ti alo prelio se vinci paterentur, et paulatim cedendo 
vicino» reducerent ostes. Brev. Ree. pag. 91. Lo scrittore man- 
tovano sig. Visi, tori). 1 f. 199, male interpretando le voci 
del rronaco accedentibus ostibus 3 ha scritto che De-Bagno e 
Valenti fossero accorsi a vedere un tale apparato, quasiccKè il 
capitano nemico avesse ad essere così cieco di concedere agli 
osti la veduta de' suoi artificiosi preparamenti; e che quelli 
dopo averli veduti, avrebbero avuto V imprudenza di accostar- 
visi combillendo. Ha sbaglialo. 



t8* libro sedicesimo 

— 1 moltissimi , e seguitando alla schiena que' che fuggir 

Hopo van0 ^ continuandone la strage ne massacrarono tanti, 
antjo che de Bagno e Valenti con pochi di cavalleria giun- 
1,1 ?• sero appena a salvarsi entro le porte di Mantova (i). 
Lo Zenucagli, uomo animato da spiriti ferocissimi, 
yoleva che si avesse a tentare tantosto V assalto di 
quella città; e mugghiando e bestemmiando giurava, che 
se poteva mettervi piede, avrebbe fatto passare a CI 
di spada fin l'ultimo de' suoi nemici, e fatte demolire 
le case loro (2). Don Ardiccio al veder quel signore 
vibrar fuoco dagli occhi, mandar bave dalle fauci, al- 
l' udirlo giurare così crudeli vendette, si irritò, lo ram- 
pognò gravemente, e con tutta franchezza gli disse: 
che egli anzi voleva la pace, e che la avrebbe con- 
cessa dietro quelle condizioni che gli sarebbono meglio 
tornate a grado. Ristette lo Zenucagli a quel rabbuffo, 
e don Ardiccio senza perdere tempo inviò Alberico 
Gambara e Bonfadio Biemmi messaggeri di pace a de 
Bagno ed a Valenti. In que' giorni tornò al campo il 
conte Alghisio, e fu accolto con altissima allegrezza da 



(1) Quum ipse proximus advenisse vidit ostium scaras .... 
tum macchìnis cura ìmpetu magno jaculari cepit super eos, et 
quando liti se disordinare ceperunt quandunque effudit for* 
tiam sui exercitus, et nullo labore omnes fugavi L ìngens ce» 
des fugienlium facla fuil usque ad portas civitatìs, hubi Geor» 
gius, et Laurentius cum paucis de caballeria vix effigerà 
poiuerunt. Brev. Ree. pag. gì. 

(1) Rufmus ut crudelis homo erat, stalim cwitati assaltum 
dare volebat, et prò te status est se mactare velie quemlibel 
suorum ostium, et e fund amenti s divellere omnes eorum casas. 
Ardicius multa indignatione accenswi vehemenler illum de ta» 
libus dictis objurgavit, et contra aeclaravit se pacem velie fa» 
cere, et eam pacem, que ipsi solo placuìsset* Br. Ree. p. 91. 



LIBRO SEDICESIMO i83 

tatto T esercito bresciano, siccome, dietro pubblica voce/ 
paventavasi che egli ancora fosse andato perduto nella ^°P (> 
terribile rotta di Cadaloro. amjo * 

Mentre trattavasi quella convenzione di pace, don 11IQ * 
Ardiccio che era grande amico della contessa Metilde, 
si adoperò con qualche fervore tentando di persuadere 
ai Mantovani di sommettersi nuovamente a quella princi- 
pessa, dalla quale già da dieci anni si erano tolti; ma 
siccome il partito imperiale in quella città era piti po- 
tente che non il pontificio, e siccome don Ardiccio co- 
nosceva non essere prudenza il sostenere quel punto 
con troppa fermezza, onde non irritare il re Arrigo, 
che era per calare in Italia da un giorno all' altro, 
fermò il trattato, accordando condizioni libéralissime e 
senza ottenere cosa alcuna a favore della principessa 
ai#ica. 

§ 23. Don Ardiccio ed il conte Alghisio erano an- 
cora in Mantova^ dove godevansi le feste che si cele- 
bravano per la convenuta pace, quando presentassi loro 
Domenico Yitali (i) illustre cittadino di Venezia, in- 
diritto a pregare sì l'uno che l'altro di que'capitani, 
a prestarsi colle milizie loro a difesa di quella repub- 
blica, che era allora ferocemente guerreggiata. Le ric- 
chezze che pel commercio marittimo andavano allora 
in Venezia di giorno in giorno aumentando, procura- 
vano incessantemente a quello stato una maggiore po- 
tenza: V incremento delle ricchezze nou poteva destare 



(i) Non so comprendere come l'abate Biemmi (Storia di 
Ardiccio ecc. f. 45°) abbia tramutato il nome di Domenico 
Vitali, scritto chiaramente Domìnicus Vilalls dal Cronaco Brev. 
Ree. ch'egli ha pubblicato, in quello di Domenico Micheli. Se 
quel dott'uomo fosse vivo ne saprebbe forse addurre il motivo. 



i84 LIBRO SEDICESIMO 

mmmm ne ]] e dna vicine che una semplice invidia; ma quello 

Dopo della potenza le traeva a gelosia. Sospinti da quella i 

rduo Padovani, ruppero guerra a Venezia, e per sostenerla 

1I10, con vigore domandarono ed ottennero soccorsi da Tri- 

vigi, da Vicenza, e fin da Ravenna (i); dal che furono 

i Veneti costretti a domandare eglino ancora sussidi 

dai forastieri. 

Il conte Àlghisio accettò di primo campo Y invito 
fattogli dal veneto messaggero, e patteggiato il soldo, 
mosse con le sue schiere ad unirsi all' armata dei 
Veneziani. Lo avrebbe fatto ben volentieri ancora 
don Ardiccio, ma una scabrosa circostanza ne lo rat- 
tenue. Era egli assicurato che i! re Arrigo V discen- 
deva con un potente esercito in Italia, che parte di 
quello conducevalo egli stesso, calando per le vie della 
Savoia; e raccomandata l'altra parte a' suoi capitani, 
la aveva indirizzata pei valichi del Tirolo; perlocchè 
non volle lasciare Brescia sprovveduta di milizie in 
così pericolosa occasione. E quantunque don Ardicelo 
non fosse più il priore de' consoli di questa città, per- 
chè, dietro il costume, il giorno 29 di giugno eransi 
tramutati i rappresentanti quel magistrato, ed a lui 
era succeduto Fantolino Calini; credette opportuno ciò 
non pertanto di ritornare in Brescia egli medesimo 
insieme colle truppe, perchè se quelle potevano difen- 
derla colla forza, egli le avrebbe forse potuto giovare 
coi consigli. 



(1) Quella guerra fra i Veneti ed i Padovani è ricordata 
dall' Orsati, Storia di Padova, f. 822/ da Verci, Storia della 
lì/arca Trivigiana, lom, 1 /*. 4.1 ; e fra gli altri dal quasi sin- 
crono scrittore del Brev. Ree» pag. 92. 



ÌI10. 



LIBRO SEDICESIMO i85 

Qui penso essere mio debito interrompere la narra- ?E^r^-- 
zionc, onde ribattere uu certo racconto, cui Galvauo D°po 
dalla Fiamma, e dietro a lui alcuni altri hanno sup- anno 
posto relativo a Brescia, racconto che non mi sembra 
temperato in buona officina. L'anno ino ffuerre^o-ia- 

l ODO 

vansi scambievolmente i Cremonesi ed i Milanesi; guerra 
ricordata dall'antico scrittore delle cose di Milano Lan- 
dolfo il giuniore (i), e da quello delle cose di Cre- 
mona il vescovo Sicardo (2). 

E l'uno e l'altro di que' due antichi hanno lasciato 

ricordanza di una sanguinosissima battaglia datasi fra 

o o 

le milizie di quelle due citlà presso Brissianorio (3). 
Dove poi fosse ii paese, cascinaggio tratto campestre 
detto Brissianorio, mi è stato inutile Y indagarlo; sic- 
come però quelle armate erano allora verso il Lodi- 
giano, e non lungi dall' Adda, come ne lo raccontano 
Sigonio e Campi (4), non posso credere che quella 
battaglia siesi battagliata in Bresciana. E Galvano 
dalla Fiamma, nella sua opera intitolata Fascicolo di 
fiori, Manipulus florum (5), interpretando di stramba. 



(1) Tandulphus junior, Hist. Mcdiol. cap. 17 apud Murai, 
toni. 5. Ber. Italie. 

(9.) Sicardus, in Chronic. apud Murai, lom, 7. Ber uni 
Italie. 

(5) Anno Domini ilio juit b.elìum inler Mediolanenses et, 
Cremonenses apud Brixianorium, Crcinonen$\bus pernieiosum. 
Sicardus ubi Sup. E Landolfo parlando de' Milanesi, dice: sm- 
seeperunt triunphum de Cremonensibus, victis et superatis apud 
Brixianorii campum. 

(4) Sigonius, De Begno Italico, lib. io. — Campi, Istoria 
di Piacenza, lib. 1. 

(5) Galvaneus Flammae, Manipulo Florum, edit, a Murai, 
lom. 11. Ber. Italie. 



186 LIBRO SEDICESIMO 

VI. 15_Z!! maniera quanto innanzi di lui avevano scritto i due 

Dopo prelati e cronisti Landolfo e Sicardo, racconta che 
ce 

anno quella guerra non fosse già guerreggiata fra i Cremo- 
fcMP# nesi ed i Milanesi, ma fra i Cremonesi ed i Bresciani; 
e soggiugne, che in sulle prime riuscì a que* di Cre- 
mona di mettere in rotta quelli di Brescia; ma che 
domandato poscia dai Bresciani , ed ottenuto soccorso 
da que' di Milano, sostenuti da così potenti ausiliari, 
li batterono in Bresciana, apud Btissianorium, li fuga- 
rono, e seguitatili per lunghe miglia, ne fecero strage; 
f. singolarmente quando gli ebbero ridotti alle sponde 
rlelT Oilio , e sforzati a guadarlo od a sommergervisi. 
Tale racconto di Galvano dalla Fiamma e di alcuni 
altri che lo hanno poscia ripetuto, esaminato attenta- 
mente non può considerarsi che una vera fanfaluca; 
fanfaluca tratta iu parte da un tratto storico mal in- 
teso, ed in parte pienamente immaginata. Tratta da un 
tratto storico mal inteso per quanto ha di relazione a 
quanto lasciarono scritto i prelati insieme e cronisti 
Landolfo il giovine e Sicardo; immaginata per quanto 
riguarda i Bresciani, perchè, se i Bresciani fossero stati 
guerreggiati a que' tempi dai Cremonesi, l'autore del 
cronaco Breve Recordationis, che visse prossimo a 
que' tempi, e che non ha ommessa ricordanza di cosa 
alcuna spettante allora alle cose di Brescia, non ne 
avrebbe trapassata una così importante. Lo stesso accu- 
ratissimo Muratori, sebbene non abbia avuto la sorte 
di leggere quel preziosissimo cronaco, né di giovarsi 
dell' argomento negativo che da quello naturalmente 
deducesi, non ha potuto a meno di non considerare 
dubbioso un tale racconto, e di significarlo per mezzo 
delle seguenti parole: 11 Questo nome Brixianorium 
» temo io che desse occasione a Galvano Fiamma di 



LIBRO SEDICESIMO 187 

» credere che i Bresciani avessero parte nel suddetto ^^^^ 

99 avvenimento (1) w. Ma torniamo a bomba. Dopo 

C V 
§ 24. Il conte Alghisio Gambara, cinque miglia anno 

circa lungi da Montagnana, giunse ad unire le sue 1*1*0* 
soldatesche a quelle dell'esercito Veneto, dove era 
quello accampato e capitanato in persona dal doge Or- 
delafo Faliero. Quali operazioni abbiano il conte Alghi- 
sio e le sue schiere in quelle parti eseguite non è di 
nostro scopo il raccontarlo. Le ricordanze di Brescia 
rie richiamano in patria. 

Non era da lunghi giorni don Ardiccio ritornato 
coli' armata da Mantova a Brescia, quando un grosso 
distaccamento di quella parte dell'esercito tedesco che 
per i valichi di Trento era appena disceso in Italia, 
era venuto ad accamparsi in Desenzano. Da queir ac- 
campamento mosse a Brescia un capitano detto Adu- 
naldo, il quale in nome del suo re intimò ai cittadini 
di condannare tantosto dou Ardiccio a perpetuo bando, 
siccome, diceva egli persona scellerata e sediziosa, 
dietro la minaccia di distruggere ogni paese della pro- 
vincia, se uon davasi a quell' ordine prontissima ese- 
cuzione (2). Raccapricciarono i consoli ad una inlima-, 
zione così imperiosa, e Fantolino Calini che ne era il 
priore, strettissimo amico e grande fautore di don Àr- 
dicelo, ascesa la tribuna, parlò al popolo, eccitandolo 
a brandire le armi in difesa di un così benemerito 



(1) Muratori, Annali, toni. 6 f. 307. 

(9.) Post pnucos dies Teutonico rum exercilus Italie ingrcssus 
fines in curie Desentiani constitit, inde Brissiam proces-sit* 
Hadunaldus unus eie ejus V exit li f eri s, *>t nomine Regis pò» 
pufo imperavit, ut Ardicio bannum perpetuale darei, ut homini 
improbo et sedìtioso , et contra inobedientes minas fecit quod 
universiComitatus Bri s si ani destructio faeùa esset. Br. Ree. p. 92. 




i88 LIBRO SEDICESIMO 

concittadino. Ma don Ardicelo che era di viste assai 
più raffinate, pregò il popolo di non sommuoversi , 
ringraziò il Càliui dell' operato in suo favore, e dati a 
chiunque i convenevoli saluti , uscì spontaneo di Bre- 
scia, ed andò a Canossa presso la contessa Matilde (i). 

Il distaccamento dell' armata tedesca che era in De- 
seuzano, levato il campo, prese via per Brescia, alla 
quale andava già avvicinandosi coli' idea di mettere a 
spavento i cittadini , e di sforzarli a prestare ubbi- 
dienza alle intimazioni loro fatte da Àdonaldo; quando 
avvisato quello che don Ardicelo erasi già da Brescia 
allontanato, prese sollecitamente via per Gavardo, entrò 
improvvisamente in quel castello, che era detto la 
rocca di s. Martino, e lo occupò (2). Lasciato i Tede- 
schi un forte presidio in quel forte, tutti gli altri che 
erano discesi in Italia valicando le rocce del Tirolo si 
riunirono, indi mossero verso Piacenza, dove nelle fa- 
mose praterie di Roncaglia andarono a congiungersi a 
quell'altra parte dell' armata tedesca, che condotta 
personalmente dallo stesso re Arrigo V era calata in 
Italia superando le alpi Cozie. 

Si irritarono altamente i Bresciani, perchè le milizie 
del re Arrigo avessero osato d'invadere con tanta vio- 



(1) Prior Consuhtm erat Fantolinus de Calino. Iste, ut ma* 
gnus Ardicii f autor erat, populum hortalus est, ut arma su* 
meret; et populus una voce arma prò Ardìcio pctebat Al Ar- 
dicius quum multas egisset gralias, et dixisset se nolle, ut prò 
se aliquis civium aìlquid mali pateretur..,. exiit foras, et Ca* 
nosse viam cepit haput Co. Matildem. Brev. Ree, pag. 92. 

(2) Accesserat Brissic pars exercitus teutonici , ut civibus 
infen et timorem: intelleclo Ardicii discessu, Desentianum re» 
grcdi finge ns, improvviso Gavardum perrexit, hubi s. Martini 
? oceani occupavit. Brev. Ree. pag. 95. 



II IO. 



LIBRO SEDICESIMO 189 

lenza il loro castello di Gavardo, e radunate tantosto * 
le soldatesche, spedirono messaggeri a Canossa a richia- J3°B? 
mare don Ardiccio, ed a supplicarlo di condurre le anno 
forze della città a ricuperare quel forte. Rifiutonne 
dou Àrdicelo l' impegno,, e commise a que' messaggeri 
di significare ai Bresciani in suo nome: non essere 
prudenza il cozzare contro di un sovrano cosi potente, 
che li pregava per questo di deporre le armi, di re- 
stituirsi a calma, ed al più di rimettere le vendette 
ad occasione migliore (1). I Bresciani che avevano pro- 
babilmente frattanto udito di quali terribili maniere 
quel re aveva allora trattato Novara ed altre piazze, 
saccheggiandole, diroccandole ed incendiandole, perchè 
avevano osato chiudergli le porte in faccia e tentato 
di ribatterlo colla forza : edotti forse più dalla paura 
che non dai consigli di don Ardiccio, calarono le cre- 
ste, ed a somiglianza di quanto, tratta la sola Milano, 
operavano tutte le altre città di Lombardia, inviarono 
a quel monarca una deputazione ne'prati di Roncaglia, 
dove era attendato, e gli spedirono doviziosi regali (2). 
Dou Ardiccio ebbe dalla contessa Matilde a Canossa 
accoglienze oneste, liberali e liete; e trapassava i giorni 
in quella corte ricolmo di onoranze. Il vescovo Ari- 



(1) Ardicius missis dixit: per hanc solarti injuriam cum 
tam potenti oste non esse guerram facicndam , set quod ne* 
cesse erat attendere* Brev. Ree. pag. qZ. 

(2) Ciò si comprende implicitamente dai seguenti versi di 
Donizone, il quale scriveva a que' tempi. 

Aurea vasa sibi (cioè ad Arrigo ) nec non argentea misiir 
Plurima cum multi s urbs omnis denique nummi s 
Nobilis urbs sola Mediolanum papillosa 
Non servivil ci, nummum ncque contulit eris. 

Donizo in Vita M adii Idi s t Uh, 2 cap. 18. 



i 9 o LIBRO SEDICESIMO 

J ni anno, che già da quattro anui era stato esigliate 
Dopo da questa provincia, e condannato a starne lungi dai 
anno contini per un intero triennio non meno di cinquanta 
ino. miglia, rimettendo frattanto Y amministrazione di que- 
sta diocesi e porzione delle entrate episcopali al suo 
coadiutore il vescovo Villano, ospiziava egli ancora in 
quella splendida corte: e quantunque avesse già da un 
auno adempita la sua condanna, non fidavasi di tor- 
nare alla patria sua sede, per alcune vessazioni a lui 
promosse dallo stesso suo coadiutore Villano. Quel ve- 
scovo ivi scofltrossi con don Ardiccio, scambievolmente 
si condonarono le avute reciproche rivalità. La princi- 
pessa commise a don Àrdicelo di adoperarsi onde com- 
binare le discrepanze che ardevano fra que'due prelati 
di Brescia, egli ne assunse l'impegno, ne riuscì: e di 
quella maniera il vescovo Àrimanno potè restituirsi 
liberamente alla sua diocesi (i). 

§ 25. Arrigo V passò a rivista nelle praterie di Ron- 
caglia il suo esercito, e quello, senza le armi ausiliarie 
che gli avevano inviato le città lombarde, era forte 
di trenta mila uomini di Sola cavalleria tedesca. La 
contessa Matilde all'annunzio di tante forze rabbrividì; 
e ricordevole di quanto aveva ella avuto a fare con 
Arrigo IV suo padre, raccolse con tutta sollecitudine 
quante forze potè avere, ed incitata da' suoi consiglieri, 



(i) Istis diebus Àrdicius haput Co* Matilde??? morabatur, a 
qua, et suis proceris omni modo onoratus eroi. Haput eamdem 
morabatur Episc* Harimnnnus, qui licet trmpus sui banni fi" 
nitum esseta certis conte ntiohibus cimi Episc- Villano ad suam 
Ecclesiam regredì impedi lus e rat. Intercedente prò Har'unanno 
Co. Matilde ab Ardicio , qui Villani vice ti nomine egit, om- 
nia concordata fuerunl, et Ha?'i?na?inus ad suum Episcopatu?n 
regredì potuiL Biev. Ree. pag. 96. 



LIBRO SEDICESIMO 191 

era quasi quasi in sul punto, non solo di domandare 
a quel sovrano la restituzione di Mantova, della quale ~pP° 
città da già nove anni era stata spossessata da suo anno 
padre, ma di attaccarlo addirittura a mano armata. I110 - 
Il bresciano don Ardicelo, conosciuta V imprudenza di 
que' consigli, parlò alla principessa, la persuase di tem- 
perare gli sdegni, di non emettere pur voce quanto 
alla restituzione di Mantova, onde non trarsi addosso 
le indignazioni e 1' ira di un così potente mouarca. Con- 
vinta la principessa dai raziocini di quel nostro com- 
patriota, inviò al re Arrigo V alcuni deputati, perchè 
gli presentassero gli attestati della sua devozione e fe- 
deltà, ed a promettergli sussidi contro chiunque, tranue 
il pontefice (1). Quel sovrauo accolse lietamente i tratti 
gentili e le promesse della contessa Matilde; ed in atto 
di gratitudine, per mezzo de' suoi medesimi deputati 
le addirizzò un diploma, ccJ quale la assicurava della 
sua grazia, e le confermava il possesso di tutti gli stati 
e giurisdizioni che a lei appartenevano (2). 

§ 26. Essendosi così pei saggi cousigli di don Ardiccio 
raffermata la concordia fra la principessa Matilde e il 
re Arrigo V, molti fra i più distinti cortigiani dello 

(1) Propter adventum Regis Hienrici, et Teulonicorum exer- 
citus, Co. Malildis ad se quamqunque suam forliam et pò- 
tentiam co agni ave rat t et illos libenter audiebat Consiliarios , 
qui nuììum domi ni uni Regi prestare suadebant, nìsi ipse pri* 
mus restilutionem faceret civitatìs Mantue. Set Ardicius illam 
persuasit de hac re nuììum Regi facere vetbum, et omnia os» 
sequiorum reddere debita, et fidelilatem promettere, et succidia* 
ria sua cantra quemìibet, preter Aposioìicum. Et ita facta tst 
concordalio inter Comitissam et Regem. Brev. Ree. pag. g6. 

(2) Mathildam Comitissam per internuntios sibi subjectam 
gratia sua et propris jusliliis donavit. Abbas Uspergensis in 
Chronico. 



G. C. 

p 1 1 n o 

X 1 IO. 



192 LIBRO SEDICESIMO 

stesso, dietro sua permissione, partirono dai padiglioni 
P°£° di Roncaglia e mossero a Canossa, bramosissimi di co- 
noscere personalmente una principessa, della quale fa* 
vellavasi per ogni parte con tanta onoranza, ed ansiosi 
ancora d'aver a trattare col bresciano don Ardicelo , 
siccome per l'alto genio politico e militare si era fatto 
per ogni dove conoscere* Furono que' siguori accolti 
in Canossa con ospitalità splendidissima; molto quelli 
si allegrarono di poter favellare senza uso d'interpreti 
e coli una e coli altro, siccome ambedue parlavano fran- 
camente il tedesco; Matilde perchè oltre altri linguaggi, 
erane stata da giovinetta iustrutta da' maestri; e don 
Ardicelo, perchè aveva succhiata quella favella dalla 
madre che aveva tratto di Germania e nascita ed 
educazione. Ammirarono que' signori le distintissime 
doti deli 9 una e dell' altro; e tornati alle regie tende 
in Roncaglia, ne parlarono al sovrano con alto encomio; 
egli dietro quelle informazioni lece invitare don Ardic- 
elo alla sua coìte, esibendogli il grado di primo suo 
consigliere e generoso emolumento. Don Ardiceio non 
inclinava ad accettar queir invito: ripugnavagli troppo 
di sommettersi ai comandi di un re, che aveva dati 
segui di un animo crudele, mandando a sacco, a deva- 
stazione ed incendio Novara ed altre piazze. Ma aven- 
dogli la contessa fatto conoscere, che andando egli ad 
occupare un grado cosi eminente ai fianchi di quel 
sovrano, avrebbe potuto procurare facilmente un gran 
bene alle città d'Italia ed allo stesso sommo pontefice, de- 
posta allora don Ardiceio ogni ripugnanza, si congedò 
dalla contessa e mosse ai padiglioni di Roncaglia (1). 



(1) Multi procercS teutonici ad Comi ti slam venerimi, ut tante, 
laudationis Dominam agnoscerenl, ci sima! Àrdiciurn , cujus 



multa fama per omnes Germanie parie è pubblicata f uè rat ; 
et in colloquìs cum eo abitis , qui natus de matre teutonica, 
linguam teutonicam sciebat, apprehendentes majorem ejus vir- 
tutem, cum tanta laudatione de eo ad Regem loquuti sùnt, 
ut eum ad Curiam suam invitaret, offerendo officio de primo 
suo Consiliario > et magnum pecunie redditum. Set Ardicius 
firmiler re cu S aviti tandem suadente Comitissa assensus est, 
hac inductus intentìone s ut suis consiliis adjutorio esset chi' 
tatibus haput Regem, qui pauìo ante cum multo vituperio ci* 
vitatem Novaric destruxérat. Brev. Ree. pag. 96. 

(1) Tanto onore haput Roncalias acceplu$ est a Re gè, ut de 
nullo alio similis extaret memoria. Set Rcge in partes Tuscia 
proficiscente, quia Curtes de Pontremoli in principio resistere 
voluit, licei postea pacis peteret condiiiones, depopulari fccit 
cum mullorum occisione. Brev. Ree. pag* 97. 

(2) Muratori, Annali, toni. 6 f. 3o6. 

Yol. III. i3 



LIBRO SEDICESIMO i 9 3 

Fu ivi accolto da quel sovrano cou gentilezze distia- ^SHH 
tissime e cou tali onori, che secondo ne racconta l'ano- Dopo 
mmo cronista, nessuno ricordava che ne avesse mai altri ^ DO ' 
in quella corte ricevuti eguali (1). Don Àrdicelo era ilio- 
giunto da pochi giorni a Roncaglia , quando Arrigo, 
fatto levare il campo, mosse con tutto il suo seguito 
alla volta degli Appennini, onde passate in Toscana*, 
arrivato presso Pontremoli, forte castello ne'distretti della 
Toscana, e che secoudo ha opinato Muratori, era allora 
posseduto dai priucipi Estensi (a), gli furono dai cu- 
stodi di quella piazza chiuse iu faccia le porte. Orsa 
che iufuri quando si vegga rapiti dal nido i parti, 
potrebbe porgere appena un 9 idea di quanto abbia in- 
furiato il re Arrigo per quell' insulto. Commise tanto- 
sto l'assalto di quel castello, e mandando fiamme da<r!i 
occhi e bave dalle labbra, ne giurò lo stermiuio. Sbi- 
gottiti que' di Pontremoli a tanta minaccia, inviarouo 
messaggieri al sovrano, supplicando perdono dell' ope« 



i 9 4 LIBRO SEDICESIMO 

- rato, invocandone la clemenza, ed offerendogli la piazza 

Dopo a( l onorifiche condizioni. Rifmtossi Arrigo di pur ascol- 

G C o i 

anno tarli, e tremando, e per la rabbia perfino balbettando, 

ino. tornò a ripetere il tremendo giuramento dello sterminio» 
Rabbrividì don Ardicelo all' udire sentimenti così cru- 
deli ed espressi con tanta ferocia: ed osando giovarsi 
della autorità de! grado, al quale era stato elevato in 
corte, tentò con dolci maniere di temperare gli sdegni 
del sovrano, e di persuaderlo ad accettar quella piazza a 
coudizioni. Ributtò Arrigo i suoi consigli, e lo rimproceiò 
con ingiuriose parole. Don Ardicelo dissimulò 1' insulto, 
ma sulle prime ore della notte precedente il giorno 
che fu preso, saccheggiato e demolito Poutremoli, e 
mandati a fil di spada quanti erano sgraziatamente in 
quel castello, egli seguitato da' suoi famigliari fuggi 
dai regi accampamenti, passò a Canossa a salutare la 
contessa Matilde, ed a raccontarle le ultime vicende, 
indi mosse a Brescia (1). 

Esultarono i Bresciani al rivedere don Ardicelo; ed 
il priore de' consoli Fantolino Cai ini, preso animo dalla 
sua presenza, era per ispingere tantosto Y armata dei 
Bresciani contro le schiere tedesche che occupavano 
Gavardo, siccome non trattenevansi solamente in quei 
castello, che si erano violentemente appropriato, ma 
perturbavano di molto ancora le terre del vicinato. Doa 
Ardiccio ne lo ratteune, e lo persuase a protrarre una 



(i) Obstitìt quantum potuti hiiic crudeli facinori Ardiccius, 
set a malo Erge cum verhis injuriosis et contemptu rcjectits 
fuit. Per hoc dissimulando contunteliam, et suam indignali onem, 
in principio noclis valde obscure cum suis casaticis discessit, 
et postquam Canosse ComUissam vidit, Brissiam regres sus esU 
Brev. Ree. pag. 97. 



LIBRO SEDICESIMO ig5 

impresa cosi necessaria, finche il tempo avesse aperte ?-t=± 
circostanze migliori. Si ascoltarono i suoi nrudentissimi Do P ( 

ce 

consigli, e vedremo eseguita quella azione dopo uà auuo 
lungo decennio. mo 

§ 27. Intanto il re Arrigo, superato l'Appenuino, 
attraversava coli' esercito la Toscana, dove ogni città 
con gentilezza sforzata, che pareva, il si può dire, spon- 
tanea, lo impinguò d'argento e d'oro, e lo ingagliardì 
con armati sussidi. Solo ad Arezzo che la è una delle 
distintissime città dell' antica Etruria, e patria di tanti 
uomini celeberrimi, per non essere stato prontamente 
ubbidito di quanto aveva a quegli abitanti imperato, 
seguitando la sua naturale ferocia, fece diroccare le 
case, abbattere le mura e le altissime torri di fortifi- 
cazione che la circondavano. Giunto finalmente a Roma, 
vincendo le violenze di Arrigo IV suo padre , innanzi 
di essere coronato imperatore, irritato per le famose 
quistioni sopra le ecclesiastiche investiture, maudò pri- 
gione il papa unitamente ad un buou numero di car- 
dinali, e ve lo tenne ben guardato oltre due mesi (1). 

Il valoroso capitano Alghisio Gambara frattanto, mi- 
litando assoldato dalla repubblica di Venezia, andava 
ripetendo in que' paesi 1' una dietro l'altra le sue pro- 
dezze, e colle sue operazioni militari porgeva ai Veneti 
testimonianza del valore bresciano. Ebbe e^li il cou- 
quisto di Montagnana. dove dopo di averne raccoman- 
data la vita degli abitanti, concesse alle sue soldatesche 
il sacco di quella piazza (2). Ebbe sopra i Padovani 

(1) Muratori, Annali, toni, 6 f. 5io. 

(1) Alghisius pubblicare fecit se vitam et libertatem conni* 
deve omnibus eis qui arma cìeponercnL Brevi prelium ubique 
finitimi fuit. Curtes omni suppellectili expoliala, et cuncla preda 
miliùbus concessa. Bi/ev. Ree. pag. 94. 



i 9 S LIBRO SEDICESIMO 

7 "'"" che erano soccorsi dai Vicentini e dai Trivigianì, e ca- 

Dopo pitanati iu quell'occasione da Guglielmo da Lendiaara, 
ani]0 una luminosa vittoria ad un paese, del quale, per es- 
ii io» serue corrosi sulla pergamena i caratteri, noo posso dirne 
il nome; e finalmente sulle sponde di un confluente del 
Brenta, al iiauco del doge veneto Ordelafo Faliero, e 
seguitato da' suoi armati e da quelli del doge, attaccò 
gli inimici a decisiva battaglia, e disteso di propria 
mano morto sul campo Arifaldo capitano supremo del- 
l'oste opposta, ebbe della battaglia un decisivo trionfo (i). 
§ 28. Fra tante armigere vicissitudini i Bresciani 
non si seppero rattenere fra i termini fissati dall'Alto 
al vero uomo ed al vero cristiano. I difetti e gli ec- 
cessi sono sempre viziosi, e più lo sono,» se riguardano 
la religione. Il prete Morandi, canonico della cattedrale 
di Brescia, sacerdote agitatissimo dallo spirito dell'am- 
bizione, ma tale che per la nitidezza de' costumi e per 
lo finto zelo, erasi presso al popolo guadagnato altis- 
simo concetto, cominciò a biasimare pubblicamente il 
clero bresciano, imputandolo colpevole di simonia e di 
concubinato; e singolarmente onde affrontare la mer- 
catura de' beneficii ecclesiastici, dopo aver dette nequizie 
dei due vescovi contemporanei di Brescia Arimanno e 
"Villano, domandò la convocazione di un consiglio pro- 
vinciale; e ne' giorni stessi quel frenetico riformatore 
de' costumi d 5 altrui, predicava baldantemente contro 

(1) Alghisius qui loto animo et opere conabatur, ut a parte, 
sua Victoria incipere abere/, oculos semper tendebat conti a 
H arifai dum, qui e rat primus, et strenui ssimus de ostiurn Vexil- 
lìferis: et videns illum in prima ade nunquam venire, jussa 
valentitim militum manu se sequi, irruit furenter conlra ostiuin 
searas, quibus superatis ad corpus TI ari fai dum assequuius , 
ìctu lancee mortuum terre s travi t. l'rev. Ree. png. ej5. 



LIBRO SEDICESIMO i 97 

la confessione auricolare, ed impugnava altri dettami SS555SS 

della chiesa. Arimanno e Villano convocato a generale ^ P 

G C 
radunanza il clero bresciano, dietro i voti di quello anuo 

condannarono il canonico Morandi, siccome eretico, lo ino. 
spogliarono del beneficio canonicale, e lo bandirono (i). 
Percosso da quella sentenza, uscì il Morandi dalla 
città, e passò in Valcamouica presso al riputatissimo 
capitano Guglielmo da Edolo. Continuò ivi a predicare 
a quegli alpigiani le sue false dottrine, e scaldò loro 
V animo di maniera, che oltre tre mila si armarono in 
sua difesa. Scelto egli allora 1' edolese Guglielmo a ca- 
pitaneggiar quelie ciurme, mosse con quelle a Brescia, 
ed occupata la porta s. Giovanni minacciò lo sterminio 
della città, se i vescovi non radunavano in sua pre- 
senta il clero della diocesi a consiglio. I vescovi Ari- 
m«nno e Villano rifiutavansi di accouseutire a qilella 
imperiosa domanda; ma interpostosi don Ardicio, calmò 
gli sdegni delle due contrarie parti; e dopo di avere 
ottenuta dal Morandi la revocazione delle eterodosse 
sue dottrine, e da ambi i vescovi la convocazione della 
sinodale radunanza del clero e la restituzione del be- 
neficio a quel traviato canonico, gli armati alpigiani 
furono da Guglielmo da Edolo ricondotti in Yalcamo» 
nica, e Brescia riebbe pace (2). 



(1) Vicebat, quod per indul genti arum largitatem,.. . per im* 
pensas in benefìcio rum conseculione .... propter istorimi eniert' 
dationem de Dejocia postulabat Concilium, Et in die audacior 
factus pubhlicavit , quod confessio oris a Lege Jesu Chris ti 
mandata non esset. Tum Episcopi Concilium ccnvic tvevunt, et 
ut credente m he re tic o rum sì ne spe emendaticnis pronunciavo* 
runt, et Beneficio privatum, bannìerunl. Brev. Ree. pag. q8. 

(9.) Abiit Morandus in valle Caumonia haput Giulie Imi uni 
de TIedolo.... qui ejus perversitati de confessione oris favebaf. 



i 9 8 LIBRO SEDICESIMO 

iS-ii'i^?! § <>.g. Mentre il canonico Morandi prima pubblicando 
Dopo f a l se dottrine, poi con minacce audaci e con armi per- 
anno turbava la tranquillila del popolo bresciano, altri spo- 
ii io. gliaudo delle debite eredità i propri figli od i nipoti, 
e sdegnando di porgere soccorso agli infermi, agli or- 
fani, ai miserabili, facevano erigere monasteri, e di am- 
pie ed ubertose possidenze gli arricchivano. Gli Antoni, 
i Paoli, gli Spiridioni, i Pacomi e quanti altri nei primi 
secoli della chiesa avevano dato uno schietto addio 
agli allettamenti del mondo, per consecrarsi pienamente 
al Creatore, macilenti e digiuni traevano orando nelle 
foreste solitaria la vita, e costruendo stuoie o canestri, 
o sudando sulla marra o sul rastro, procuravansi il 
vitto coli' opera delle proprie mani. I mouaci all' op« 
posto del medio evo e dei secoli posteriori abitavano 
claustri magnifici, eretti nel bel mezzo delle città od 
in altre amenissime situazioni, ed abbandonati per la 
più. parte alle mollezze ed agli ozi, impinguavano alle 
mense di lautissimi refettori , e per le ubertose e lar- 
ghe possidenze che godevano, recavano non leggier 
danno agii interessi delle popolazioni. 

Già da nove anni avevasi incominciata a Castene- 
dolo 1' erezione dell' ampio monastero di san Giaco- 



Iste in Valle multum pntens, Irla millia armatorum coagulavit .... 
ambo gressus versus Brissiam moverunt, et.... portavi s. Joannis 
occupaveruni.... Morandus promisit statini discedere, si Episcopi 
Concilium convocarent..,.promiserunt infra mensem Conciliwn 
congregare. Ardicius eos postea ortatus est ut Morandum 
absolverent, et Beneficio suo restituerent ... . concesserunt ... . 
cum hoc parta, ut Morandus suo ore pubblice projìteretur 
Divini mandati esse oris confessione ni. Hoc facile a Morando 
factum fuit, qui in civitate remansit> et Giuliemius solus cum 
sua gente in vallem regressus est. 15rev. Hec. pag. 99. 



LIBRO SEDICESIMO 199 

ino (1); e non pochi, sperando di comperarsi per mezzo di 5 ^^^ 
mal intese elargizioni il paradiso, concorsero a procurare J? ?? 
T ingrassamento dei monaci con donazioni e legati do- 



r- 



viziosissimi. Ne' tempi stessi due Bresciani, uno dc'quali 
aveva nome Vitale e l'altro Ambrogio, dopo averne 
ottenuto dai pubblici magistrati le allora facilissime 
concessioni, sul pendìo fra oriente e meriggio del colle 
del castello, plaga ben altro più salubre ed amena, che 
non alcuna delle umide e caldissime boscaglie della 
Tebaide egiziana, fecero in Brescia costrurre il mona- 
stero di s. Pietro in Oliveto (2); il quale dopo essere 
stato negli anni seguenti abitato da cenobiti di fami- 
glie diverse, ora volto, pei fausti auspici del governo 
e per divina provvidenza, a miglior uso; serve a liceo 
di sacra educazione, cioè a pubblico vescovil semiuario. 
E mentre a Casteuedolo e sulle pendici del colle Cidueo 
erigevansi ai monaci magnifici claustri, un altro ancora 
andavasi costruendo a Fiumicello in amenissima situa- 
zione presso le sponde del Mella, al quale diessi il nome 
di monastero de 5 santi Gervasio e Protasio, 



(1) Maìvetii, Cronicon Dist. 7 e cip* iS f. 390 del manoscritto 
di cui mi servo. 



(2) Malvet. Dist. 7 cap* 22. 



anno 
11 n. 






LIBRO DICIASSETTESIMO 



i. Kji 



§ i. VJhe le pie e ricche genti facciano generose sggg g 
elargizioni o pel sostentamento dei miserabili o degli Dopo 
infermi, od onde proteggere la pudicizia di giovanette 
pericolanti, o per giovare alle industrie, al commercio, in;, 
alle arti, alle scienze, alla pubblica educazione, saranno 
sempre quelle opere e favoreggiate dal cielo, perchè 
analoghe ai priucipii della natura ed ai dettami del- 
l' evaugelo, e benedette dalle genti, perchè giovevoli 
alla umanità. Ma chi è dotato di qualche criterio non 
potrà mai che compiangere le amplissime donazioni, 
che da alcuni allora si facevano a certe classi di genti 
oziose^ che già gavazzavano pur troppo nel!' opulenza. 

Arrigo V era a Roma, e per le quistioui delle in- 
vestiture perturbava Pasquale II più aspramente d'as- 
sai, che non lo avesse fatto Arrigo IV suo padre - coi 
pontefici suoi antecessori 3 e la pia contessa Matilde, 
siguora di uno dei più floridi principati d'Italia, com- 
piangeva in Canossa le vessazioni del capo della chiesa, 



1112. 



202 LIBRO DICIASSETTESIMO 

ì ^^ ? ma lungi dall' adoperarsi per soccorrerlo, volgeva a 
J?°£° tutt' altro i suoi pensieri. Quantunque avess' ella sotto 
anno occhio tortissimi argomenti per convincersi, che le 
troppe dovizie de' claustrali traevanli facilmente ad 
ambizioni od a mollezze, e quantunque si fosse ella 
medesima adoperata in far espellere dal chiostro le 
monache di s. Sisto di Piacenza, perchè per le troppe 
ricchezze e pei troppi privilegi erano divenute disso- 
lutissime ed incorreggibili (i); lungi dallo studiarsi 
di togliere le cause di quegli scandali, davane anzi 
incremento, versando ora sopra un monastero, ora so- 
pra 1' altro ricchezze immense (2). 

Combinate finalmente di qualche maniera le scabre 
vertenze fra il pontefice Pasquale II ed Arrigo V, fu 
quel re coronato solennemente imperatore in Roma il 
dì i3 aprile (3); indi lasciata quell'augusta città, av- 
viossi verso Germania. In quel suo viaggio di ritorno, 
onde salutare la contessa Matilde, passò per Bibianello 
paese del Reggiano, dove quella principessa allora 
ospiziava. Ella lo accolse colle onoranze convenienti ad 
un imperatore, ed egli in atto di gratitudine emanò 
un editto, pel quale, siccome i Mantovani datisi a li- 
bertà non prestavano più alcun atto di sommissione 



(1) Campi, Storia di [Piacenza, part. 1 lib. 12 f. 583. 

(2) In prova di ciò si leggano i documenti prodotti dal padre 
Bacchini, nella Storia del Monastero di san Benedetto da Poli- 
rone, stampata in Modena Panno 1696 e singolarmente quelli 
che veggonsi nel lib. 6 della storia medesima, ancora inedito. 

(3) Rex Hienricus iclihus Aprilis in Ecclesia s. Petri 

in Imperatorem consecratur. Annalista Saxo. — e conferma lo 
stesso il cardinale d'Aragona, in Vita Pascalis II apud Murai, 
tom. 5 part. 1. Rer. Italie, scrivendo che quella incoronazione 
seguì Idibus Aprilis r feria post. Oct. Paschae. 



LIBRO DICIASSETTESIMO ao3 

né alla contessa, uè all' impero, prescrisse loro di ri- - , ' , ™™_ 
mettersi sotto al dominio della principessa; con im altro Dopo 
diploma confermò i patti d' alleanza fissati con lei anno 
l'anno antecedente; la dichiarò sua vicaria in Lom- tua* 
bardia (i); e finalmente dopo di avere ospiziato in Bi- 
bianelìo tre giorni, tragittato coli' esercito il Po, mosse 
a Verona, dove confermò ad Ordelafo Faliero doge di 
Yenezia quanto era stato conceduto a quella repub- 
blica dai sovrani suoi antecessori (2); indi ricondusse 
T esercito in Germauia, senza farsi seguitare da quelle 
schiere tedesche, che occupavano in questa provincia 
il castello di Gavardo, e davano non leggieri danneg- 
giamenti ancora agli abitanti i paesi di quel vicinato. 
§ 2. Fremevano i Bresciani per quella violente oc- 
cupazione di Gavardo; e sopra tutti fremeva la gio- 
ventù, dispettosa naturalmente ed ardita e Y intra- 
prendente priore de' consoli Fantolino Calini ; ed 
essendo quelli assicurati che V imperatore aveva col- 
1' armata già trapassate le Alpi, erano per ispingersi 
centra quel castello per tentare di ricuperarlo colla 
forza. Ma, fossero i consigli di probi e saggi citta- 
dini, che gli stogliessero dall' impresa, dimostrando 
loro quanto fosse pericolosa audacia il tentar di coz- 
zare colle armi di un imperatore, che poteva da un 



(1) Donizzone, lib. 2 cap. 18, con quel barbaro suo stile ha 
ricordata reiezione della contessa Matilde alla dignità di Vicaria 
imperiale in Lombardia, col seguente verso: 

Liguris Regni regimen dedit in vice Regìs 

sopra di che fra i molti che si potrebbero indicare, leggasi sin- 
golarmente Bacchini, Storia citata f. 188, pei tipi Capponi ed 
eredi Pontiroli di Modena, anno 1696. 

(2) Verci, Storia della Marca Trivigiana, tom. 1 f. 43. 



2o4 LIBRO DICIASSETTESIMO 

555 *" giorno all' altro scendere nuovamente colle falangi la 

*>opo Italia a vendicare i ricevuti affronti; o li rattenesse da 

ce 

anno ta ' e attentato ' a paura della contessa Matilde, alleata 

iu4« dell' imperatore, rappresentante le sue veci in Italia, e 
che in que ? giorni aveva dati altri saggi dell'alta sua 
potenza, costringendo i Mantovani ad abbassare le 
creste, a prestare ubbidienza all'editto dell'imperatore 
Arrigo, quantunque lo ripugnassero, ed a sottomettersi 
spontaneamente all'alto suo dominio (i); ne fosse V una 
o T altra la causa eccitante od ambedue combinate, 
come è più. facile di credersi, certamente bastarono a 
persuadere ai Bresciani di mordere frattanto, senza 
emettere lamenti, il morso, e di protrarre la sospirata 
impresa di Gavardo a circostanze migliori. E furono 
i nostri proavi avventurati per essersi appigliati a 
quella prudente risoluzione, perchè non andò guari 
che Arrigo V discese nuovamente in Italia. 

La vice reggente di Lombardia compi a Bondeno (2) 

ii*i5 * sq01 g loru ^ *J dì 24 luglio iii5 (3), da dove fu il 
suo corpo trasportato a s. Benedetto di Polirone, ed 
in magnifico avello deposto nella chiesa di quel mo- 
nastero. La salma però di quella principessa non ha 
potuto godere dentro quell' urna una requie imper- 



(1) Yisi, tom. 2 f. 211 e seg. 

(2) Tre sono eh' io sappia i paesi detti Bondeno , V uno sul 
Ferrarese, il quale negli antichi documenti è detto sovente Bon- 
denum Buranae$ e gli altri due sullo stato di Mantova, uno 
de' quali dicevasi Bondenum de Arduino, e l'altro Bondenum 
de Roncoris 3 che è quello dove la contessa Matilde mancò di 
vita. Se alcuno ne bramasse più estese cognizioni, legga Barotti, 
nella nota alla Stanza xix del Canto III della Secchia Rapita 
dì Tassoni. 

(3) Donizzo. Vita Mathildis, pag. 219. 



LIBRO DICIASSETTESIMO w>5 

turbata; perchè l'anno i634 l'abate di quel mona-^5^ 
stero Ippolito Andreas! Y ha tratta nascostamente dalla Do P,° 
tomba, e mandata a Roma in dono a papa Urbano Vili, fonò 
il quale l'ha collocata dentro uu mausoleo 1 della ba* ln5 * 
silica Vaticana. Fatale destino I i cadaveri di que' ri- 
baldi che strozzati dal boia lasciano sul patibolo la 
vita ed i delitti, trapassano negli ignobili loro sepolcri 
placidissimi i riposi, e senza che mai alcuno s imma- 
gini di turbarli, aspettano tranquilli che il suono delle 
trombe angeliche li chiami a risorgere; ed i corpi dei 
grandi e dei santi, o per cupidigie di premi o per 
semplici ambizioni o, come avviene più di sovente, per 
divoti e lodevolissimi motivi, sono frequentemente per- 
turbati, ed o smembrati od interi trasportati altrove; 
od alnien almeno frastornati dal trambusto di musici 
strumenti, e da ululati cantici portati in processione. 
§ 3, Appena l'imperatore Arrigo ebbe intesa da un 
inviato speditogli da Alberigo abate di Polirone la 
smorte della sua vicaria in Lombardia, la contessa Ma- 
tilde (t), quantunque non fossero le cose di Ger- m6. 
mania pienamente tranquille, bramosissimo di conse- 
guire od in tutto od in parte V eredità di quella 
iprincipessa, ed incitato ancora da alcune voci, per le 
quali dicevasi: che il sommo pontefice fosse per con- 
vocare un concilio, e rivocare in quello l'accordo che 
aveva egli fatto con essolui relativamente alle investi- 
ture del clero, nulla curando la rigidezza della sta- 
gione, negli ultimi giorni di febbraio dell'anno 1116, 
accompagnato dalla moglie, da tutta 1' imperiale fa- 
miglia e da un potente esercito, calò nuovamente in 



(i) Anselmus Gemblacensis, in Continuatione Chronici Sige- 
wrti ad unn. i n5. 



2o6 LIBRO DICIASSETTESIMO 

*—— Italia; perlocchè si chiamarono molto avventurati i 
Dopo B,. eS ciani di non averlo per lo innanzi incitato ad ira, 
anno assaltando nella rocca di s. Martino da Gavardo il suo 
11 10 ' presidio; ed allora fors'anco i Bresciani più avventurati 
si chiamarono, perchè papa Pasquale depose formal- 
mente dalla cattedra vescovile di Brescia il cardi- 
nale Arimanno da Gavardo , il quale per le private 
sue ambizioni aveva tanto perturbata la provincia; 
nella quale occasione destinò a succedergli il già suo 
coadiutore e vescovo Villano. 

Si trattenne queir imperatore più di un anuo ora 
nell' una, ora nell' altra città dell' alta Italia, studian- 
dosi frattanto di comporre per mezzo di messaggeri le 
nuove dissidenze che avevano incominciato ad accen- 
dersi fra la corte di Roma e lui; la qual cosa tentossi 
invanamente, e perciò all'aprirsi della seguente prima- 
vera mosse queir imperatore coll'esercito a Roma, dove 
segnò con papa Pasquale II un nuovo concordato. 
. L'anno ìiiy scoppiò uno dei più terribili terremoti, 

1157. dal quale furono concussi molti paesi, e singolarmente 
quel tratto d'Italia che si distende fra l'Alpi e l'Ap- 
peunino; e fu sì lungo, che con sempre differenti vio- 
lenze ne furono per circa quaranta giorni ripetute le 
concussioni (1); a Venezia, a Verona, a Parma con mol- 
tissima perdita di genti rovinarono inuumerabili edi- 
fici (2); a Cremona, oltre molti altri fabbricati, cadde 



(1) Che quel terremoto abbia ripetute così a lungo le scosse, 
ne assicura Pier Diacono, Chronic. Cassinense torri. (\ pag. 62; 
e ne lo conferma lo scrittore delle cose di Milano Landolfo il 
giovane. Ilist. Medìol. lib. 6 cap. 36. 

(1) Verona edìjlcìis concussis, mulfis quoque mortalibus 

obrulis cornili, similiter in Parma et Veneiia^ aliisque urbi- 



LIBRO* DICIASSETTESIMO m 7 

la cattedrale (i). E questa nostra provincia fu forse di ■ M - u -"" 
tutte le altre vicine la più percossa: e nella città e nei ^°P rj 
paesi della pianura diroccarono moltissime case e chiese anno 
e torri; e sotto quelle tremende rovine giacquero se- I,I 7- 
polte vive innumerevoli persone. Ma su por le vallate, 
oltre al rovinìo de' fabbricati, ed ai danneggiamenti 
comuni con quelli de' paesi della pianura, per le scosse 
ripetute e violentissime, staccavansi dalle rocce dei 
monti enormi pezzi di rupe, che rotolando a salti e 
con orrido fremito piombando giù per le balse, distrug- 
gevano quanti casolari o piante incontravano, e conti- 
nuandone T impeto alle falde, e nel piano delle valli 
stesse, aprivano ne sottoposti paesi una contrada di di- 
struzione per dovunque passavano (2). 

§ 4- L' imperatore Arrigo Y era col suo esercito ri- 
tornato al di sopra degli Appennini; ed alcuni raccon- 
tano eh' egli fosse a Padova, altri nelle vicinanze del 
Po presso Turino, quando ebbe avviso che il santo 
padre Pasquale II era passato ad altra vita. A quel- 
l'annunzio prese frettolosamente le vie per Roma: e 
non è dubbio che ciò facesse, onde giugnere Su persona 
a procurare il triregno ad un qualche suo aderente; 
ma intanto eh' egli percorreva quel viaggio, adunatisi 

bus, oppiai s, et casteìlis non pauca hominum millia interìerttnd. 
Così lasciò scritto l'Annalista Sassone, pubblicato da jEccardo. 

(1) Sicardus, in Chronic. 

(2) Le due Cronache bresciane, una detta di Bologna, perchè 
ivi da un padre Agostiniano trasportata, e poscia scoperta, e 
V altra detta di san Pietro 3 perchè apparteneva alla libreria di 
quel cenobio, rapportano ambedue all'anno 11 17 un così terri- 
bile flagello. E Malvezzi, Dìst. 7 cap. 21,* e Caprioli, lib. 5 
sebbene non convengano ne fra loro due, né colle citate antiche 
cronache, ne con Muratori, Annali, quanto ali" epoca precisa, 
tutti però raccontano lo s lesso disastro. 



2oS LIBRO DICIASSETTESIMO 

- " ■ ' molti vescovi, e cardinali, e con essi i consoli di Roma 
Dopo e vari senatori , elessero papa un vecchio monaco cas- 
afano cinese, il quale era già cardinale e cancelliere della 
f**8. santa romana chiesa, il quale accettò l'addossato im- 
pegno, ed assunse il nome di Gelasio IL Spiacque a 
quell'Augusto una tale elezione, e dietro suo ordine ra- 
dunatasi un' altra assemblea di prelati e di graudi ro- 
mani ^ fu da quella eletto pontefice l'arcivescovo di 
Braga, città di Portogallo, il quale prese il nome di 
Gregorio Vili (1). Ond' ecco uscire un nuovo scisma a 
perturbare la tranquillità della chiesa. 

Quello scisma fu la causa principale di una guèrra 
asperrima fra i Milanesi ed i Comaschi. Un certo Guido 
occupava da lunghi anni la cattedra vescovile di Como, 
e siccome quello teneva le parti pontificie, erasi tratte 
addosso le abbominazioni del fu imperatore Arrigo IY> 
e tal mento, che quel sovrano lo dichiarò deposto, e 
propose a quel seggio episcopale Landolfo Carcani, ca* 
nonico della metropolitana di Milano. II patriarca di 
Àquileia, grande fautore delle parti di Arrigo, ne lo 
consacrò: non potè però mai ottenere il possesso ed il 
governo di quella chiesa^ perchè i Comaschi amavano e 
Sostenevano francamente il lóro vero vescovo Guido. Suc- 
ceduto Arrigo Y nel solio imperiale, ed il Carcani otte- 
nuta per quello la protezione dell'antipapa Gregorio Vili, 
fattosi scortare da una buona mano di armati, tentò 
di ascendere per forza la cattedra del vescovo di Como. 
I Comaschi si opposero a quell' attentato coli' armi, e 
riuscì loro di avere 1' antivescovo Carcani prigioniero. 
In quella zuffa cadde morto Ottone Carcani, nipote 



(i) Landulph. junior ? Hist. Mediol. cap. 53. Apud Marat, 
toni. 5. Rer. Italie. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 209 

del vescovo prigioniero e capitano rinomatissimo di al- 5555S 

cune schiere milanesi. Que' di Milano sentirono con al- ^°P° 

• • 1 v • . G. C. 

tissima amarezza la sua perdita, e giuratane vendetta, iDU0 

ruppero guerra ai Comaschi: guerra che aspreggiò luu- luo- 
ghi anni con diverse sorti, e che andò a finire eoa 
moltissimo danno di Como (1). 

Mentre così alte perturbazioni scuotevano il santo 
padre, il solio apostolico e quasi tutta la cristianità; e 
mentre le vicine province di Milano e di Como batta- 
gliavansi a viceuda, il silenzio degli antichi cronografi 
mi adduce a credere che andasse allora questa pro- 
vincia godendo una placida tranquillità. 

Tanto sospiravano allora i Bresciani il buon ordine 
e la pia condotta de' monaci, e singolarmente de' più 
doviziosi, siccome esposti a maggiori pericoli, che i 
consoli di Brescia nell'anno 11 19, che furono fra gli 
altri il famoso Ardiccio degli Aimi e Sabellio della Anno 
Noce, con uno stromento stipulato in coro dell' antica 
cattedrale di s. Pietro in duomo, alla presenza di Paolo 
arcidiacono, di Buono, prete mansionario, di Guiso Can- 
tore, di Ghirardo da Leno, di Orso, di Apollinare e 
d' altri testimoni, il dì primo maggio promisero la pro- 
tezione della città a Tebaldo abate de' benedettini di 
Leno ed a Pietro abate di quelli di sant'Eufemia e 
la difesa insieme de' loro monaci, conversi, servi, pos- 
sidenze e giurisdizioni; purché quelli si obbligassero di 
vivere vita quieta, e di celebrare colla debita compo- 
stezza i divini uffici (2). 

(t) Quella guerra è raccontata dal P. Tatti negli Annali di 
Como; e cantata ancora da un antico Poeta comasco, pubblicato 
da Muratori, tom. 5. Rer. Italie. 

(2) La pergamena, sopra alia quale era scritto quel documento, 
era presso V ab. Giammaria Biemmi, del quale lo stesso ne ha 
prodotto un buon tratto nella sua Storia di Ardiccio a f. /jjo. 

Yol. III. 14 



1119. 



aio LIBRO DICIASSETTESIMO 

* " ' imm . Non poterono i Bresciani godere per lungo tratto una 
^°r° tale tranquillità. Attaccati Tanno 1120 dai Cremonesi, 
anno s i irruppe da quegli in Acquanegra, castello che allora 
u-20. apparteneva alla provincia di Brescia, e dove era una 
magnifica badia diramata dal regio monastero de' be- 
nedettini di Leno. Acqua negra fu allora invasa improv- 
visamente dai Cremonesi, saccheggiata e mandata a 
fiamme. Quali poi fossero le cause di quegli affronti, e 
quali ne fossero gli ultimi risultati, non è possibile il 
dirlo, perchè i cronisti che ne hanno trasmessa la ri- 
cordanza, lo hanno fatto di maniera troppo laconica (1). 
Non sono auzi lontano dal credere che quella guerra 
non sia proprio stata guerreggiata fra i Bresciani ed i 
Cremonesi, ma solamente fra le soldatesche del monastero 
di Acquanegra, e quelle dei signori di Buz&olano e di 
Carzago, i quali erano due vassali dell'abbazia di Leno; 
perchè un antichissimo eronaco ne assicura che P anno 
1223 si è celebrata ia pace fra il monastero di Acqua- 
negra ed i signori di que 5 due paesi (2). 

Ebbero in que' frattempi i Bresciani altre spontanee^ 
ma però sempre agitatrici vicende. Erano essi amicis- 
simi de' Milanesi, e supplicati da quelli li giovarono 
di sussidi per la guerra che essi avevano con que' di 



(1) La Cronaca de' padri dell'oratorio, pubblicata da Doneda, 
alPanno MCXX, dà a leggere: Terra Aquenigre capta et com- 
busta a Cr emone sibus. Un tal fatto è ricordato da Elia Ca- 
prioli, lib. 5, da Antonio Campo pittore e Cavaliero Cremonese 
in una sua opera stampata a Milano da G. Battista Bidelli Pan- 
no i645 a carte 36; ma né P uno ne P altro ha pure aggiunta 
una sillaba di migliore schiarimento. 

(2) Cronaca dell' oratorio: MGXXIII, Pax Inter Monas. 
aquenigre.^ et milites de Buzolcno , et Carzago. Per le male 
forme de' caratteri di quella pergamena altri hanno letto Cara- 
vazzo, invece di Carzago. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 211 

Como. E qui non solo per con fermare la verità d i ' '— ~ 
quanto io vo scrivendo , ma per dare ancora alla il- uopo 
lustre città di Bologna un argomento certissimo, che anno 
fino da que' remotissimi tempi era ivi coUivatissimo lo n 2 °» 
studio delle leggi, mi fo debito di trascrivere in calce 
un tratto dell' antico anonimo poeta comasco (1). 

§ 5. II decrepito pontefice cattolico Gelasio II presa 
apprensione per le rivalità dell'antipapa Gregorio Vili, 
per le persecuzioni di molti signori romani, fra i quali 
primeggiavano i Frangipani, e più assai per la paura 
dell' imperatore Arrigo V, era fuggito d' Italia, ed emi- 
grando per la Francia, viuto dalle agitazioni e dagli 
anni cessò di vivere in Borgogna, mentre ospiziava nel 
celeberrimo monastero di Cluni. Fu eletto suo succes- 
sore Guido arcivescovo di Vienna del delfiuato, il quale 
accettò il triregno, ed assunse il nome di Calisto IL 
Quel nuovo pontefice, valicate le Alpi, discese franca- 
mente in Italia, e prese via per Roma. Ogni città, ogni 
castello, ogui borgo ond'ebbe egli a passare, preslogli 
quegli onori che si debbono al capo della chiesa. L'an- 
tipapa Gregorio "Vili all' udire che Callisto onorato e 
sostenuto dai popoli avviciuavasi a Roma, impaurito 



(1) L'anonimo poeta Comasco, pubbl. da Murat. toni. 5. Ber. 
Italie, dice che allora i Milanesi 

w Mittunt ad cuncta Legatos agmina partes 

w Ducere^ Creinone, Papiae mittere curant 

n Cimi qiiibus et veniunt cum BRULLA, Pergamo,: totas 

vì Ducere jussa suas simul, et Liguria gentes. 

» J\ec non adveniunt Vercellae, cum quibus Astum 

« Et Comitissa suum gestando brachia natum. — OuelPera 

la contessa di Biandarte 

w Sponte cum sua gente Notoria venit; 

" Aspera cum multis venit et Verona vocata : 

w Docta secum duxit Bononia leges. 



212 LIBRO DICIASSETTESIMO 

— S foggi ricoverossi a Sushi, e terminò presto i suoi giorni 
^°P° nel monastero della Cava; i Romani accolsero il nuovo 
pontefice Callisto II colla maggiore possibile solennità (i). 
Intanto molte popolazioni germaniche tumultuavano, e 
que' sussulti fremevano singolarmente in Sassonia (2), 
per le quali cose Y imperatore Arrigo V trovossi co- 
stretto a ritornare frettolosamente in quelle regioni. 

A Liberati per la sua partenza i Bresciani dalla paura 

Anno ... . 

risi, dell'armi sue. si spinsero ad assaltare i Tedeschi che 

occupavano il patrio castello di Gavardo; li vinsero, e 
con un tratto magnanimo concessero loro la vita e la 
libertà di ritornare ai loro paesi: ma ad imitazione di 
Giosuè, quando fece distruggere Gerico fino dall' ultimo 
fondamento, eglino ancora fecero distruggere egualmente 
la rocca di s. Martino da Gavardo (3). Dopo che tra- 
sportati da uno spirito frenetico ebbero demolita quella 
fortezza, conobbero che lungo quella strada mancavano 
di una piazza d' armi bastante a ribattere, od almeno 
ad affrenare T impeto delle incursioni ostili; scelta per 
questo la florida piaggia, dove il lago di Garda presso 
la metà della sua lunghezza distende versò occidente 
un florido seno, cominciarono lo slesso anuo la eo- 



(1) Falco Beneventanus, in Chronico. 

(2) Abas Uspergensis, in Cronico. 

(3) La Cronic. dell'Orai, di Brescia, dice: MCXXI Brixiani 
destruxerunt arcem s. Martini de Gavardo ^ quani tenebant 
alemanni. Lo stesso è confermato da Elia Caprioli, appoggialo 
alla cronaca del venerabile Vitale, ora perduta, Stor. Br. lib. 5. 
— e più distesamente Giacopo Malvezzi, Distinct. 7 cap. 24 
scrivendo: anno 1121 Brixiani cives exercilum slaluerunt ad- 
versus arcem s. Martini de Gavardo, et eam demum obtinen- 
tcs, Theutonìcos qui intus erant abire permiserunt. Arcem 
vero ad solimi usque prostrava unt. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 21 3 

struzione del castello di' Salò (1). E cosi se uu ira ma- 
niaca aveva spinli i Bresciani a distni£jrerc uu forte, £)°P° 

G G 
la necessità della propria difesa li sospinse ad erigerne ann ó 

uu altro. iias. 

§ 6. Mentre fra le due podestà pubbliche , eccle- 
siastica e secolare agitavansi a que' tempi le famose 
questioni sopra le investiture del clero, il genio par- 
ticolare V interesse traeva le genti a parteggiare 
a favore dell'una podestà o dell'altra. I marchesi, i 
conti e gli altri vassalli dell'impero tenevano d'ordi- 
nario le parti del sovrano; gli ecclesiastici ed il 
maggior numero del popolo quelle della chiesa. E da 
que' due partiti si scovre apertamente la remotissima 
origine delle tremende fazioni de'Guelfi e de' Ghibelli- 
ni, che tanto per tutta Italia perfidiarono ne' secoli 
susseguenti. 

L' augusto imperatore Arrigo V dopo di avere ra- Anno 
dunala a parlamento iu Wormz una numerosissima schiera 
di principi e di prelati, inviò suoi ambasciatori a Roma 
il vescovo di Spira e 1' abate di Fulda, affinchè tentas- 
sero di comporre col pontefice Callisto II le ormai ran- 
cide quistioni sopra le investiture. Riuscirono quelli 
Dell'addossata impresa. Per mezzo loro l'augusto Ar- 
rigo concedette al clero ed al popolo di ogni città la 
libera elezione dei propri vescovi, ai monaci quella dei 
loro abati. Fu per questo ribenedetto dal papa l'im- 



(1) Ciò viene assicurato da ima pergamena esistente nell'Ar- 
chivio della città, detto Membranaceum magnimi f. 90; e con- 
fermato ancora dalla Allegazione del cav. Lodovico Baitelli, scritta 
d'ordine del Senato Veneto, la quale conservasi nell'archivio 
suddetto, liegist. Olici X a f. 12/} e seguenti 5 ed a f . 5 della 
copia della medesima eh' io tengo. 



2 1 4 LIBRO DICIASSETTESIMO 

tog "~" peratore, e di tale maniera la repubblica cristiana riebbe 
Do P° la pristina tranquillità (i). 

anno Callisto II papa con sua bolla data da Roma il dì 2% 

1122. marzo n 23 confermò alla badia di Leuo, che era allora 
governata dall' abate Tebaldo, tutte le sue possidenze, 
giurisdizioni e privilegi: benedisse que' monaci, e pro- 
mise loro protezione e difesa. Ma perchè quel saggio 
pontefice conosceva profondamente quanto inclinassero 
allora i cenobiti a divergere dalla monacale disciplina, 
uon potè rattenersi nel medesimo tempo dal raccomandar 
loro il timore di Dio e Y astinenza dai tumulti seco- 
lari (2). Quanto abbiano poco fruttato que' giudiziosis- 
simi consigli, lo diremo proseguendo. Quel!' ottimo som- 
Anno mo pontefice però non ebbe campo a vederlo, perchè 
11<2 4« dopo pochi mesi mancò di vita, e gli fu surrogato 
Onorio II. 

§ 7. Governandosi allora Brescia di maniera repubbli- 
cana, non sapeva soffrire che l'uno l'altro paese fosse 
indipendentemente dominato da signori particolari, ov- 
vero da conti feudatarii, i quali, per essere vassalli imme- 
diati del sovrano, sostenevano francamente la piena loro 
indipendenza dalla città. Sacri già quelli ne avevano i 
diritti, perchè appoggiali a donazioni sovrane, donazioni 
fatte loro, per la più parte, in premio di azioui militari, che 



(1) Pandulphus Pisanus, Vita Callisti IL — Bocchini, Sto- 
ria sopraccitata, lib. 6 inedito, a f . 6 della copia del medesimo 
che conservasi presso di me. 

(2) Vos igitur 'filli in divisto dUecti, i monaci di Leno, ut 
hac semper gratia digniores censeamìni, Dei semper timorem 
in cordìbus vestris habere sagitate , ut quanto a secularibus 
tumultibus UberioreS) tanto amplius piacere Deo totius mentis 
et anime virtutibus anheletis. Rolla di Callisto II prodotta dallo 
Zaccaria, f. in. 



LIBRO DICIASSETTESIMO *i5 

dietro gravi dispendi e fortissimi pericoli, avevano pei£ 



re d'Italia, o per i medesimi imperatori sostenute; do- Dopo 
nazioni raccomandate a documenti regolari, segnati col anno 
regio od imperiale suggello, e confermati per la più 1I<2 4- 
parte con altri atti notarili da que' monarchi che succe- 
dettero. Ma a che valgono alle volte i diritti, quando 
mancano le forze per sostenerli? A che non vengono 
tratti per ordinario i novelli repubblicisti dall'idea di 
crescere le pubbliche forze, diffondendo lusinghe di 
libertà? 

I conti di Casalalto che scendevano dallo stipite dei 
conti di Lomelo, famiglia che pei molti possedimenti 
allodiali e per le feudali investiture era doviziosissima, 
ma per le moltiplici divisioni e suddivisioni forse di 
troppo ramificata, i conti da Casalalto, io ripeto, erano 
da circa un secolo feudatari di Asola (i). I consoli di 
Brescia desiderosi di aggiungere ancora quel castello 
alla bresciana repubblica, certissimi di avere a' loro or- 
dini forze di molto superiori a quelle di que' conti, 
certissimi che V imperatore non era in circostanze di 
poter discendere in Italia, oude sostenere coli' armi i 
suoi vassalli; perchè le turbolenze di molte regioni ger- 
maniche, e singolarmente le iusurrezioni de' Sassoni lo 
obbligavano a fermarsi in que' paesi, e ad ivi tenersi 
tutte le forze possibili raccolte: que' consoli mossero 
quistioui ai conti di Casalalto riguardo alle giurisdizioni 



(i) Biemmi storia di Brescia, tom. ni mss. l' originale del 
quale era presso il nobile sig. Luigi Arici. Citando quello mi 
servo di una copia trascritta da Zamboni, che io conservo Coh 
Jet fan. D. dove, lib. i. f. 24 è scritto: i confi di Casalalto 
possedevano in Jeudo la terra di Asola col di lei Castello ', e 
probabilmente da più di un secolo. 



su 6 LIBRO DICIASSETTESIMO 

S5??5" feudali eh' essi godevano di Àsola (i); e per non avere 
p B? da quelli avuti i riscontri che desideravano, ruppero 
anno lo™ la guerra. Qui è necessario osservare che l'antico 
ii2D. scrittore della cronaca che era nella libreria de' padri 
dell' oratorio di Brescia ha scritto, che i conti di Ca- 
salalto allora reggevano Asola proterve (2), cioè con 
ostinata arroganza, ovvero di tirannica maniera, pro- 
terve; ed è per questo assai facile che i poveri Asolaui 
soperchiati e depressi dai conti che li signoreggiavano, 
abbiano supplicato i Bresciani di prestarsi al loro pos- 
sibile sollievo; e che i Bresciani siensi da prima inter- 
posti siccome amichevoli compositori, che que' conti , 
onde usare l'espressione del cronaeo, abbiano anco ad 
essi loro risposto proterve, cioè con pervicace baldanza, 
e che i Bresciani poi siensi mossi a vendicare quell'in- 
sulto coli' armi. 

Fosse 1' una fosse 1' altra delle addotte ragioni, 
la causa della guerra rotta dai Bresciani ai conti di 
Àsola, la fossero, siccome è più da credersi, tutte e 
due insieme, certo è che ì consoli di Brescia irruppero 
contro di Asola con un grosso corpo di truppe. Quei 
conti resistettero intrepidi per quanto il poterono, e 
chiusi nel castello ne sostennero francamente per alcun 
tempo l'assedio; ma soperchiati dalla maggioranza delle 
forze ostili, correndo il maggio del 11 25, furono co- 
stretti a cedere la piazza (3); e siccome il crouaco non 



(1) Comites de Casali alto castrimi Asidae tenebant, Urbis 
Consulatu conti radic ente. Malvet. JJist. 7 cap. 25. 

(2) Brixienses destruxerunt castrimi Asulae, quod tenebant 
Cornile s proterve se habenles. Chron. dell'oratorio all'anno H25. 

(5) Malvezzi, Dist. 7 cap. 2(5, parlando del castello di Asola, 
dice: a civibus expugnalum est, et tandem obtentum, pariter- 
cpie Jundilus eversimi* mense Madii anni ii25. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 217 

emette alcuna parola di saccheggi, di distruzioni di **"*-* 



stragi, convien credere che i conti di Casalallo la ce- J; () Py 
dessero dietro onorevoli condizioni, od almeno salve le 



proprietà e le vite della guernigioue e di quanti la 
abitavano. Entrati i Bresciani in quel castello lo fa- 
cessero sospinti dall'ira, o, siccome è più facile, per 
impaurire gli altri feudatari, e costringerli, od a ce^ 
dere spoutaneamente od a vendere alla ci t la le giuri* 
sdizioni loro, appena entrati in Àsola ne diroccarono 
le mura di fortificazione fino dalle fondamenta. 

§ 8. L'asprezza di quel fatto diede gravi pensieri 
ad altri feudatari, i quali prudentemente si determi- 
narono di vendere le giurisdizioni feudali, innanzi di 
esserne dalle armi repubblicane spogliati. Il primo Bre- 
sciano che appigliossi a quel partito fu Bruciato Bru- 
sali, uomo di spiriti generosi, ricco di moltissime pos- 
sidenze, e feudatario di "Volpino, Geretello e Coallino. 
Quel signore, anzi che ad ogni altro, propose la vendita 
delle sue giurisdizioni feudali ai cittadini di Brescia 
suoi compatrioti, ma non avendo potuto stipularne eoa 
quelli il coutratto, dopo il fermò con alcuui signori 
bergamaschi (1). Rufino, uno de' conti Lomellini, ric- 
chissimo egli ancora e di possidenze e di giurisdizioni 
ed io. Lombardia ed in Piemonte, volonterosamente 
determinossi di seguitare I' esempio del Brusati, per 
quanto egli possedeva nel distretto bresciano. Né erano 
di lieve momento le sue tenute in questa provincia, 



(1) Bruxiatus de Bruxiath, uir generosus et potens .... Ca- 
sinari Vulpini) Ceretelli) atque Coallini se vendituruny.... 

Recloribus Briociae nunliavit, eosque de eorum emptione inci- 
lavit. Quibus sibi ncqiiaquam annuentibus} inox Me magnatibus 
quìbitsdam Pergamensibus dictorum castrorum dominium jure 
vendi tieni s contribuii. Malvet. Dist 7 cap. 26 pag. S^j. 



G C. 

anno 

11 '25. 



2 1 8 LIBRO DICIASSETTESIMO 

2^?— perchè egli ne aveva di ampissime allodiali iu Casal- 
Dopo ni oro, iu Casalromano, iii Bussolano, in Marcarla e 
anno per altra parte in Rivoltella, in Serrinone, paesi che 
ji'ìj. t u tt.i allora appartenevano alla provincia bresciana; ed 
oltre di ciò era feudatario di ambi i Remitelli, e per 
]e divisioni succedute già da tempo in sua famiglia, 
aveva aucora due delle nove parti di giurisdizione so- 
pra Marianna, Moso e Redoldesco, paesi che a quei 
tempi a questa provincia appartenevano. Fece egli pro- 
porre ai consoli di Brescia la vendita di quauto egli 
e di allodiale e di feudale possedeva in provincia. 
j consoli ebbero carissimo quel progetto, siccome quello 
che apriva loro il mezzo di liberarsi di un potente 
feudatario senza usare violenze o soperchierìe. Rufino 
con sua moglie era allora a Coufleuza, altro suo feudo 
sul tenere di Vercelli; fra i consoli di Brescia ed 
esso lui si convenne di quel contralto per mezzo di 
scambievoli messaggeri. I Bresciani comperarono quanto 
il conte Rufino de Lomelo possedeva di allodiale e di 
feudale in questo territorio, trattene però le geuti di 
masnada che quel conte si. riserbo, e ne fu convenuto 
il prezzo in lire settecento cinquanta imperiali di vec- 
chia moneta, le quali eqqivalgouo a circa lire sedi- 
cimila ducento venticinque austriache, somma da pa- 
garsi all'atto del l'istru mento in buone valute d'oro o 
d'argento. Parrà forse ad alcuno che quelle possidenze 
e giurisdizioni sieno state da Rufino da Lomelo ven- 
dute a vilissimo prezzo; ma convien osservare quanto 
fossero allora pericolanti i diritti feudali, e quanto le 
somme iu valute contanti avessero a que tempi un va- 
lore economico ma^jriore che non di presente. 

1 consoli di Brescia che segnarono quel contratto 
furono Arderico Sala, Gherardo Bornati, Alberto Fra- 



LIBRO DICIASSETTESIMO sig 

pesiui e Martiuo Pettanalupi, i quali consegnata la - 

somma di pagamento all' ultimo nominato, Io inviarono J; 1\ 
a Conflenza a soddisfare il conte Rufino del compro, anno 
ed a stipulare con esso lui lo strumento del contratto. M 2 P.« 
Il console Pettanalupi adempì il tutto con pienissima 
fedeltà; e dopo il conte Rufino, per mezzo di un atto 
pubblico assolse dal giuramento di fedeltà quanti erano 
suoi dipendenti dall' Ollio al Mincio, ed in tutto il 
distretto bresciano, trattine gli schiavi, e delegò Buo- 
papace Faglia di Chiari e Bracco Giudici di Lecco, 
perchè significassero loro io suo nome di aversi a pre- 
sentare ai consoli di Brescia, ed a convenire di ogni 
cosa con esso loro (i). 

§ 9. Finalmente Arrigo V fra i re e IV fra gli 
imperatori, dopo 19 anni di regno e i/{ d' impero, 
verso la fine del maggio 1 1 25 passò ad altra vita. 
Raccoltasi la dieta generale il dì 3i settembre dello 
stesso anno, venne da quella proclamato re di Germa- 
nia Lottarlo, che era duca di Sassonia (2). Ma siccome 
Federico duca di Svevia e Corrado suo fratello vanta- 
vano essi ancora alcuni diritti alla corona, mossero 
guerra al nuovo eletto, e tentarono balzarlo dal trono. 
I fratelli di Svevia non si invidiavano 1' un l'altro il 
solio; bastava loro di averlo V uno l'altro ad 
esclusione del Sassone; e per battere Lottarlo non solo 



(1) Biemmi, Storia di Brescia, tom. 5 inedito. • — Estratto del 
medesimo fattone da Zamboni, Col. D. f. 5. • — Paini, Brescia 
illustre, l'originale mss., della quale opera era presso il sig. abate 
Calimerio Cristoni da Farf'engo, mansionario ed archivista ^del 
Duomo. — E Pistromenlo di quel contratto conservasi nell'ar- 
chivio della città, Kb, Poteris Jbl. l\. 

(2) Otto Frisigensis , lib. 1 cap. 25 apu,d Murai, tom. G. 
Ber. Italie. 



si» LIBRO DICIASSETTESIMO 

— ' ' " con la guerra aperta, ma ancora colle scaltrezze, Fé- 

Dopo clerico fer mossi in Germania a battagliarlo coli' armi, 

G. C. , . to ... 

e Corrado discese in Lombardia, e dietro accortissimi 

maneggi fu proclamato re d'Italia, ed il giorno 29 
del giugno 11 28 ne ebbe da Anselmo arcivescovo di 
BJilano la corona (1). 
Anno Non tutte però le città di Lombardia a lui si assog- 
112Ò. gettarouo; anzi Brescia, Cremona, Piacenza, Novara, 
Pavia si rifiutarono di riconoscerlo re: cosa confermata 
da una lettera scritta a que' tempi da Litifredo ve- 
scovo di Novara (2). Corrado dopo essere stato coro- 
nato re d' Italia mosse a Roma, onde impegnare quella 
augusta metropoli e lo stesso sommo pontefice a par- 
teggiare per lui. Per dovunque passava in quel suo 
viaggio, i marchesi, i duchi, i conti e tutti i perso- 
naggi più distinti e le autorità locali correvano a gara 
ad onorarlo di profondi omaggi (3); ma papa Onorio II 
erasi già per lo innanzi manifestato a favor di Lotario, 
e per mezzo di un suo invialo gli fece significare che 
ei gli vietava non solo di entrare in Roma, ma né 
pure in Romagna. Quel re sogghignò a quel divieto, 
e procedette il cammino: e papa Onorio senza perdere 
tempo Io scomunicò. Alla pubblicazione di quella cen- 
sura tutti al re Corrado diedero le spalle. Costretto 



(1) Landulphus junior , cap. 3o, apud Murai, iom. 5. Rer. 
Italie. 

(1) Quella lettera è rapportata dal canonico Sassi, nelle note 
a Landolfo juniore, cap. 59 nota i3 ? apud Murai. Script. Rer. 
Italie, iom. 5. 

(3) liane namque gradi entem per Comitaius et Marchi as 
Lnmbardiae et Tusciae, Comites et Marchiones, cujuscumque 
nobili tatis viri potentes et humilcs cimi gaudio susceperunt* 
Landulphus, toc. citai. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 221 

per questo a volgersi addietro, e ripassata la Toscana, — — ■— 
nessuna città di Lombardia degnossi di prestargli pure Dopo 
ospizio; in tali frangenti mortificato e confuso rifuggissi ann( ^ 
in Parma, dove, siccome ne assicura Ottone da Fri- u3i« 
singa, che era suo fratello uterino, fu costretto a vi- 
vere una vita oscura e stentata (1); e riposte finalmente 
le ormai rauche pive nel sacco, l'anno n3i tornò iu 
Germania. 

§ io. Mancato in que' frattempi di vita papa Ono- 
rio II, e celebratine appena i funerali, una numerosa 
congregazione di prelati destinogli successore Gregorio, 
cardinale di s. Angelo, romano di nascita, e che per 
le alte sue virtù era di un grado così eminente meri- 
tevole; quegli accettò la tiara apostolica, ed assunse il 
nome di Innocenzo II. Il giorno seguente, altri cardi- 
fiali, mercati da un ricco ebreo fatto cristiano, dietro 
larghi doni ed amplissime promesse, elessero antipapa 
un suo figlio, che era già cardiuale di santa Maria di 
Trastevere, uomo per i mali costumi e per le ambizioni 
screditatissimo, e tale che lo stesso s. Bernardo non ha 
potuto ratteuersi dallo scriverne male (2). Accettò que- 
gli ancora il triregno, e prese il nome di Anacleto IL 
Per quel nuovo scisma fu il legittimo papa costretto 
ad emigrare d'Italia, a divagare per la Francia, dove 
fu in ogni luogo accolto con rispettosissima ospitalità; e 
giunto fino a Liegi nel circolo germanico di Westfalia, 
moltissimi principi e prelati francesi e tedeschi accor- 
sero spontaneamente a presentargli i debiti omaggi, e 
fra gli altri lo stesso re di Germania Lotario III lo 



(1) Otto Frisigensis in Chronic. Uh. 7 cap. 17 apud Murat. 
Scrìp. Rer. Italie, toni. 6. 

(2) S. Bernardus, epist. i3c). 



29. 2 



LIBRO DICIASSETTESIMO 

' visitò, e gli promise di scendere 1' anno seguente ili 

^°P° Italia con quelle truppe che gli sarebbe dato di rac- 

vniio cogliere, onde liberare la chiesa dal nuovo scisma, ed 

*«*• onde ricevere dalle mani del pontefice medesimo il 

serto imperiale: e quella promessa fu con tutta fedeltà 

osservata (i). 

Preso animo papa Innocenzo II per quelle parole 
del re Lotario, tornò in Francia, dove si trattenne al- 
cuni mesi; indi valicate le Alpi venne in Italia, e fer- 
mossi per alcun tratto ora nel T una, ora nell' altra 
città di Lombardia, aspettando la discesa del re Ger- 
g manico. Nella quale occasione quel pontefice onorò an- 

n52. Cora Brescia della sua presenza, e lo fece negli ultimi 
giorni del luglio ii32 (2). Finalmente al declinare di 
settembre dello stesso anno, Lotario discese pei vali- 
chi di Trento, secondo il costume dei sovraui suoi 
antecessori, passò a raccogliere in generale parlamento 
i principi ed i prelati lombardi nelle praterie di Ron- 
caglia sul piacentino, dove ebbe un secondo abbocca- 
melo con Innocenzo II; indi quel papa mosse a Ra- 
venna ed il re in Toscana. Nella primavera dell'anno 
seguente ambedue si avviarono verso Roma, ed unitisi 
a Viterbo procedettero il viaggio insieme. Giunti a 
s. Aguese nelle vicinanze di quella augusta città ac- 



([) Egidius aurea e vallis, Histor. 

(2) Anno Domini 11 32. Papa Innocenlius Brissiam venti, 
così fra gli altri si esprime una Cronaca pubblicata delPab. Carlo 
Doneda, alla quale, avendola a citare altre volte, darò il nome 
di Cronaca di s. Giovanni; perchè quella pergamena apparteneva 
ai canonici regolari di s. Gio. Evangelista di Brescia, ed aveva 
scritto in margine: Iste liber est Ecclesiae s. Joann. de fori s 
Srissie. — E che fosse quel papa in Brescia sul finire del lu- 
glio di quell'anno è attestato ancora dalla data di una sua bolla 
citata da Muratori, Annali, toni. 7 f. 5GG. 



LIBRO DICIASSETTESIMO **3 

colsero le visite del prefetto e di molti grandi romani, 55??! 

che erano usciti a tenere loro incontro ; poi entrati Do P° 

r e* e* 

nella metropoli, il papa prese alloggio uel palazzo la- armò 

teranense , e Lotario colle sue genti sul monte Aven- II33 * 
tino (1)3 e l'antipapa Anacleto intanto, sostenuto da 
un potente partito tenevasi saldo in Vaticano, iu Ca- 
stel s. Angelo ed in altri forti; ne il re Lotario aveva 
un seguito bastante per iscacciaruelo: perlocchè fu co- 
stretto a ricevere da papa Innocenzo la corona impe- 
riale nella basilica laterauense essendo la vaticana oc- 
cupata dall' antipapa. Dopo alcun tempo il papa passò 
a Pisa, dove raccolto un numeroso consiglio; scomu- 
ijicò l'antipapa e molti fra i più distinti suoi aderenti; 
ed il nuovo imperatore tornò in Germania, dove i due 
fratelli di Svevia lo guerreggiavano aucora. Ma essen- 
dosi alla fine dopo la presa di Ulma spiegate in suo 
favore le sorti , Federico e Corrado supplicarono cle- 
menza, si interposero 9. Bernardo e la stessa impera- 
trice, e per loro intercessione la ottennero; e così la 
Germania riebbe la sospirata pace (2). 

§ 11. Lo scisma andava perturbando pur tuttavia AnnG 
la chiesa, ed il legittimo papa, quantunque protetto no/. 
anch' egli da molti suoi fautori in Roma, non poteva 
fidarsi di ospiziarvi, perchè la fazione dell'antipapa era 
preponderante. Dopo celebrato il concilio di Fisa, Inno- 
cenzo tratteunesi per alcun tempo in quella città, dove 
il bresciano Goizone Martiuengo gli diede iu mano An- 
selmo arcivescovo di Milano, e da quella cattedra al- 
lora già deposto; cui esso Martinengo aveva arrestato 



(1) Cardinalis de Aragonia, in Vita Innocentii II apud Mit- 
rar, toni. 3 pari. 1. Ber. Italie. 

(2) Abas Uspergcnsis ; in Chronic. 



**4 LIBRO DICIASSETTESIMO 

- nelle vicinanze di Ferrara, mentre traevasi a Roma* 

Jp°P° onde tentare soccorsi dall'antipapa; il quale arcivescovo 
finì lo stesso mese i suoi giorni in carcere (i). Quel 
pontefice andava continuamente supplicando aiuti dal- 
l' imperatore Lotario; partito da Pisa mosse nuovamente 
in Lombardia, e facilmente lo avrà fatto onde eccitare 

le popolazioni a sostenerlo. Iu quell' occasione egli venne 

Aìino 11 i . n ■ / v • • * 

si 55, * a seconda volta m Brescia (2) vi si trattenne alcun 

tempo; e fu allora eh' egli depose dal seggio episcopale 

il vescovo Villano, lo espulse dalla città, e destinogli 

successore Manfredi; e fu pure in quella occasione che 

i Bresciani accortisi che due consoli amministravano 

male le cose pubbliche, li deposero ambedue, gli esilia- 



(1) Muratori, Annali, toni. 6 f. 568. 

(2) La Cronaca delPOrat. di Brescia all'anno MCXXX1I scri- 
vendo: Innocentuis Papa Brixie venti, et ejecit Villanum , 
ha pel troppo laconismo congiunti due fatti di epoca diversa. 

, E vero che papa Innocenzo II, Panno 110:2 fu in Brescia, e 
questa cosa è confermata ancora dalla Cronaca di s. Giovanni 
e da Jacopo Malvezzi. Disi. 7 cap. 27. Ma non fu in quella 
occasione che quel papa abbia deposto il vescovo Villano, sic- 
come ingannato da quella Cronaca il dottissimo parroco Gio. Bat- 
tista Guadagnini ha scritto nella sua Apologia d'Arnaldo, tom. 1 
t. 16G; e ciò è confermato dall'argomento negativo e dal posi- 
tivo. Dal primo, perchè lo scrittore della Cronaca di s. Giovanni, 
il quale all'anno 11 32 ha rapportata la venuta in Brescia di P. 
Innoc. II non ha accennato, che abbia quello allora deposto 
ed espulso il vescovo di questa città. Dal secondo, perchè 
Malvezzi, che scrisse solo 200 anni circa dopo un tal fatto, dopo 
avere scritto, Distinct. 7 cap. 27 ann. n32 Pont. Innocen- 
tins .... in Brixiensi cwitate nonnullis diebus sedevi ins/iluit; 
al cap. 29 della Disi, medesima, ha soggiunto: ann. 11 55 exli- 
mans populus istius cìvitàtis per Consides lune Rempublicam 
male disponi, in eos insurgens alios creavit. dum edam Inno- 
centius P. P. in e a cwitate resici cr et * Brixiensem episc. no- 
mine F'dlanum ab Episcopaiu ejecit. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 2*5 

rouo, ed alla presenza dello stesso pontefice , a quelli ^"^ 

surrogarono due altri consoli. Ottavio Rossi ha scritto ,,»'? 

.... G.C, 

che i Bresciani abbiano fatto coniare una medaglia ad anno 

onore di quel papa (i); ed il canonico Gagliardi ha * * 
opinato che nella zecca di Brescia si fabbricasse allora 
una moneta, sopra la quale fossero scritte le sigle in- 
dicanti il nome del papa medesimo (2). 

(t) Ottavio Rossi, Storia de' santi Faustino e Giovita, f. 58. 

(2) 11 can. Gagliardi ha fatto avere a Muratori una moneta 
d'argento bresciana, della quale quegli ha dato il disegno e la 
interpretazione nella sua Dissert. 27. Quella moneta aveva da 
un lato le immagini de' santi Faustino e Giovita , l' uno vestito 
da sacerdote, e l'altro da diacono, e scritto nel contorno il nome 
loro} e dall'altra parte vedevasi una croce equilatera, e nel pri- 
mo spazio de' quattro triangoli, che sporgevansi fra le braccia di 
quella croce, leggevasi una /, nel secondo le lettere //, nel terzo 
una P, nel quarto un' altra jP, e da quel lato era nel contorno 
scritto BB JSSIA. 11 can. Gagliardi ha supposto, che quella 
moneta fosse stata coniata dai Bresciani, quando- papa Inno- 
cenzo li era in questa città, e che le sopra esposte sigle abbiano 
a significare: / Innocerdius, II secundus , ed i due P P im- 
pressi separatamente negli altri due spazi angolari Papa. Mu- 
ratori d'altronde, persuaso che Brescia non abbia avuto a quei 
tempi zecca sua propria, ha creduto essere quella moneta di 
epoca più tarda, e per esserne le sigle un po' corrose ha opinato, 
che i due II ^ interpretati da Gagliardi siccome un numero ro- 
mano, fossero le reliquie di una jV, cui fosse rasa dalla ruggine 
la linea obbliqua, che il secondo P fosse un 7?, cui la causa stessa 
avesse tolta la coda; e che per questo fosse segnato in quelle 
lettere il nesso INPR, atto a significare Imperai or che in quei 
secoli seri ve vasi sovente colla N invece della M. L' interpreta- 
zione data da Gagliardi a quella moneta è più semplice, quella 
di Muratori più industriosa. L'abate Carlo Doneda, il quale npn 
aveva veduto che il disegno della enunciata moneta, a f. 1 1 della 
sua opera Zecca di Brescia ha scritto di averne egli un'altra 
umilissima e senza alcuna corrosione, sui quattro angoli della 
quale leggeansi chiaramente le sigle IJNP3L Se la somiglianza è 
perict ta, la quislione è decisa. 

Vol. 111. l5 



nG LIBRO DICIASSETTESIMO 

§ ia. Partito da Brescia quel pontefice, siccome pa« 
Doro ventava a Roma il partito preponderante dell' antipapa,, 
ànno tornò a Pisa, e di là avviò all'augusto Lotario una 
n3o. deputazione, perchè in suo nome lo supplicasse di soc- 
corsi (i). L' imperatore accolse dolcemente que' delegati, 
li regalò generosamente, e li rimandò in Italia con or- 
dine di significare al pontefice, ch'egli fra non molto 
sarebbe disceso a sostenerlo, la quale promessa fedel- 
mente adempì. Lotario seguitato da un potente eser- 
cito, ed accompagnato da molti prelati, principi e ba- 
roni, T>ressQ la mela del settembre dell' anno slesso, su- 
perate le montagne del Tirolo, discese a Verona. Per- 
corse dopo la Lombardia, la Toscana, la Marca, met- 
tendo per ogni luogo a dovere quanti erano di fazione 
contraria, e dovunque porgendo saggi di probità, di 
valore , di clemenza. Entrato in Romagna e scon- 
trato a Viterbo da papa Innocenzo, lo accolse ospital- 
mente, passò poscia nello stato di INapoli a ribattere le 
. audacie di Roggeri re di Sicilia e di altri potenti, indi 

1107. nel settembre ii3y mosse a Roma, dove collocò papa 
Innocenzo nel sacro suo seggio, umiliò, ma non depresse 
l'antipapa, perchè erano troppi i potenti che lo pro- 
teggevano; riprese poscia le vie per Germania, e luugo 
quel viaggio, mentre andava trapassando i valichi del 
Tirolo, colto da naturale malattia, sul cominciar di 
dicembre in una silvestre capanna morì. 

§ i3. La maggior parte dei sacerdoti bresciani allora, 
imitando le male costumanze di quelli di altre pro- 
vince, ad onta delle costituzioni pontificie e dei ca- 
noni di più consigli, vivevano una vita rilassatissima; 



(1) Falco Beneventani**, iti CI ironie. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 227 

poiché quelli o si ammogliavano siccome fossero secolari, S — — ' 
o senza alcun ribrezzo tenevansi pubblicamente la con- ~!°P° 
cubina. Il uuovo vescovo di Brescia Manfredi non sapeva anno 
compatire un tauto disordiue; ma perchè si accorgeva ll0 7* 
che quel vizio era impigliato a radici profondissime, 
e che non era possibile lo stoglierlo senza il soccorso 
del braccio secolare, supplicò per tale impresa la pro- 
tezione del magistrato, il quale promise di sostenerlo 
qualunque volta ne avesse abbisognato. 

Fidato il vescovo Manfredi a quella promessa nell' ago- 
sto 11 3*7 radunò in Brescia in consiglio diocesano la 
maggior parte del suo clero, dove dietro il voto in- 
genuo finto dei raduuati, pubblicò vari decreti, e 
fra gli altri uno, pel quale era vietato ai preti di 
ammogliarsi o di tenersi la concubina. Si pubblicaro- 
no qne' canoni diocesaui, ma i sacerdoti accostumati 
alle incontinenze, e che già avevano incallito il cuore 
per non sentire rimorsi, ed abbronzita la fronte per 
essere insensibili ai pungoli della vergogna, all'udir 
od al leggere que' decreti scuotevansi francamente le 
spalle, e come fossero maiali continuavano a diguazzar 
nelle fogne; della qual cosa stomacato il vescovo Man- 
fredi, l'anno seguente domandò il soccorso del braccio 
secolare. 

Fino da quando il vescovo Villano era stato espulso Anno 
da questa citta, avevasi lasciata addietro una tazione 
di aderenti, la quale tenevasi celala, e stava sospiran- 
do un' occasione propizia di poterla rompere contro il 
vescovo Manfredi. Quindi avvenne, che appena quel ve- 
scovo aiutato dal braccio secolare cominciò ad usare mano 
forte contro un qualche ecclesiastico incontinente, e ne fece 
arrestare alcuuo, gli altri che erano sozzi della mede- 
sima fuligiue, e che vedevansi pendente eguale castigo, 



aa8 LIBRO DICIASSETTESIMO 

predicarono al popolo che il vescovo ed i consoli ten» 

J; r° tavano di opprimere la libertà pubblica, dominare per- 
anno fino le altrui coscienze, ed erigersi tiranni della città. 
ìioò. Il popolo, che era della libertà pubblica gelosissimo, si 
allarmò, si sommosse. I partitanti del vescovo Villano, 
colta l'occasione di que' tumulti, si unirono sollevati, e 
minacciando di mandar tutto a ferro ed a fuoco, scac- 
ciarono dalla città il vescovo Manfredi e molti di quelli 
che il sostenevano. Quel vescovo si ritirò in Yaltrom- 
pia ;, dove fu per lunghi mesi ricoverato da Ambrogio 
parroco di Gardone (i). 

Quel tumulto cittadino non andò esente di stragi e 
di incendi ; perchè le antiche cronache ne rapportano, 
essere succeduto in quell'anno stesso un fatto d' arme 
ne 5 dintorni di Brescia, detto la guerra del fossato: 
fatto d' arme, che per essere dal cronista ricordato eoa 
troppo laconismo, non mi è dato a poterlo descrivere 
ne ad indicar pure il luogo ove si attaccò; e quelle 
cronache ne ricordauo ancora un incendio dato Y an- 
no ii 38 a Torrelunga (a): fatti che è probabilissimo 
il congetturare, essere stati le lagrimevoli conseguenze 
di quella funesta sollevazione de' cittadini. 



(i) Biemmi, Stor. mss. delle Valli Trompia e Sabìa racconta 
questo fatto appoggiato ad una antica pergamena che era presso 
di lui; quella pergamena ora è perduta: io Pho ricavato da un 
estratto della citata Storia mss. di Biemmi fatto da Zamboni, 
eh' io conservo nella sua Col. A f. 3. 

(i) Nella Cronaca dell'Oratorio all'anno MCXXXV1II leggesi: 
Turris longa exarsit . et bellum j'uit fossati. L' incendio di 
Torre lunga è rapportato ancora da Caprioli, lib. 5, e ne ac- 
cagiona il re Corrado Ili; ma in ciò non devesi ascoltare dietro 
le ragioni giudiziosamente prodotte dall'abate Carlo Doneda alla 
nota f detta citata cronaca. 



LIBRO DICIASSETTESIMO a* 9 

Il ramingo vescovo di Brescia Manfredi dopo di avere! 



ospiziato circa due mesi presso ad Ambrogio parroco D°P° 
di Gardoue, passò in Valsahia, dove fu alloggiato da ann o 
Tostando parroco di \ estone. Sii abitanti di quelle u3& 
due valli commiscrando le vicende di quel prelato, ca- 
gionate da genti scostumate, pervicaci, sediziose, pre- 
sero partito di proteggerlo colla forza, ed impugnate 
le armi gli si presentarono a torme, domandandogli il 
permesso di scendere a Brescia a procurargli le umi- 
liazioni de' suoi nemici. Il buon vescovo considerando 
che sì gli uni che gli altri erano tutti aguelle del 
medesimo suo gregge, versando caldissime lagrime da- 
gli occhi, gli scougiurò di temperare gli sdegni, di 
rimettersi alle disposizioni del cielo, e dopo di avere 
dato loro speranza, che per mezzo di un onorato ac- 
comodamento egli avrebbe fra non molto ricuperata la 
propria sede, li ringraziò delle franche intenzioni che 
avevano dimostrate in suo favore, e li pregò di tornare 
tranquilli alle proprie case. 

Il sommo pontefice Innocenzo II aveva avuto notizie 
di que' rumori, e siccome era amicissimo di Goisone 
Martinengo , è facilissimo che o da lui od immediata-" 
mente dal vescovo Manfredi stesso ne abbia ricevato 
gli avvisi; e perciò quel pontefice spedì a Brescia Oberto 
cardinale di santa Maria in via lata, perchè avesse ad 
adoperarsi per tranquillarli. Era quel cardinale un pre- 
lato di fino accorgimento e di molta saggezza, e seppe 
destreggiar queir affare di così bella maniera, che in- 
dusse i sediziosi, i quali per altra parte erano anco/a 
spauriti non poco dalle minacce dei Valleriaui, ad in- 
viare uua deputazione in Yalsabia, della quale deputa- 
zione era capo Goisone Martinengo , a supplicare per- 
dono dal vescovo Manfredi ed a pregarlo di ritornare 



2 3o LIBRO DICIASSETTESIMO 

— —™? alla sacra sua sede. Manfredi accolse lietamente le do^ 
Do P° mande da que' messaggeri prodotte, tornò con loro so- 
arìno lennemente in Brescia, dove riassunse il governo della, 
n38. sua diocesi (i). 

§ 1 4f Raccontano i patri cronisti (2), che in quei 
frattempi sia stato dissipato da un incendio il regio 
monastero de' Benedettini di Leno; ed è assai probabile 
che a quel disastro sia andata soggetta ancora quella 
magnifica chiesa, siccome è certo che dieci anni di poi 
fu d'uopo consecrarla nuovamente, il che non si sarebbe 
operato, se negli anni precedenti non fosse stata quella 
chiesa rifabbricata od almeno per gran parte ^istau- 
rata (3). Non può dirsi con sicurezza, se quell'incendio 
fosse stato cagionato da un semplice accidente o da 
mano ostile, perchè non alcuno scrittore antico ne emette 
parola. E però indubitato che chi ha o con V uno o 
con l'altro contese, deve sempre paventare dall'uno 
o dall' altro affronti. Tebaldo, che era allora abate di 
quel monastero, era un uomo contenzioso anzi che no, 
ed a que' tempi aveva un contrasto vivissimo colla fa- 
miglia Poncarali per lo scavamento di una fossa: con- 
trasto tale che quell'abate spedì le soldatesche ch'egli 
aveva ne' suoi quartieri di Leno e di Gotlolengo, ca- 
pitanale da Ugo Daponte, a difendere in quell'occasione 
i suoi lavoratori (4)» 



(1) Biemmi dietro la pergamena cit. Col. Zamboni A. f. l\ e 5. 

(2) Chronic. di s. Gio. Cenobium Leonis est combustimi. — 
Malvet. Disi, 7 cap. Si. Cenobium Leonis funditus ignis 
diruti. 

(3) Della nuova consecrazione di quella chiesa si parlerà a 
suo luogo. 

(4) Ciò rilevasi da un antico chirografo di un certo Menco- 
ne, che, siccome rapporta Zaccheria, Op. cit. f. 28, era nel 



LIBRO DICIASSETTESIMO s3ì 

Intanto dopo la morte dell' imperatore Lotario, pei' 



voti della dieta, era stato promosso al trono Corrado x°8,° 
di Svevia, quello stesso che altre volle aveva cinta per anno 
breve tempo la corona (T Italia. E la chiesa per la morte IID °- 
dell'antipapa Anacleto li e per la spontanea rinunzia 
dell'altro antipapa, che a quello era succeduto col no- 
me di Vittore IV aveva veduto sciogliersi finalmente 
lo scisma e radunarsi i cristiani sotto al governo del- 
l' unico vero pontefice Innocenzo IL 

§ i5. 11 vescovo di Brescia Manfredi, secondo alcuni 
ne raccontano, era della illustre famiglia de' Luzzaghi 
conti di Roccagliana (i), la qual cosa non è bastante- 
mente documentata; è però certo ch'egli era un pre- 
lato zelantissimo deli' ecclesiastica disciplina. Egli fece 
restaurare in Brescia la chiesa di s. Faustino maggiore; 
istituì in Manerbio un monastero di vergini , che era 
detto di santa Maria della Pace; per l'aito suo con- 
cetto fu onorato di una lettera dello stesso s. Bernardo 
e dell'ospizio di due sommi pontefici, cioè d'Innocen- 
zo II e di Eugenio III, cose tutte che hanno raccoman- 
dato alla posterità vantaggiosamente il suo nome. ISon 
potè però egli evitare ogni taccia, e Io fu più per i 
difetti del suo secolo, che non per quelli del suo animo. 
Manfredi ebbe la disgrazia di essere vescovo di Brescia, 
quando il governo repubblicano di questa città era an- 
cora di fresca istituzione; cioè quando i nostri vescovi 

lib. 14 dell'archiv. de' Benedettini di Leno, del qual chirograio 
ecco alcune linee trascritte dal medesimo: Dominum ab. Tea- 
daldum duxisse milites Gottonengi, et Abacie ad quemdam 
Jbssalum edijicandum , et tunc Ugonem Deponte ivisse tura 
illis militibus saprà equum cum armis, et hoc ferisse propter 
dìscordiam , quam Dominus Abas habebat inde cum dominis 
de Pontecarale. 
(i) Gradouicus, Brix. Sacra pag. ao3. 



?3* LIBRO DICIASSETTESIMO 

ggggg nou sapevano per anco dimenticare; che i prossimi a n* 

^ U P° tecessori loro avevano nou solo amministrata la primaria 
G. C. . . . . . 

anno autorità ecclesiastica della provincia, ma per commis- 

Ii38. sione dei sovrani avevano primeggiato ancora nel go- 
veruo temporale della medesima; i due ultimi suoi pre- 
decessori Arimanno e Villano avevano dati segni non 
equivoci di tali secolaresche ambizioni, e quelle anzi 
furono la causa principale, perchè andassero ad essere 
ambedue formalmente deposti (i). L'ambizione è uà 
tifo che corrompe sovente gli animi ancora i più belli. 
Dopo la sofferta emigrazione tornato Manfredi in Bre- 
scia, lieto della spontanea umiliazione de' suoi avver- 
sari , cominciò ad ambire il dominio secolare della 
città. Fatto accorto che la riforma del clero era cosa 
difficilissima, siccome la corruttela aveva preso piede da 
troppo lunga stagione, essendo da circa ottantacinque 
anni i vescovi di Brescia stati tutti o scomunicati, per- 
chè fautori dello scisma che allora dilaniava la chiesa, 
e quelli furono Odorico U, Conone, Giovanni ed Ober- 
to (2), dati pienamente ad idee secolaresche, che fu- 
rono Arimanno e Villano, uè per questo eransi mai data 
la pena d' invigilare Y ecclesiastica disciplina, esso Man- 
fredi ancora^ abbandonati alla propria coscienza i sa- 



(1) Biemmi, Sfar, di Br. ioni. 5 mss. aggiugne alla causa che io 
ho esposta ancora i maneggi secreti dei vescovi loro coadiutori} e 
dopo aver detto che Yillano, quando era coadiutore di Arimanno, 
aveva procurato da Pasquale II la deposizione di lui, onde succe- 
dergli nella cattedra, e che lo stesso aveva poscia adoperato Man- 
fredi presso Innocenzo li contro Villano, ha soggiunto: si può 
ben credere, che ciò bastantemente insegnasse ai vescovi che 
seguirono di non più tenersi di così fatta coadiutorìa , perchè 
da qui innanzi non veggonsi più nominati questi vescovi 
coadiutori. 

(1) Gradonicus, Brixia Sacra, pag. 177 et sequcntibus. 



LIBRO DICIASSETTESIMO *33 

cerJoti dissoluti^ siccome incorreggibili, incominciò a — "= 
corteggiare i potenti e gli ecclesiastici più doviziosi, e R^BT 
fattosi di quelli un partito, andava tentando secreta- arMIO 
mente il dominio temporale della provincia. Il popolo **o8. 
che era gelosissimo della libertà repubblicana, s' inso- 
spettì di quelle occulte trame, e procurò difendersene 
promovendo al consolato supremo Fiiboldo e Persico, i 
quali erano due ardentissimi repubblicisti ed ansiosi 
della riforma del clero. 

Qui conviene osservare che il magistrato consolare 
delle città lombarde aveva da qualche anno incornili^ 
ciato a dirigersi dietro un nuovo regolamento (ì); quel 
magistrato era stato distinto in due ordini. I consoli 
dell' ordine primo vegliavano il governo politico e ci- 
vile , e dicevansi consoli primari; quelli del secondo 
sorvegliavano la giustizia, giudicavano le cause pri- 
vate dei cittadini, e si dicevano consoli del placito, 
E qui conviene osservare ancora, che per un editto del 
re Lotario era stato da alcuni anni vietalo V uso delle 
leggi longobarde e saliche (2), le quali fino allora erano 
state praticate da un grandissimo numero di italiche 
famiglie, ed avevano addotta un' altissima confusione 
nei giudicati; e perciò essendo stato costretto chiunque 
ad uniformarsi alla legislazione romana, i consoli del 
placito, cioè quelli della giustizia, avranno avuto una 
assai maggiore facilità ad appoggiare i motivi delle 
sentenze. 

§ 16. Cominciarono allora a svilupparsi apertamente 
que' pattiti, che già da tempo covavano sotto la cenere. 



(1) Muratori, Antiquit. Italie. Dissert. fò. 

(2) Sigonius, de Regno Italico , Uh. n, — Yerci, Slor. della 
Marca Trwig. toni. 1 f. 47* 



2 34 LIBRO DICIASSETTESIMO 

- - Il vescovo Manfredi dopo aver fatto coaoscere ai nobili 

J; £ o tanto ecclesiastici che secolari, che il vescovato era una 
anno dignità appartenente alta sola nobiltà, e che se a quello 
jioò. s j avesse ac j aggiugnere ancora la suprema autorità 
temporale, trapassando gli anni ogni famiglia nobile 
avrebbe potuto facilmente essere illustrata non solamente 
dalla patria mitra episcopale, ma dalla canna ancora 
del principato. Seppe aggiugnere, che essendo nobiU 
il vescovo e principe della provincia, ad esclusione di 
ogni plebeo, avrebbe naturai mente graziati i nobili 
Della distribuzione degli impieghi ecclesiastici e secolari. 
Il popolo frattanto raccomandava ai consoli la difesa 
della piena indipendenza repubblicana e la riforma del 
clero, e da que' dissidi , siccome ha saggiamente osser- 
vato il dotto parroco di Cividate Giambattista Guada- 
gnini (i), derivarono i lunghi e funestissimi contrasti : 
fra la nobiltà ed il popolo, contrasti dai quali venne . 
poscia altamente perturbata la misera provincia. 

Mentre agitavansi que' dissidi, tornò di Francia a 
Brescia sua patria uno de' più grandi uomini* di quel 
secolo, il tanto per uua parte commendato e tanto per 
l'altra abborrilo e percosso Arnaldo, e siccome quello j 
parteggiò fortemente in quelle contese, è bene che ab- j 
bia a trattenermi alcun poco scrivendo di lui. 

§ iy f Arnaldo nacque in Brescia verso l'anno iio5; 
anzi non può dirsi se proprio in Brescia od in alcun 
paese del contado bresciano. La sua famiglia non era 
sicuramente di tenui facoltà, perchè dopo ch'ebbe Ar- 
naldo percorsi gli studi in patria, dove ancor giova- 
netto aveva assunta la carriera ecclesiastica, fu dai ge- 



(i) Guadagnini, Vita di Arnaldo ^f. 3i. 



LIBRO DICIASSETTESIMO ^35 

nitori spedito iu Francia a frequentare la scuola del - 
celeberrimo Pietro Abailrrdo, il quale per la fama delle ^ ?? 
profonde dottrine traevasi dintorno il fiore della gio- anno 
ventù di più nazioni. Arnaldo ivi ebbe condiscepoli llJ ' 
chiarissimi, e fra gli altri Guido de' conti da Castello 
fiorentino, che si unì seco coi vincoli di verace amici- 
zia, e fu poscia eletto cardinale, ed indi papa, col nome 
di Celestino II. 

L'ecclesiastico giovine bresciano, e per la sobrietà 
della vita e per la forza dell' ingegno e per l'assiduità 
agli studi gloriosamente fra quegli alunni si distinse; 
e corate lasciò scritto il vescovo di Bamberga Guntèro, 
che era allora vivente, Arnaldo protrasse in Francia 
gli studi lungo tempo (i). Menava egli una vita così 
castigata, che secondo s. Bernardo, pareva che non 
mangiasse ne bevesse, ed era la sua conversazione 
dolce siccome il mele, e la sua mente candida come 
quella di una colomba (2). Abailardo non leggeva già 
allora da alcuna cattedra di Parigi di 3101111' altra 
città della Francia, ma erasi ritirato dai rumori in un 
luogo campestre ed ameno del contado di Troyes, dove 
avevasi fatla erigere una baracca ed un oratorio, ed i 
suoi alunni avevansi ivi eglino ancora costrutti casolari, 
e menavano una vita somiglievole a quella del prò* 
fessore (3), 



(1) Gruncterus ha scritto di Arnaldo: Tenui nutrwit Gallia 
sumptit, edocuitque dia. 

(2) S. Bernardo, epist. 195 n. 1 ha scritto di Arnaldo-, si 
vultis scire homo est ncque manducans , neque bibens^ e lo 
stesso dfflepist. 196: cujus conversalo mei*.,, cui caput columbae, 

(3) Natalis Alexandre, Dissert, 7, in Sec. 11 et 13, artic. 4» 
Jlistor, Eccles. 



*3S LIBRO DICIASSETTESIMO 

Compito finalmente Arnaldo in Francia il corso de- 

Dopo g|i studi suoi, ridondante di virtù e di dottrine , sot- 
ti, c. °, .... 
anno tilissimo di raziocini, grazioso ed energico di favella, e 

rloo- cosi umile di tratti, che per usare le espressioni di 

s. Bernardo, sembrava la figura della pietà (i), tornò 

in patria, e si fece monaco, ma non mi è dato a poter 

dire in quale dei monasteri bresciani abbia egli cinto 

la cocolla; è però conveniente il credere, che essendo 

egli di quel regolatissimo carattere, uè avrà scelto uno, 

nel quale non fosse per mala ventura raffreddata la 

pietà nò corrotta la disciplina; e ciò primo pe' suoi 

principii, e secondo onde non avere ad imitazione di 

Pietro Abailardo suo «naestro a cambiare di celia, 

siccome quello aveva fatto, emigrando pei trambusti 

dal monastero di saint Denys a quello di Ruys, e 

dal secondo alla foresta di Troyes. Certo è però che 

egli continuò 1' originale sua castigatezza di vivere, 

perchè, siccome è chiaro dalle epistole di s. Bernardo, 



era egli 



« Nel mezzo del cainmin di nostra vita, 

quando e per la sobrietà del vivere e per la candi- 
dezza dell' animo e dello spirito era oltre ogni ma- 
niera commendabile (2). 

Che poteva mai fare in quelle tristissime circostanze 
di Brescia un uomo, qual era Arnaldo, caldo dall'amore 
di Dio, zelantissimo delia sua onoranza, rigido osser- 
vatore de' suoi precetti, ansioso della costumatezza di 



(1) S. Bernard, epist. io,5 ha dipinto Arnaldo siccome uno 
ìiabens Jor/nam pietalìs. 

(a) 3. Bernard, epist iq5 et 196. 



LIBRO DICIASSETTESIMO :>3 7 

chiunque, e singolarmente di quelli che avevano bevute " w ****"'" 
conesso lui le prime aure della vita? Che poteva mai D°P° 
fare un xiomo 3 cui balzavano agli occhi i traviamenti armo 
de'suoi coetanei, e che vergognava di appartenere alla 1*^8. 
classe di quegli scostumati? Un uomo che rabbrividiva al 
vedere contaminato l'onore dell'Altissimo, e quello in- 
sieme non solo, ma anzi per mezzo de' suoi ministri? 
Che poteva mai fare un uomo che aveva sortito dalla 
natura una tempera adatta a sentir vivamente, ed uà 
animo bastante ad esporre la vita per la gloria di 
Dio e per la nitidezza del suo culto? Che poteva mai 
fare Arnaldo? Quello che farebbe o dovrebbe fare al- 
l' occasione chiunque ama Iddio per sentimento, e ne 
sospira ardentemente Y onore. 

Appena fra i recessi del suo chiostro ebbe egli l'av- 
viso dei trambusti che cominciavano ad agitarsi per 
la città, perchè la fazione dei nobili e degli ecclesia- 
stici tentava d' investire il vescovo della suprema au- 
torità temporale, e la fazione dei consoli e della più 
parte del popolo studiavasi di sostenere l'indipendenza 
repubblicana, egli presentossi ai consoli Riboldo e 
Persico, e li confortò a sostenere con fermezza le parti 
del popolo, a consigliare il vescovo Manfredi a dimet- 
tere l'ansia del principato ed a pensare invece a porre 
rimedio ai disordini del suo clero. Que'due consoli, che 
sapevano quanto fosse quel monaco accreditato ed elo- 
quente, lo pregarono ad arringare que' sentimenti al 
popolo (i), assicurandolo che essi lo avrebbono sostenuto 
e difeso. Secondò Arnaldo i loro impulsi, e salito Tua 
dietro all'altro i sacri pergami predicava caldamente- il 



(1) Guadagnine Vita d'Arnaldo f. 33. 



*38 LIBRO DICIASSETTESIMO 

— ^ Duàa ^ ìsa debito rispetto alle costituzioni governative, e volgendo 
Dopo assai di sovente il discorso agli ecclesiastici, gli ecci- 
aòtio tava a p restare ubbidienza ai canoni della chiesa, e 
i{58. ad imitare la condotta degli apostoli, dei discepoli 
e dei sacerdoti dei primi secoli. La vivacità de' suoi 
talenti, là purezza delle sue dottrine, la forza della 
sua eloquenza, e molto più il credito che erasi egli 
acquistato per la castigatezza de' suoi costumi, trae- 
vano iunumerevoli persone ad ascoltarlo > le quali par- 
tiva usi convinte dai suoi raziocini; ed il partito del 
vescovo Manfredi era già già per soccombere, se uà 
altro veuto non usciva a volgere le bandiere per al- 
tro lato. 

Papa Innocenzo II nella primavera del 1 1 38 con- 
vocò in Roma il secondo consiglio generale di Late- 
rauo, al quale intervennero circa mille fra arcivescovi, 
vescovi ed abati (i). I! vescovo di Brescia Manfredi, 
accompagnato dagli abati de' monasteri più distinti 
della provincia, e congiurata con quelli la perdita di 
Arnaldo, mosse per quella convocazione a Roma, dove 
presentò al pontefice una denunzia contro quel monaco, 
nella quale non accusavate) già di eresia, cioè di sen- 
timenti contrari ai dettami della chiesa sostenuti con 
improba pertinacia, ma lo denunziava solamente sic- 
come incitatore di sedizioni e provocatore in Brescia 
di uno scisma, cioè di una diversità di sentimenti 
non rapporto alla santa fede, ma solo quanto ai rego- 
lamenti disciplinari della chiesa (2). 

(1) Fleury, Sfor. Eccl. lib. 68 cap. 54- 

(2) D. Augustinus, contra Gresconìum, lib. 1 cap. io scrisse 
chiaramente: Schi smalico s non fides diversa Jacit ^ sed comu- 
nionis disrupta societas. — « E lo stesso, contra Fausfum lib. 20 
cap, 3. Schisma est eadem opinanfem, et. eodem ritu colentem 
quo ceteri, solo congregati onis delectari dissidio. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 23 9 

Alcuni moderni scrittori, bevendo fiduciari a mente — "- — — 
l'errore uno dall'altro, rapportano che Arnaldo in Dopo 
quel consiglio fu condannato di eresia (1). Salva sem- anno 
pre la debita onoranza di mie' dottissimi, amerei che I1 ^9- 
si avesse ad osservare, che negli atti di quel consiglio, 
i quali si leggono interi nella grande Raccolta Labbeia- 
na, non si emette pure la menoma parola di Arnaldo; 
e che il canone 33 di quel consiglio, dal quale essi 
lo dicono condannato, è volto pienamente contro alle 
eresie dei Catari, dei Petrobusiani e di altre sette di 
Manichei, che intestavano a que' tempi la purezza del- 
l' ecclesiastica dottrina (2). 

Che il monaco Arnaldo non sia stato compreso nel 

numero dei condannati da quel sacro canone, ne lo 

dimostrano le seguenti ragioni. Primo quel canone non 

condanna solamente i sopraddetti siccome eretici, ma 

* diffonde le medesime censure ancora sopra di quelli 



(1) Labbe, tom. io Con e ili or um, parlando del secondo Con^ 
ciglio lateranense erroneamente ha scritto, che in quello dam- 
nantur heretici, et Inter ceteros Arnaldus de Brixia. — Die- 
tro a lui Mabillon, nella Cronologia Bernardina aìV anno 1109, 
e nella nota B ali 9 epist. ifó di s. Bernardo. — Natale Ales- 
sandri , Dissert. 6, in Sec. 11 et 12. — Fleury, Stor. Eccl. 
Uh. 68 cap. 55. — E molti altri, che ometto per brevità, hanno 
ripetuto lo stesso errore. 

(2) Chiunque abbia qualche intelligenza dei principii teologici, 
e dello spirito delle costituzioni canoniche, può persuadersi del- 
l'esposto leggendo il canone 55 di quel Consilio, che fedelmente 
trascrivo: Eos autem qui religiositatis speciem simulantes , 
Dominici Corporìs et Sanguinis Sacramentimi , Baptisma pue- 
rorum^ Sacerdotium, et ceteros ecclesiaslicos ordìnes, et legit- 
tima damnant fo edera nuptiarum, tanquam hereticos ab Ec- 
clesia Dei pellimus et damnamus , et per potestates exteras 
coerceri praecipimiis : defenscres quoque ipsorum ejusdem dam- 
nationis vinculis innodamus* 



*4* LiBRO DICIASSETTESIMO 

a che gli accolgono, die li proteggono, defensores quo- 

,P° que ìpsoìiim efusdem dannationìs vinculìs innoda* 
«Duo mus. Il cardinale Guido da Castello, iuformatissimo 
1JJ 9- dello spirito di quel consiglio, essendone stato uno dei 
padri, ed avendolo sottoscritto di proprio pugno, non 
ha avuto poscia ribrezzo uè scrupolo alcuno ad acco- 
gliere Arnaldo in casa sua propria, siccome lo assicura 
lo stesso s. Bernardo allora vivente (i), cosa che avrebbe 
assoggettato quel cardinale alle medesime censure; né 
dopo la chiesa si sarebbe fidata di lui in elevarlo al 
seggio apostolico che quel cardinale ha occupato, di- 
stinto col nome di Celestino II. 

Secondo, perchè s. Bernardo che reggeva allora il 
monastero di Chiaravalle, e che era uno de' più dichia- 
rati avversari di Arnaldo, siccome è chiaro dalle sue 
lettere indirizzate al cardinale Guido da Castello ed al 
vescovo di Costanza, non solo egli non ha scritto che 
Arnaldo fu condannato siccome eretico da quel consi- 
glio, ma a quel consiglio non lo dice pure denunziato, 
riè come reo di eresia ne come reo di scisma, ma ac- 
cusato solamente al papa, siccome semplicemente scisma- 
tico (2). Come dunque poteva il secondo consiglio la- 
teraneuse condannare Arnaldo di eresia di scisma, 
se a cjuel sacro congresso non era stata presentata de- 
nunzia alcuna contro d'Arnaldo? Quel sacro consiglio 
rappresentava il supremo tribunale della chiesa, e mi 
parrebbe di mancare della debita riverenza ad un così 
augusto congresso, se avessi solo a sospettare, che ab- 
bia quello emanata contro Arnaldo una sentenza di 



(1) S. Bernardus, epist. 196 ad Guidonern Legatura. 

(2) Idem, ibidem ha scritto essere slato Arnaldo accusato apud 
JJominum Papam schisami e. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 2.(1 

tanto rilievo, senza avere preventivamente avute de* f*-* B! 
niinzie contro di lui, senza averne verificate le accuse ;, '\° 

(jr. C. 

con legale processo, senza averlo chiamalo alle discolpe auuo 
e per le produzioni di quelle ricevuto ed ascoltalo. I I1J 9* 
tribunali della chiesa non sono quegli istituiti al Mes- 
sico da Francesco Pizzaro, non quelli eretti a Laor, ad 
Agra od a Delhi dal mongollo Oranzebbe. Il primo 
concilio generale della chiesa, che fu quello di Nicea, 
innanzi di segnare alcun canone contro all' eresiarca 
Ario, lo chiamò alle difese, ed in dolci maniere lo 
ascoltò. Il secondo ecumenico, che fu il primo di Co- 
stantinopoli, usò lo stesso con Macedonio ; il terzo che 
fu T efesino, lo usò con Nestorio; e per non tutti di- 
scorrerli, T ultimo degli ecumenici, quello di Trento, 
prima di emettere sentenza alcuna, chiamò dolcemente 
alle discolpe Zuinglio, Calvino, Lutero e molti altri 
sospetti di somigiievoli eresie. Imitando le costumanze 
della chiesa, è forse alcun dubbio che non avrebbe 
usato lo stesso il secondo consiglio di Luterano col mo- 
naco bresciano Arnaldo? Eh! quel sacro congresso uoa 
ha istituito processo alcuno contro quel monaco, per- 
chè non ha di quello avute accuse; non lo ha chia- 
mato alle discolpe, perchè non processato; non ha 
emessa contro di lui sentenza alcuna, perchè non giu- 
dicato. 

Il vescovo di Brescia Manfredi rattrappossi al non pur 
essere stata prodotta dal pontefice al consiglio la de- 
nunzia che egli aveva a lui presentata contro di Ar- 
naldo, ed onde non tornare alla sua diocesi colle trombe 
nel sacco, ridomandò al santo padre alcuua provvidenza 
alla querela, eh' egli aveva contro quel monaco presen- 
tata. E poiché Arnaldo nou predicava solamente contro 
al lusso, alle mollezze, alle incontinenze, ai maritaggi 
Yol. III. 16 



2<fj LIBRO DICIASSETTESIMO 

SS degli ecclesiastici de' suoi tempi (i), ma impugnando 



Dopo l'autorità temporale del clero 5 sosteneva il partito dei 
anno repubblicisti o quello de'regalisti, la qual cosa era pie- 
M.59. riamente opposta alle intenzioni dei curialisti romani. li 
pontefice Innocenzo secondando i nuovi incitamenti del 
vescovo di Brescia Manfredi, non condannò Arnaldo sic- 
come reo di alcuno scisma d' eresia, ma lo sospese 
semplicemente dalla facoltà di predicare, ed onde ap- 
pagare di qualche maniera i desideri di quel vescovo, 
gli consegnò semplicemente un ordine da intimarsi ad 
Arnaldo, pel quale gli proibiva di non più arringare 
in pubblico e molto meno dai sacri pergami (2). 

§ 18. Tornalo il vescovo Manfredi a Brescia, e ra- 
dunati siccome è probabile, i nobili, gli ecclesiastici e 
quanti erano del suo partito, esagerò loro l'orrore, onde 
era stata sentila a Roma la dottrina d'Arnaldo (3), stu- 
diossi di mostrarla analoga a quella dei Petrobuziani 
e dei Catturi, condannala dal canone XXXIII dell' ap- 
pena celebrato consiglio, mostrò loro V intimazione di 
non più predicare al popolo, che il santo padre gli 
aveva raccomandata, ed ordinò che in tutte le chiese 
della diocesi fosse proclamato Arnaldo siccome eretico, 



(1) Giinteró, nell'opera, De Rebus Gestis Jmp. Caesarìs 
Frulaici 1 Augusti, così cantò di Arnaldo : 
m Non ad Juxuriam sive oblectamina carni s 
r Concedens, mollesc/ue cibos, cultusque nitorem, 
^ Illicìtosque thoros , lascwaque gaudia cleri, 
:-> Pontìfì cum fas tu s ) Abhatum denìque laxos 
•n Damnabat pemtus mores, monachosque superbos »« 
(1) Otto Frisigensis, nella sua opera, De Gestis Friderici , 
Kb. 1 cap. 28 lasciò scritto: Romanus ergo Ponti fex .... impo- 
nendum viro, cioè ad Arnaldo 5 silentium decermi, sic que fa- 
ctum est. 

(5) Guadagnali. Vita d* Arnaldo., f. ^6. 



i 



LIBRO DICIASSETTESIMO M3 

od almeno prossimo all'eresia, e che si eccitassero i ■' —il 
fedeli a liberarsi di quel monaco pericoloso, scacciali- Dopo 
dolo insieme co' suoi fautori dalla città. Il popolo or- anl] ò 
diariamente incolto, credulo, volubile, e per gelosia di I, ^9* 
religione soventi volte ancora fanatico, all' udire per 
ogni chiesa il parroco, il curato, uu prete, un monaco 
proclamare Arnaldo eretico, dirlo un altro Pietro de 
Bruis, un altro Valdo, un altro primogenito del dia- 
volo: all' udire V ordine del sommo pontefice che gli 
intimava di non più predicare al popolo, pauroso di 
essere ingaunato dalle sue dottrine, per la maggior 
parte lo abbandonò; e per quella maniera fatta più po- 
tente la fazione del vescovo Manfredi, dei nobili e del 
clero dovizioso, prese le armi, scacciò dalla città il 
monaco Arnaldo, e conesso lui i due consoli Ripoldo 
e Persico (l), unitamente ai più distinti loro aderenti, 
tacciandoli tutti d' ipocrisia e d' eresia. 

Quantunque la fazione del vescovo Manfredi fosse 
ascesa a tant' auge sopra 1' opposta, non può affermarsi 
che abbia quello potuto sommettere la libertà repub- 
blicana de'Bresciani, ed erigersi principe della provincia. 



(i) I Bresciani l'anno n35 hanno espulso dalla città due con- 
soli, de'quali non si ricorda il nome, perchè male amministra- 
vano le cose pubbliche,, e quattro anni dopo ne scacciarono altri 
due detti Ripoldo e Persico. Oue'due fatti somiglievoli e vicini 
hanno ingarbugliato la più parte de' patri cromisti. Cosicché la 
cronaca di san Giovanni non parla che dell' espulsione data ai 
consoli l'anno ij35, quella dell'Oratorio le affastella tij.tte e 
due in una sola, e la racconta all'anno n38. Elia Caprioli non 
parla che della seconda ( Stor. Br. lib. 5), e seguitando i soliti 
suoi anacronismi, la protrae all'anno i ifó. 11 solo dottor Mal- 
vezzi le distingue ambedue con precisione, e scrive della prima 
al cap. 3o e della seconda al 34, della Distili. 7. 



a44 L lBRO DICIASSETTESIMO 

^~ --; . -- , : . j È vero, siccome Io ha confessato ancora Muratori (i), 
w°C? clic ora si entra in tempi, ne' quali resta quasi affatto 
anno al buio la storia d' Italia; non voglio però perdermi 
1,:) 9* d'animo, vuo' tastare co' piedi il suolo, e distese fra 
le caligini sospettose le braccia, procedendo a tentone 
quanto mi può essere dato eli farlo, mi sembra di non 
opinare inconsideratamente , dicendo che il vescovo 
Manfredi, ad onta della ottenuta espulsione del monaco 
Arnaldo, dei consoli Ripoldo e Persico e degli aderenti 
loro, non abbia potuto ottenere il principato di Bre- 
scia, e ciò: 

Primo, perchè se il popolo di Brescia concorse a 
sbandeggiare Arnaldo, i consoli ed i loro faziosi^ lo fece 
perchè gli erano stati rappresentati siccome rei od alme- 
no gravemente sospetti di eresia; e siccome quel popolo 
invigilava gelosissimo la candidezza del cristianesimo, 
sdegnava convivere con genti sospette di quel lezzume. 
Per quanto però quel popolo zelasse l'onore dell' evan- 
gelo, zelava con alta gelosia ancora V indipendenza del 
suo governo, indipendenza che non avrebbe quello ce- 
duta che a prezzo di sangue. Ma poiché uon v r ha al- 
cuno degli antichi cronisti che muova parola di alcun 
fatto d' arme succeduto in bresciana a que' tempi, cro- 
nisti che in tempi vicini non hanno mancato di altri 
commemorarne, quantunque ombreggiati dal più oscuro 
laconismo (2), è segno evidente che per le ambizioni 
di governo non succedette allora nel distretto bresciano 



(1) Muratori, Annali^ tom. 6 f. 3g8. Edizione di Vincenzo 
Giuntini da Lucca. 

(a) Il Praelium vampi, il Bellum fossati ed altri fatti oscu- 
ramente ricordati dai cronisti di que** secoli persuadono la verità 
del 1\ esposto. 



LIBRO DICIASSETTESIMO *45 

zuffa alcuna; per questo io dico, non succedette in prò- "-— ~— ~ 
vincia zuffa alcuna, perchè non fu necessaria; no» fu Dopo 
necessaria, perchè i Bresciani, ad onta degli attentati 
del vescovo Manfredi, si conservarono indipendenti e li- 
beri, senza essere costretti a bruttarsi le mani di pa- 
trio sangue. 

Secondo argomento. E certo che Brescia negli anni Anno 
prossimi susseguenti fu governata da magistrati pieua- ll ^°' 
mente indipendenti dall' autorità del vescovo, e che solo 
riconoscevano V alto dominio degli imperatori o dei re 
cV-Italia. Fra gli antichi cronisti, i quali ne hanno 
trasmessa la memoria delle stesse intemperie delle sta- 
gioni e di altri straordinari avvenimenti di quegli anni, 
non avvi alcuno che racconti come siensi i Bresciani 
disciolti dalla supposta autorità principesca assunta in 
Brescia dal vescovo Manfredi; dunque in forza dell'ar- 
gomento negativo è eouveniente il credere, che ciò i 
Bresciani non fecero, perchè non ebbero bisogno di farlo. 

Terzo. Gli epigrammi sepolcrali sono sempre libéra- 
lissimi di onoranze a quelli che giacciono nell'urne, so- 
pra le quali sono inscritti; V epigramma sculto sull'urna 
del vescovo Manfredi lo onora dei titoli di vescovo di 
Brescia, di ospite del sommo pontefice Eugenio III, di 
vicario ovvero legato de! pontefice medesimo; ma non 
lo dice ancora principe di Brescia; dunque non fu Man- 
fredi onorato nell'epigramma sepolcrale di quella di* 
gnità, perchè non la aveva ottenuta (i). 



(i) Epigrafe che leggevasi sopra la tomba del vesc. Manfredi 

MANFREDVS^S. < ECCLESIE . BR IX. ■ EPISCOPYS 

SANCTI • DOMNI ■ PP. ■ EVGENII ■ III ■ HOSPES • ET 

VICARIVS POjNTIF. BEAT1SS. • MEMORIE 

HIC • REQVIESCIT • OBI1T • NON • IAN • MCLIH. 



246 LIBRO DICIASSETTESIMO 

mmgmm g jg^ ]>f on aiu |5 immune a quo' tempi la provincia 

Dopo di Brescia da gravissime calamità. Ne' mesi di novem- 

G. C 

anno bre e dicembre dell'anno n4^ cadde iu tanta copia 

1J 42- ja neve, e congelò sì fattamente, che i più provetti an- 
cora non ricordavano di averla mai veduta così alta, 
cesi agghiacciata, così permanente (i); e sciolta quella 
alla fine dalle piogge del susseguente aprile e dai raggi 
del sole di maggio, e ribucciaii gli alberi, e risorta 
la campestre natura, siccome avviene di sovente nelle 
regioni di Siria, di Arabia, d'Egitto e d'altre calde 
Dazioni, fu tutto il distretto bresciano invaso da nuvoli 
immensi di locuste (2), le quali spogliarono in pochi 
giorni ogni ramo, ogni tralcio, divorarono le messi, in- 
troducevausi per le case, e mandavano sì mal odore , 
che affatto differenti da quelle, cui alcuni popoli, che 

Anno diconsi Àcridofaghi, mangiavano di tutto gusto (3), non 
potevansi pur saggiare le carni de' maiali de' polli 
che ne avevano inghiottite; e quella calamità fu ricor- 
data dalie genti così fermamente, che venne da alcuni 
Bresciani considerata siccome principio di un nuovo 
metodo da segnar gli anni, e praticato ancora lunghi 
anni dopo (4). Ne a queste sole si riducono le patrie 

(1) Malvet. Disi. 7 cap. 35, anno il/}?*: nix mirae et tante 
multitudìnis fuit\ quanta nunquam fuerat aevo ilio. Cosa ri- 
cordata dal Cronaco di s. Giovanni e da altri. 

(2) Malvet. ubi sup. — - Cronac. di s. Gio. — quella dell'Orat. 
— ed altri. 

(3) Sunt etiam pop ali, qui Àcridofaghi ^ seu locustarum coni- 
mestores idcirco vocantur^ quod has praecipuam eorum escavi 
inslituant. Calmet, Dici. Sac. Scripturae toni. 1 f 606. 

(4) Un monaco di s. Pietro in monte, esaminato dai tribunali 
l'anno 1179 intorno a certa controversia, depose: se esse in Mo- 
nasteri s. Petti a tempore rugarum. Ada cause etc. Docu- 
mento che esisteva nell'archivio delle monache di santa Maria 
degli Angeli. Vedi Doneda, Zecca ecc. f. 71. 



LIBRO DICIASSETTESIMO *4 7 

vicende di quegli anni. Brescia che fino dall'anno JO96- ?535 
era stata danneggiata gravemente da un incendio, e che ^°P° 
per essere allora i fabbricati per la più parte di legno unno 
è facile immaginare quanto funeste ne saranno state le ll 44- 
conseguenze (i); ristorata di fresco dai danneggiamenti 
per queir incendio sofferti, Tanno 1 1 44 m attaccata da 
altre fiamme violentissime, devastatrici. Il dottor Jacopo 
Malvezzi ha nel suo cronaco conservato un verso la- 
tino, che ne ricorda la memoria di quel funestissimo 
disastro, ed è questo: 

Plangìtur immodicis Brlxia succensa ftawtnig (i), 

eh' io, perchè sia inteso ancora da chi non sa di la- 
tino, volgarizzo con questa parafrasi 

Brescia! ben giuste lagrime 
Versan per te gli amici, 
Che fiamme distruttrici 
Tornaro a t' incendiar. 

§ 20. Che forse i consoli Riboldo e Persico espulsi 
già da più anni dalla città, siccome sospetti di eresia, 
abbiano violati i confini dell' esilio; i nobili, ovvero le 
soldatesche di Brescia scagliaronsi in buon numero 
contro di loro, ed arrestatili li tradussero alle carceri (3). 

(i) Ann. MXCVl Brixia exarsit primo. Cronac. dell' Ora t. 

(2) Malvet. Dist. 7 cap. 56. — Cronac. di s. Giovanni 
anno MCXLF I Brixia secando combusta est. -— e quella 
dell'Orat. all'anno stesso: Brixia secundo exarsit. 

(3) Chronac. dell' Orat. Ann. MCXXXXF Riboldus et Per- 
sicus capti a militibus Brixie. Miles nel linguaggio del medio 
evo significava lo stesso che nobilis. Yedi Du-Cange Dicfionar.etc. 



*48 LIBRO DICIASSETTESIMO 

5—5 \j' anni» medesimo i Bresciani ampliarono l'antica piaz- 



Dopo ze tta che dicevasi delle Concioni (i), perchè solevansi 
n„ no tenere in quella le pubbliche arringhe; ed era un 
1140. tratto vacuo che stendevasi intorno alla chiesa, ovvero 
battistero di s. Gio. Battista, fabbricato già da più 
secoli, siccome si è raccontato, presso al luogo dove 
ora zampilla la fontana della piazza del duomo, e 
diedero a quella piazza il nome di mercato del Brolo, 
nome dal quale viene indicata ancora; solamente però 
Ar y>° dopo circa cinque secoli venne distesa sino alla pre- 
sente ampiezza. 

Era intanto passato ad altra vita il pontefice Inno- 
cenzo II, e dopo aver maneggiate per pochi mesi le 
sacre chiavi, erano morti ancora Celestino li e Lucio 
pure II, che l'uno dietro all'altro gli succedettero. 
I grandi di Roma in que' frattempi animati dallo spi- 
rito d' indipendenza avevano tornato a costituirsi il 
senato, e sdegnavano di più riconoscere l'autorità tem- 
porale del sauto padre. Il monaco bresciano Arnaldo, 
dopo di essere stato espulso da Brescia, e di avere 
emigrato ora a Zurigo, ora in Francia ed ora a Co- 
stanza, dove era stato ricoverato dal cardinal Gui- 
do da Castello , che poscia ottenne il triregno , as- 
sumendo il nome di Celestino II, Arnaldo, io dico, 
erasi tradotto a Roma, meutre fremevano que' rumori, 
e caldo V animo, siccome egli era, ed indispettito per 
le sofferte persecuzioni, salì ardentissimo le tribune, e 
con quella sua ridondante eloquenza, che fu sempre 



(i) Concio Brixiae , o Platea concìonis Brixiae mss. citato 
da Doneda a f. 71, nota M della sua opera Zecca di Brescia. 
— Chronac. dell' Orat. all'anno 1146 scrive: ceptum est mer- 
catum Broli. 



LIBRO DICIASSETTESIMO Mg 

tanto commendata ancora dagli stessi suoi avversari ^^^m 
declamò, doversi restaurare il campidoglio, rispettare Dopo 
il senato, rimettere l'ordine equestre, come lo era al at)n() 
tempo della graudezza romana; declamò non essere ll i^, 
conveniente che il sauto padre s' impacci del governo 
temporale, essendo per lui ancora troppo il peso di 
quello spirituale (i), ed arringò tali sentimenti con 
tanta forza di spirito e con tanto vigore di eloquenza, 
che i Romani che lo ascoltavano, sospinti da un fana- 
tico furore, diroccarono le torri ed i palagi di quei 
cardinali e di quei signori che erano di avverso par- 
tito; e papa Eugenio III, dopo di avere tentata in- 
darno contro di que' sediziosi la forza dell' armi, fu 
costretto ad uscire da Roma, daddove, per usare le 
espressioni del dotto amico il conte cavaliere Francesco 
Gambara, Arnaldo se lo tenne lontano, e solo negli 
Ultimi periodi della vita vi potè fare ritorno (2). 

Quell'augusto pontefice, dopo di avere nella sua emi- 
grazione visitate di passaggio molte città d Italia, venne 
a Brescia, e qui trattennesi più giorni , ed ospizio nel , 
palazzo vescovile (3); indi, ripreso viaggio, mosse in 1 1 47. 
Francia, dove il re Luigi VII e tutta quella cristianis- 
sima nazione lo accolsero colla riverenza dovuta al 
successore di s. Pietro. Sciolse quel santo padre iti 
Francia alcuni gravissimi affari del suo ministero, indi, 
rivalicate le Alpi, tornò in Italia; e siccome rilevasi 
da una pergamena antichissima trascritta dal parroco 



(1) Muratori, Annali, tom. 6 f. 4o5 ecliz. cit. 

(2) Gambara, nota 58 al canto 3 f. 23o del Poema, Gesta 
de' Bresciani illustri. 

(3) Chronac. dell' Orat. anno MCXX.XXFI. PP. Eugenia* 
Briociam venti. — Yeggasi ancora Gagliardi, noi. 6 et 7. ad 
U glieli, toni. 4 col. 543. 



25a LIBRO DICIASSETTESIMO 

mmm —Qj dL1 . Francesco Fiorentini nella biblioteca di s. Pietro 
Dopo j u Oliveto di Brescia, (i) , tornò il santo padre in 
j mi(J questa città il giorno 8 luglio ji48, ed ospizio mio- 
11 4$- vamente presso il vescovo Manfredi. Preso ivi da mala 
salute, per cousiglio de' medici, la sera del dì 1 3 ago- 
sto si tradusse nel monastero di s. Pietro in Oliveto, 
ond' ivi respirare un' aria ancor più viva e più ener- 
gica. Ambrogio, che era il prevosto di que' cenobiti 
ed uno dei due primi Istitutori di quel sacro luogo, 
lo accolse con tutte quelle maniere più gentili e più 
onorifiche, che potè meglio immaginare. La riverenza 
del santo padre trasse ad. ospiziare in quel monastero 
il vescovo di Brescia e molti altri prelati delle vicine 
città, alla presenza de'auali e di altri cospicui astanti, 



(i) L'abate Gian-Francesco Fiorentini colto antiquario, discreto 
poeta latino, e laureato a Roma in ambe le leggi, fu prevosto 
di Gottolengo dalla metà del giugno 1622 fino ai 6 genn. i655; 
indi passò parroco a Saiano, dove morì a' 4 agosto 1637, sic- 
come è chiaro dai registri di quelle parrochie. Egli trascrisse la 
sopraddetta pergamena, e dietro la sua copia fedelmente io qui 
la riporto: Quarto KaL Septembris a beate memorie PP. 
Eugenio III , Africanus Archiep. est consecratus in eccla 
s. Petri in Uliveto, Brix. Epipo, et pluribus aliis de Italia 
astantibus Epipis. Qui VII idus Jul. Brix. venti, et id. Aug. 
propter infirmiiatem ad s, Petrum in Oliveto nocte perveniens 
ab ejusdem civit. Episcopo discessit. Et Sacerdos Ambrosius 

ejusdem ecclae Praepositus eidem obviam venti et altera 

die a jamjuto Papa consecratum est Monast. s. Bened. de 
Leno. Ipse etiam post Epipi Mutinensis , et illius epipatus 
damnationis sententiam apud ecclam majorem recitatemi, et 
post consecrationem Epipi Africani in eccla s. Petri in Oli- 
veto factam, in recessione sua Ecclae Majori amplum quod- 
dam tributi pallium, in quo sunt quaedam magnae volucres 
contextae • et praedictae Eccl. s. Petri preciosum valde do- 
ri avi t aliud mirabiliter et ordinabiliter contextum de deauratis 
volucribus. Actum est hoc Ann. D. I. MCXLFIII. 



LIBRO DICIASSETTESIMO 201 

il dì 29 dello stesso mese, il pontefice consacrò io ^^^ 
quella chiesa il nuovo vescovo di una città df Africa. J}°PJJ 
11 giorno di poi quel papa si trasse a Leno, dove anno 
consacrò la chiesa di quel monastero, che alcuni anni li 4«« 
innanzi, come si è detto, era stata insieme con quello 
rovinata da un incendio; volle ivi formalmente esami- 
nare i corpi de'sauti martiri Vitale e Marziale figliuoli 
di santa Felicita, che erano in quella chiesa venerati, 
ed ora riposano dentro sacra urna nella parrocchiale 
dello stesso paese (1); ivi concesse ai canonici della 
cattedrale della città una onoritìeentissiina bolla (2), 
Tornato poscia a Brescia, assiso su di una cattedra 
eretta nella basilica di s. Pietro in duomo, fulminò 
le censure contro al vescovo di Modena ed a'suoi dio* 
cesaui; ed innanzi di partire da questa città, lasciò in 
dono alla chiesa di s. Pietro in Oìiveto un magnifico 
pallio tessuto e trapuntato d* oro, sopra al quale con 
dilicato artificio erano ricamati molti augelli di varie 
specie, fra i quali, come leggesi in un antico mano- 
scritto, vedevansi delle colombe e de' pellicani; ed un 
altro pallio ancor più prezioso egli diede in dono alla 
vecchia cattedrale di s. Pietro. 



(1) Ciò assicurasi da una lapide esistente in Leno incastrata 
internamente nel muro della parrocchiale, in cornu evangelii 
dell'altare di que' santi Martin. 

(1) L' originale di quella Bolla è nell'archivio della cattedrale 
di Brescia. Gradenigo l'ha pubblicata per intero, Brix. Sacr. 
pag. 2o5 et seq. la quale porta questa data : Datimi apud Leo- 
nense Monasterium per rnanum Guidonis s. Rom. Mcclesiae 
Cardinalem et Cancellar ini n V Id. Sept. Indici, XI Incarn. 
Doni, ann. nifi. Fontificalus vero Domini Eugenii PP. III. 
anno quarto. 



*5> LIBRO DICIASSETTESIMO 

— *— -* Finalmente quel pontefice dopo avere soggiornato 
Dopo parte in Brescia e parte in Leno per oltre due mesi, 
aono partì da questa provincia assordato dalle esclamazioni 
ìi4o. j e | popolo, che ripetendo il sacro motto: vade pro- 
spere procede et regna, a grido universale dicevagli: 
vanne felicemeute al solio e regnai e seguitato per 
lungo tratto da cospicuo accompagnamento, prese le 
vie per Roma* 






LIBRO DICIOTTESIMO 



,.M 



§ i. IVJLentre i Romani caldi 1' animo dallo spirito? 



dell'indipendenza e della sedizione perturbavano il santo Dopo 
padre, lo spogliavano delle temporali giurisdizioni, e **' *" 
lo sforzavano a ramingare dalla sacra sua sede, il re 1149. 
Corrado III aveva inalberata la croce, ed era passato 
in oriente seguitato da un potentissimo esercito e da 
imolti prelati ^ vassalli e signori, fra i quali era ancora 
insieme con molti altri Bresciani il prode Gezio Calini, 
il quale singolarmente a Damasco per altissimo valore 
si distinse (i). Era Corrado fra Tiro e Tolemaide quando 
unì le sue schiere a quelle del re Luigi VII di Fraueia^ 
e trasportato conesso lui dallo spirito del secolo espose 
ad ogni sorta di vicende e di strazi la misera umanità 
redenta col sangue preziosissimo di Gesù Cristo, onde 



(i) Ottavio Rossi, appoggiato ad un mss< di Ronchi e ad un 
altro anonimo, rapporta un tal fatto a f. 29 degli Mogi dei 
Bresciani illustri , ediz. di Bartolom. Fontana di Brescia. 



a54 Li DUO DICIOTTESIMO 

* trarre eli mano ai Saraceni le terre, i ciottoli, le rupi, che 

Dopo rosseggiarono un tempo delio stesso preziosissimo sangue. 

. nn0 Ma le frodi dei cristiani della Siria e singolarmente 

3J 49- dell'ordine militare dei Templari, e l'infausta giornata 

di Ascaloua lo stolsero fra non molto dalla sconsigliata 

impresa, e lasciatosi addietro vittima miserabile degli 

stenti, dei morbi o del ferro la maggior parte delPeser- 

'cilo, tornò percosso e confuso al proprio trono (i). 

§ 2. Il monaco Arnaldo intanto continuava col van- 
gelo alia mano a declamare ai Romani, che Gesù Cristo 
aveva dichiarato: non essere il suo regno un regno di 
questo mondo; declamava essere papi i successori alla 
cattedra di s. Pietro e non al solio augusto dei Cesari; 
i vicari di Gesù Cristo, non dell' imperatore. Ed i Ro- 
mani che avevano già caldo lo spirito dall' ansia di sto- 
gliersi dal dominio secolare de'sommi pontefici, che ripa- ! 
tavano il bresciano monaco Arnaldo per profondità delle j 
dottrine un oracolo, per la castigatezza del vivere un 

santo: i Romani che udivano Arnaldo insegnare quelle ! 
Armo ... ? . 

ii5o. dottrine dai rostri, e sostenerle colla magniloquenza di 

un Tullio, coli' enfasi di un Demostene, avevansi già, 
siccome ai tempi dell'antica Roma, costituito il senato 
ed altre magistrature repubblicane, ed avevano addotto 
papa Eugenio ad uscire da Roma ed a starne per circa : 
un triennio lontano. E vero che egli poscia erasi rap- 
pattumato conesso loro, e dietro uno scritto di nuovi 
patti aveva fatto al sacro suo seggio ritorno (2); ma 
per avere dopo egli tentato di sciogliere il senato fu 
costretto ad emigrar di bel nuovo, cosicché a' 9 giu- 



(1) Otto Frisigensis, De Gestì s Frideriei I cap. 5o,. 

(2) Ànonymus Salernitana^ in Chronìc. Eu genius Papa pa- 
cium cum Romani $ reformans^ Romani reversus est. 



LIBRO DICIOTTESIMO ^55 

gno n5:2 egli era a Segna, dalla quale città emise ^-"-^- , ?= 
una bolla a favore di Richilde abadessa del monastero ^ P° 
di santa Giulia di Brescia (i). anno 

Cessò allora di vivere il re Corrado III, al quale sue- IT ^ 2, 
cedette l' intraprendente Federico I, che dal colore del 
pelo dieevasi Barbarossa; ed anche papa Eugenio, dopo 
essersi alla fine rappacificato coi Romani e restituito 
alla sua sede, passati pochi mesi, spirò* Il suo succes- 
sore Anastasio IV non tenne il triregno sedici mesi 
interi, e passato egli ancora ad altra vita, veune pro- 
mosso alla cattedra apostolica Adriano IV. 

Mentre un nuovo principe dominava dal trono ed 
un nuovo papa governava la chiesa, essendo i Bresciani 
in pace coi loro vicini, avevano distribuite le milizie 
per i quartieri della città e per le castella del terri- 
torio, e ne tenevano raccomandata gelosamente ai ca- 
pitani la disciplina. Una squadra di quelle comandata 
dal capitano Arnoldo era acquartierata in Monridondo, 
casteHo di Francia-corta, ed ivi insieme col capitano 
medesimo perturbava con incessanti ribaldaggini e ra- 
pine i floridi paesi di quel circondario. Avvisati i pub- 
blici magistrati di que' disordini, spedirono a Monri- 
dondo un grosso corpo di soldatesche, dalle quali venne 
arrestato il capitano Arnoldo e tantosto sospeso alle 
forche; non posso dire a qual castigo fossero condannate 
quelle infeste milizie, perchè lo tacciono le cronache: 
certo è però che il castello di Mouridondo, come fosse Anno 
colpevole delle ribalderie commesse dalle milizie che n55. 
vi erano state acquartierate, fu per ordine pubblico 
distrutto dalle fondamenta (2). 

(1) Quella bolla è pubbl. da Muratori. Antiq. Ital. Dissert. 70. 

(2) Chronac. dell' Orat. anno MCLIII.... Castrimi Mon- 
tisrotundi destructum, ubi Amoldus svspcnsus J'uit. 



*56 LIDUO DICIOTTESIMO 

-« — — , g 3^ Federico, dopo essersi assicurato il trono ger- 
Dopo manico, seguitato da un potente esercito discese pei 
.inno valichi di Trento in Italia. Fermossi alcuni giorni lungo 
lioo. ]e sponde meridionali del lago di Garda ad aspettare 
quelle schiere, che lungo il viaggio avevasi lasciate 
addietro; poi, seguendo il costume de' suoi antecessori, 
passò ai padiglioni eretti nelle praterie di Roncaglia 
sul piacentino, dove ogni vassallo aveva debito di con- 
correre a riconoscere il nuovo re d' Italia, dove le città 
governate di maniera repubblicana avviavano deputa- 
zioni a presentargli omaggi e tributi, e dove il sovrano 
prestava giustizia ai ricorrenti. Ottone vescovo di Fri- 
singa, che era zio di Barbarossa, colto scrittore e pre- 
sente a quella grande radunanza, lasciò scritto (1), che 
egli vide co' propri occhi essere allora i popoli di 
Lombardia pienamente dispogli della longobarda rusti- 
cità, che nelle maniere del vivere, del conversare, del- 
l' esprimersi sentivano di molto dell'antica gentilezza 
romana; ed aggiunse, che quelli erano tanto gelosi 
della libertà repubblicana, che solevano eleggersi i con- 
soli a pari numero dalla classe de' nobili, da quella 
degli artisti e della plebe, affinchè essendo ugualmente 
affidata a tutte tre quelle classi diverse la pubblica 
autorità, potesse quella essere meglio assicurata; ed ag- 
giunse ancora essere in Lombardia aperto l'adito ai ser- 
vigi militari ancora alla più vile gentaglia, e che i 
plebei ancora potevano averne il comando, qualora pel 
genio, pel carattere o pel valore lo meritassero. 

§ 4- Il bresciano monaco Arnaldo continuava frat- 
tanto ad arringare ai Romani e ad incitarli a ridersi 



(i) Otto Frisigensis, de Gestis Friderici t Jib. 2 eap> i5. 



LIBRO DICIOTTESIMO %S 7 

della temporale autorità pontificia. E papa Adriano non 

sapeva soffrire quelle ardite declamazioni, e sospirava Dopa 
di quel monaco la perdita; ma siccome Arnaldo godeva ai)m> 
la protezione di signori potentissimi, era da ogui insidia l'i 55. 
gelosamente guardato. Indignatosi di tali cose il pon- 
tefice, ritirossi con accorta prudenza nel castello, detto 
città Leonina, poi ne' primi giorni della settimana santa 
interdisse da ogni atto pubblico di religione quell'au- 
gusta città. Non potendosi per quella censura celebrare 
in Roma i divini uffici, e singolarmente in que' giorni 
sauti, i devoti e numerosissimi abitanti scompigliati, 
agitatissimi minacciavano tumulti; incitati i senatori 
dalla pubblica agitazione, si presentarono umilmente al 
santo padre, e lo supplicarono di liberar Roma da 
quella censura, cosa che non poterono ottenere, senza 
prima giurare di espellere immediatamente Arnaldo da 
quell' augusta metropoli (i). Costretti di quella maniera 
ad esiliarlo, il profugo monaco andò a prendere rifugio 
iu un castello de' Visconti di Campania, dove da quei 
signori fu ospitalmente accolto, onorato e protetto. 

Sciolta la grande radunanza tenuta nelle praterie di 
Roncaglia, il re Federico fermossi per alcuni mesi iu 
Lombardia, indi avviossi verso Roma, per essere dal 
sommo pontefice coronato imperatore. Papa Adriano, 
onde prevenire qualunque dissidenza fosse mai per suc- 
cedere con quel sovrano, gli mandò incontro tre car- 
dinali muniti delle necessarie istruzioni e delegati a 
trattare e convenire conesso lui le condizioni dello 
scambievole concordato fra la santa sede ed il trono, 
iunauzi di cingergli 1' imperiale corona. Que' cardinali 
scontrarono il sovrano a s. Quirico iu Toscana, dal 



(i) Fleury, Hist. Eccl. Lìv, 70 e. 4- 

VCL. III. 



258 LIBRO DICIOTTESIMO 

^l^" - -™ quale furono onorevolmente accolti. Per ordine del papa 
Dcypo non potevano que 5 cardinali promettere a Barbarossa 
ann0 l'imperiale coroua, se per primo patto non venivano 
n55. assicurati, che egli avrebbe dato in mano al santo pa- 
dre il monaco Arnaldo; quel re lo promise , e fissate 
ancora le altre scambievoli condizioni, si stipulò il con* 
cordato. 

Barbarossa, onde avere Arnaldo, fece arrestare uno 
de' Risconti di Campania, che era in sua corte, i con- 
giunti del quale furono costretti a mercarne la libertà, 
cedendo Arnaldo. Caduto di quella maniera quel mo- 
naco bresciano in mano al papa, fu da quello conse- 
gnato al prefetto di Roma, il quale lo fece impiccar 
per la gola: e perchè in avvenire i suoi aderenti non 
avessero forse ad adorarne le reliquie, siccome quelle 
di un martire, ne fece abbruciare il cadavere, e spar- 
gere le ceneri nel Tevere (i). 

Così ebbe fine quel famoso monaco bresciano, il quale 
per i costumi, per lo ingegno, per l'eloquenza fu an- 
cora dagli stessi suoi avversari riputatissimo; ma era 
egli troppo facile a parteggiar vivamente nelle pubbli- 
che combustioni, e ad impacciarsene con un ardore 
imprudentissimo. Arringò da fanatico nelle patrie se- 
dizioni del n3g, e fu bandito; osò poscia declamare 
in Roma sentenze politiche, e fu impiccato: 

»» Chi è causa del suo mal pianga se stesso. 

Arnaldo era monaco, e per le prammatiche del suo 
istituto doveva considerarsi separato dal mondo, e ri- 
cordare la famosa sentenza: non dottoreggi il fabbro 

(i) Ofcto Frisigensis, De Gesfis Friderici 1 lib. i cap. 21. 



LIBRO DICIOTTESIMO z;> 9 

più in là del suo martello, uou il pianellaio di là fai m * mmmm 4 
zoccoli (i). Do »\° 

§ 5. Che in pena di que' fanatici trasporti siasi Ar« alino 
ualdo esilialo dalla patria e sospeso in Roma al pati- 1J 55. 
bolo, nulla è da stupirne: è rado che la finisca bene 
quell'uomo, che osa trapassare i limiti della propria 
sfera; ma che lo si abbia a vituperare colla taccia di 
eretico, e che a differenza di quasi tutt' altri che pec= 
carono veramente di eresia, a perpetua vergogna del 
paese onde nacque, abbiano 1' uno dietro all' altro gli 
scrittori ad aggiuguere sempre al suo nome quello del 
luogo di sua nascita, e sempre a dirlo Arnaldo da 
Brescia, Arnaldo da Brescia, è cosa che stomaca natu- 
ralmente qualunque Bresciano senta amore del patrio 
decoro. Quegli scrittori stessi, che per le opere illustri 
che pubblicarono sono veramente onorandissimi, rap- 
portano i nomi di Cerinto, di Montano, di Ario, di Do- 
nalo, di Nestorio, di Fosio, di Macedonio, di Eutiche, 
di Pelagio, di Celestio ecc. ecc. ed al nome di quei 
veri eretici non aggiungono mai quello della patria 
loro, e mai non dicono Cerinto di Antiochia, Montano 
della Frigia, Ario d'Alessandria, Donalo di Casanera, Fosio 
di Costantinopoli ecc. ecc., e perchè con una parzialità 
ingiuriosa aggiungono sempre al nome di Arna'Jo, 
quello di Brescia! A vendicare questa città da un torto 
così potente ha impugnato altre volte la penna il colto 
parroco di Cividate Giovambattista Guarlagnini, e ad 
onore di Brescia ha pubblicato un' opera, uella quale 
appoggiato a documenti solidissimi, e tratti per la più 
parie da autori che furono di Arnaldo contemporanei, 



(i) Non faber ultra malleum, non sutor ultra crepidam. 
Horat. 



*6o LIBRO DICIOTTESIMO 

■" -' ha, quasi il può dirsi, con evidenza geometrica dimo- 

fr°P° strato, che il bresciauo Arnaldo non fu condannato alla 

Gi C 111* 

anno forca, perchè abbia sostenuto con pertinacia dottrine 

ii 55. opposte al vangelo, ma solo per aver declamato contro 
all' autorità temporale dei sommi pontefici; che fu con- 
dannato per colpe politiche, nou per deviamenti teolo- 
gici; che fu tratto sul palco ad espiare reità di stato, 
non eresie; e che la sola comunanza del nome che egli 
ebbe con un altro Arnaldo nato ad Alby, castello della 
Gallia narbonese, il quale fu vero eretico, propagatore 
degli errori di Pietro Valdo, e capo della setta che da 
lui ebbe il nome degli Arnaldisti, ha tratto in errore 
la più parte degli scrittori, e gli ha indotti ad attribuire 
a quel colto e fanatico monaco bresciano una colpa, 
della quale non fu reo, una infamia che non si è mai 
meritata; e di quella maniera quel saggio parroco di 
Cividate da Valcamoniea ha liberato Brescia o qual- 
siasi altro paese di questa provincia dalla vergogna di 
aver dato i natali, e nudrito un eretico (i). 

5 6. Federico Barbarossa dopo avere ottenuta da Adria- 
no IV in Roma la corona imperiale, riprese il viaggio verso 
Germania. Era egli allora sdegnato di molto contro i 
Milanesi, perchè si erano rifiutati di obbedirlo, quando 
aveva loro ordinato di trattare con minore asprezza i 
Lodigiaui ed i Comaschi; per questo giuuto che egli 
fu a Verona segnò un decreto, pel quale spogliò Mi- 
lano del diritto di battere moneta, e lo accordò invece 

Anno a Cremona; indi, rivalicate senza travagli le Alpi, tornò 

i*56, i n Germania (2). 



(1) Veggasi Y Apologia d'Arnaldo di Giambattista Guada- 
gniniy stampata in Pavia, pei tipi di Giuseppe Bolzani l'ano. 1790. 

(2) Muratori, Antiquit. Italie. Disseti. 27 pag. 591. 



LIBRO DICIOTTESIMO *6i 

La vendita di Volpino, di Ceretcllo e di Goal li no ™K™ 
fatta da Brucciato Brusati ad alcuni signori di Ber- D°P° 
gamo, della quale si è già parlato, è stala cagione di anno 
aspri contrasti e di ripetute guerre fra i Bresciani ed i*56. 
i Bergamaschi. Quantunque que' tre paesi fossero, sic- 
come pur sempre lo furono, dentro i confini della pro- 
vincia di Bergamo, erano però giurisdizioni feudali del 
vescovato di Brescia, dal quale erano stati investiti i 
signori Brusati, salvi però sempre que' censi e quelle 
regalie, oude i Valvassori solevano riconoscere annual- 
mente il dominio del signore principale. Gli acquisitori 
di que* feudi sdegnavano qualunque segno di dipen- 
denza dal vescovato di Brescia, quantunque si fossero 
a ciò obbligati nei patti dello stronfiente d'acquisto, e 
per essere quelle castella nel territorio bergamasco, 
non credevausi obbligati che delle annuali riconoscenze 
alla città di Bergamo. Il vescovo di Brescia Raimondo 
aveva per questo prodotte le sue querele al re Fede- 
rico nella radunanza di Roncaglia, il quale decretò che 
i Bergamaschi, o dovessero cedere que' paesi> o rice- 
verne dalla chiesa di Brescia la feudale investitura (1). 
Spiacque una tale sentenza a quei di Bergamo, e dopo 
tornato 1' imperatore Barbarossa in Germania, rifiuta- 
ronsi per V una o per Y altra mauiera di assogget- 
tarvisi. Il vescovo Raimondo allora presentossi al ma- 
gistrato de' consoli, e domandò di essere sostenuto. 
Erano consoli di Brescia in quelT anno Girardo Bor- 
nati, Alberto Gambara, Ragazzauo Cavalcacani, Teo- 



(1) Barbarossa sentenzia che i Bergamaschi, aut Vulpinì^ Ce- 
retini, et Cualini castra quae occiduas speclant Sebini laotts 
oras rclinquerent, aut eadem Feudi jure a Brixiana ecclesia 
reciperent. Gradonicus, Brix. Sac pag. aii. 



262 LIBRO DICIOTTESIMO 

s ?~^f±r dosio Marchesi, Alberto Fraoiesiui e Marchisio Ballìo; 

Dopo accettarono quelli favorevolmente il ricorso del vescovo, 

ce 

anno e spedirono a Bergamo una deputazione delegata a 

ii5(3. domandare ai rappresentanti di quella città l'esecuzione 
della esposta sovrana sentenza. I Bergamaschi ricevet- 
tero que'delegati con assai mala grazia, e sogghignando 
e stringendosi le spalle li motteggiarono come fossero 
persone ridicole (i). Tornali quelli a Brescia riferirono 
fedelmente al magistrato i mali tratti ricevuti; irritati 
i consoli non tanto per la negativa data ai loro mes- 
saggi, quanto per le maniere villane onde quella fu 
esposta, dichiararono immediatamente la guerra ai Ber- 
gamaschi, e per cominciare a vincerli con uu tratto 
di nobile franchezza, innanzi di attaccarli in campo 
spedirono a Bergamo un araldo ad avvisarli di ap- 
prontarsi alle difese (2); indi raccolto frettolosamente 
T esercito, lo avviarono a Palazzuolo, dove lo stanzia- 
rono la notte, e sul!' albeggiare del mattino segueute, 
che era una domenica del marzo 1 1 55 (3), passato 
T Ollio, Io schierarono sul territorio ostile. Giuuti fra 
Palosco e Mornigo scontrarono V armata de' Bergama- 
schi, che posta in ordine di battaglia francamente gli 
attendeva. 

Quelle due osti rubiconde dall' ira, e bramose di 
soverchiarsi e di sperdersi a vicenda, si azzuffarono 
con impeto terribile: erano ambe determinate o di 
viucere o di morire, e grondanti di sangue vibravano 



(1) At UH legatos nequaquam gratanter recipiunt, ridici dosa 
minti a Brixientium fore dicentes. Mflvet. Dist. 7 cap. 38. 

(2) Brixienses inox Pergamensibus mittunt : quatenus se ad 
belli certamina prepar areni. Malvefc. ih lei. 

(3) Quaderni die Dominica^ mense Mariii. Idem ibid. 



LIBRO DICIOTTESIMO aG3 

di tutta furia il ferro, e presentatane) intanto il petto ^^5?? 
ad altre ferite. Non uno de* capitani in quella batta- * )o P° 
glia si distinse per alcuna mossa artificiosa, per alcuna arino 
industria militare: era ognuno accecato dall'ira, e la * l 5o« 
vittoria raccomandata unicamente al ferro. Finalmente 
dopo lunghe ore riuscì ad un Bresciano, del quale non 
è ricordato il nome, di stramazzare il grande confa- 
Joniero nemico, di strappargli di mano il maggiore 
stendardo, che non solo alle fimbrie, ma nel mezzo 
ancora, dov'era ricamata l'immagine di s. Alessandro, 
rosseggiava di sangue. Alla caduta di quel vessillo 
cadde pur l'animo ai Bergamaschi, e date le spalle 
presero sbandatamente la fuga. I Bresciani gì' insegui- 
rono di tutto impeto, a molti trapassarono coll'asta la 
schiena, a molt'altri che gettarono le armi e pregarono 
clemenza, concessero quartiere. Non ne ricordano i cro- 
nisti quanti morti e feriti bresciani restassero sul campo 
di quella battaglia: rammentano solo de' Bergamaschi, 
e dicono che furono due mila e cinquecento gli estinti 
ed altrettanti i prigionieri (i). 

Sbigottiti que 5 di Bergamo per quella sconfitta spe- 
dirono messaggeri a supplicare dai Bresciani la pace, 
domanda che venne volonterosamente accolta. Per trat- 
tare le condizioni di quella pace destinossi un luogo 
fra Mura e Telgate, presso la chiesa di s. Michele, 
dove il giorno 21 marzo dello stesso anno il vescovo 
Raimondo ed i sopraeuunciati consoli di Brescia, i con- 
soli di Bergamo, che erano il giurisprudente Groo, 



(1) Malvet. ibidem: Duo millia ipsorum et quingenti capti 
sunt, lotidemque ex eis caesi. Quella battaglia è ricordata an- 
cora dalla cronaca di san Pietro con queste parole. Ann. MCLVl 
Brixienses ctperunt Bergomenses in bello. 



£64 LIBRO DICIOTTESIMO 

" ■'■ Odelasio e Giraldo Castelli, Alessandro Aglio e Gio- 
J?°P° vanni Azzani; gli acquisitori delle castella contese, che 
anno erano Goffredo Grotta, Moresco Rivola, Beffano Corte- 
iidò. reS j ? Giovanni Ripaldi, Pagauo Addazi ed Arderico 
Tagliardini. Ivi di pieno e libero consenso i Bergama- 
schi cedettero al vescovo ed ai consoli di Brescia le 
sopraddette castella, e promisero in nome ancora dei 
successori loro di non mai più ridomandarle, assogget- 
tandosi alla pena di lire mille imperiali, che corrispon- 
dono a circa 23ioo austriache, ogni qual volta il 
facessero. L' istrumento di quel trattato di pace fu le- 
galmente esteso e pubblicato in faccia alle parti, che 
liberamente lo sottoscrissero, ed il pubblico imperiale 
notaio Guidone Bracci vi appose la marca del suo ta- 
bellionato (i). 

Lieti i Bresciani della vittoria riportata e della pace 
celebrata, tornarono in questa città portando seco loro 
come in trioufo lo stendardo maggior dei Bergamaschi; 
ed onde significare ai cittadini a quanto prezzo lo 
avevano acquistato, non lo mondarono dal sangue rap- 
pigliato, del quale era intinto: cantando inni di grazie 
a Dio, lo collocarono in un armadio della chiesa di 
santa Maria in Silva, cioè desanti Faustino e Giovita, 
daddove, sinché potè resistere alle ingiurie del tempo, 
traevasi ogni anno, ed alto esponevasi al pubblico nelle 
festività più distinte (2). 

(1) Una copia dell' istrumento di quei trattato di pace è nel 
pubblico Archivio della città di Brescia, lib. Poterls . f. 5o,, 
indicato con questa intitolazione : Refutatio et Jlnis facta per 
Capita Vidpini Domino Raimundo Episcopo Brixien. et Co- 
muni Brixie de castro f r ulpini, Cualini, et Ceretelli de emptio- 
ne Jacta a Bruxiado. 

(1) Brixienses vexillum quod Pergamenses in eorum praeliis 
de/èr ebani..,, ad Caenobium Beatiss. M. M. Fau stini et Jo- 



LIBRO DICIOTTESIMO il 6 5 

5 7. Prima che l'augusto Federico rivalicasse le — 

Alpi per toruare iu Germania, levando con un suo de- Dopo 
creto dato da Verona il diritto della zecca ai Mila- anno 
nesi, aveva dato un non equivoco argomento di quanto u56. 
egli fosse contro di quelli irritato; e perciò le città 
di Lombardia, che amavano di conservarsi la benevo- 
lenza di Cesare, dovevano guardarsi dal prendere alcun, 
partito a favore di que' di Milano. I Milanesi allora 
avevano guerra aperta contro i Pavesi, e per tentare 
sopra i loro nemici un colpo forte, pregarono dai Bre* 
sciani di essere coli' armi loro soccorsi. Questi non ha^ 
dando al dispetto che ne avrebbe avuto 1' imperatore, 
bramosi di uuovi trionfi, spedirono in sussidio de' Mi- 
lanesi un grosso corpo di truppe ben agguerrite, le 
quali ivi militarono dietro gli ordini del conte Guido Anno 
da Biandarte, che era il capitano generale dell' armata ll ^l* 
milanese, e per molto valore si distinsero singolarmente 
nel conquisto del Vigevano (1); né tornarono a Bre- 
scia che dopo alcuni mesi, cioè quando que'di Milano 
avevano fermato un accordo, quantunque effimero, eoa 
que' di Pavia. 

Pareva intanto che papa Adriano e l'imperatore Bar* 
barossa cercassero scogli a vicenda onde rompervi con- 
tro il concordato; ed a somiglianza della mula famosa 
di Florimonte, della quale disse il lepidissimo Berni: 

«Dal più profondo e tenebroso centro, 
»» Dove Dante ha alloggiati i Bruti e i Cassi 
•« Fa Fiorimonte mio nascere i sassi 
«La vostra mula per urtarvi dentro, 

vitae reponentes , singidis annis in magnis solemnìtalilus , ad 
aeiernam trophei memoriam in ecclesia extendi statuerunt, 
Malvet. Dist. 7 cap. 38. 
(1) Sire Raul, HisU apud Murai, tom. 6. Rerum Italie. 



a6S LIBRO DICIOTTESIMO 

studiassero eglino aucora ogni titolo di questione (i). 
D () po Querelavasi il santo padre, perchè i ministri imperiali 
anno esigessero con troppo rigore negli stati della chiesa la 
I! 57- tassa del Fodro (2). Lameutavasi per altra parte l'im- 
peratore di alcune parole un po' troppo altiere, usate 
per ordine del papa dai legati del medesimo, nell'atto 
che gli presentarono alcune sue lettere a Besauzone; e 
più assai lamentavasi di un' epigrafe che preteudevasi 
insultante la dignità imperiale, epigrafe scritta sotto 
un dipinto del palazzo Laterauense; ma quelle erano 
forse semplici querele artificiose: e la causa principale 
dei dissapori era, perchè il pontefice aveva dato al 
duca Guglielmo di Sicilia il titolo di re seuza aspet- 
tarne il consenso, anzi senza pure significarlo all'im- 
peratore. 

Aggiuntisi a ciò i risentimenti uudriti da Barbarossa 
contro alcune città di Lombardia, deliberò di scendere 
armato una seconda volta in Italia, e raccolto un nu- 
merosissimo esercito lo divise in più corpi: uno lo 
calò pei passaggi dell'alpi Gamiche, in Friuli; un altro 
pei valichi del monte Viso e dell' alpi Cozie, in Pie- 
monte; un terzo pei sentieri delle montagne elvetiche, 
indi per la valle Tellina e pel lago di Como sul Mi- 
lanese; ed egli col fiore dell'armata, preceduto da 
Ladislao nuovo re di Boemia, ed accompagnato da un 
lungo seguito di principi e di prelati, discese per i 
passaggi del Tirolo. Si pentirono allora altamente i 
Bresciani di avere Y anno innanzi indispettito quell'au- 

(1) Radevicus, De gestls Frid, I Uh. 1 cap. i5. 

(a) Il fodro , secondo Du-Cange, era una tassa destinata al 
mantenimento delle soldatesche. Dal nome di quella gli esigenti 
la medesima dicevansi Fodrlcri: da ciò veggasi l'origine del no- 
me militare Fornero. 



LIBRO DICIOTTESIMO *6 7 

gusto, prestando soccorsi ai Milanesi. Il re tli Boemia, ' B 

capitano delle vanguardie, ruppe il primo in questa Dopo 
provincia, ed a somiglianza di un torrente devasta- ann ^ 
tore (i), di ogni peggtor maniera menò per ogni dove I1S8. 
la desolazione e la roviua. Sbigottiti gli abitanti del 
contado, altri abbandonate le proprietà e le caie, coi 
pargoletti fra le braccia, e traendosi dietro e le mogli 
clamorose ed i padri trepidanti e tutta la famiglia, 
correvano a nascondersi uel più. folto delle boscaglie 
o su per le creste de' monti si arrampicavano; altri 
più fermi chiudevansi o nell' una o nelT altra delle 
molte castella de! distretto, e preparavansi a ribattere 
la forza colla forza; altri dentro i bastioni della città 
si rifuggirono, la quale resisteva indomita ali' impeto 
degli aggressori. Sopraggiunse intanto Barbarossa col 
maggior nerbo delle soldatesche, ed indispettito al tro- 
varsi chiuse in faccia le porte della città, diedesi a 
percorrere il contado e ad aggiugnere devastazioni a 
quelle che aveva appena date il re boemo. Atterriti i 
cittadini gli inviarono una deputazione, la quale dietro 
T usanza di que' tempi a lui presentossi in abito di- 
messo, con lunghe croci in sulle spalle ed altre appese 
al collo, e domandò perdono; perdono che dietro 
l'esborso di mille marche d'argento (2) e la consegna 



(1) Otto Morena da Lodi, scrittore sincrono, Histor. Lau- 
densi ha scritto: multas villas, midtaque castra, innumeraque 
Brixiensium loca dissipaverunt. Infinita etiam Brixìensibus 
usque prope ipsam cwitatem abstulerunt. Tunc vero Brixien- 
ses maximo timore per ter riti.,,, statini cum Imperatore pactufn 
inientes, quod tunc optavit Imperator fecerunt. 

(2) Du-Cange appoggiato a Gio. della Porta ed a Balbo rac- 
conta che la marca d'argento corrispondeva al valore di sei 
oncie di quel metallo, che è lo stesso che dire, a circa (\o lire au- 



a68 LIBRO DICIOTTESIMO 

— "" ' di sessanta ostaggi, felicemente ottenne (i). Si aprirono 

Dopo le porte, V imperatore Federico entrò in Brescia eoa 
ann ó tutto il suo seguito, la trattò umanamente, e dopo 
n58. pochi giorni ne uscì addirizzandosi verso Milano. 

Non può dirsi, se quell' imperatore fosse proprio in 
Brescia od in qualche altro paese del Bresciano, quando 
emanò il suo codice militare, è però certo che lo pub- 
blicò mentre egli era in questa provincia (2); ed eravi 
ancora quando intimò la guerra ai Milanesi, ed è de- 
gna di ricordanza la maniera che egli tenne in farlo. 
Radunò i suoi consiglieri legali, gì' interrogò come 
potesse dichiarare ai Milanesi la guerra di una ma- 
niera giuridica; quelli risposero di citarli prima alle 
difese: lo fece; giunsero a lui gli avvocati iudiritti 
dalla città di Milano, i quali studiaronsi in sulle prime 
di stoglierlo da una tale idea, appoggiando i loro di- 
scorsi a statuti legali; ma accortisi che di quella ma- 
niera non andavano ad ottenere cosa alcuua, discesero 
alle preghiere ed alle interposizioni di que' principi e 
di que' prelati che il circondavano; conosciuto che an- 
cora quel mezzo riusciva inutile, passarono ad esibi- 
zioni di grosse somme, le quali ancora furono rigettate. 
Dopo una tanta prelazione Federico si rizzò, e di- 
chiarò essere i Milanesi al bando dell'impero, e con» 
dusse contro quelli V esercito, 

§ 8. I Milanesi si erano fortificati lungo le sponde 
dell'Adda, dove speravano di poter ratteuere 1' impeto 



«triache, onde risulta che la somma pagata dai Bresciani a Bar- 
barossa fu di circa quaranta mila lire austriache, somma visto- 
sissima a que' tempi. 

(1) Abbas Uspergensis, in Chron, 

(a) Radevicus, De Gestis Friderici I lib. x cap. 36. 



LIBRO DICIOTTESIMO *6g 

de* Tedeschi; ma non essendo loro ciò riuscito, si riti- HHH52F 
rarono in fretta: altri si rifuggirono per le molte ca- Dopo 
Stella della provincia, ed altri dentro le mura della anno " 
Stessa metropoli. Federico, passato l'Adda a Cassano, u58. 
anzi di spingersi contro Milano, ordinò a molte città 
d'Italia d'inviargli sussidi (1); e Brescia, Cremona, 
Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Verona, Vicenza, 
Padova, Trivigi, Parma, Modena, Reggio e sino Fer- 
rara, Bologna e Ravenna frettolosamente gli spedirono. 
Mentre quelle italiche milizie Y una dietro all' altra 
giugnevano ad unirsi all'esercito tedesco, l'imperatore 
Barbaresca cinse Trezzo di assedio, ed in breve lo ebbe 
ad onorifiche condizioni; mosse indi sul Lodigiano, 
dove sentì pietà di quella miserabile popolazione stata 
desolata e dispersa dai Milanesi nell' ultima guerra, 
dai quali ne era stata diroccata la vecchia citlà, che 
era quattro miglia distante dall' Adda. Quell'augusto 
richiamò i miseri sbandati, gli assicurò della sua pro- 
tezione, e li confortò a costituirsi una città uuova nel 
luogo che dicevasi monte Ghesone: dietro i suoi cousi- 
gli lo fecero, e quella è la presente Lodi (2). 

Mosse poscia Federico colle sue soldatesche e colle 
schiere degli Italiani suoi sussidiari contro Milano; e 
mentre stringeva egli di assedio quella città e studiava 
ogni mezzo per averne il conquisto, quelli delle città 
viciue, che erano stati poc' auzi guerreggiati o mal- 
menati dai Milanesi, perfidiavano per i tratti campestri 
di Milano, incendiando, devastando, e di ogni pessima 
maniera procurandosi vendette. Quella metropoli frat- 



(1) Caffari, Annales Genucnsium, Hb, 1 apud Murai, torn. 4- 
Ber, Italie. 
(a) Muratori, Annali, totn. 6f. 44^- 



o 7 o LIBRO DICIOTTESIMO 

!!5555!= tanto languiva percossa dall' armi, dalla penuria e da 
^°P° pericolosissime affezioni morbose. L'ambizione ne incitava 
armo gli abitauti alla franchezza ed al cimento: le sciagure 
u58. ]j traevano a supplicare pietà. Fu iu qW frangenti, 
che il conte Guido da Biandarte, personaggio di altis 
sima riputazione, persuase i Milanesi di supplicare la 
clemeuza del sovrano, il quale dietro le segueuti con 
dizioni concedette: Primo, che dovessero i Milanesi 
rinunziare a qualunque pretesa sopra Lodi e Como 
Secondo, cedere ai diritti di regalia. Terzo, dare in 
mano all' imperatore trecento ostaggi. Quarto, pagare 
allo stesso nove mila marche d'argento. Quinto, nomi 
nare i consoli, ma non elevarli ad una tanta dignità, 
finché non fossero approvati dal sovrano (i). Quella 
convenzione fu sottoscritta il dì 7 settembre n58; ed 
apertesi di subito le porte, e concessa libertà ai pri 
gionieri di guerra, i Milanesi uscirono a frotte a frott 
ad incontrare l'imperatore, che entrò in quella metro- 
poli a maniera di trionfo. 

§ 9. Continuavano intanto le male intelligenze tra 
Barbarossa e papa Adriano, della qual cosa accortisi i 
senatori romani, tentando quelli di giovarsi della gra- 
zia dell' imperatore, onde deprimere più facilmente 
1' autorità temporale del pontefice, inviarono a quello 
una deputazione, perchè avesse a presentargli i loro 
omaggi- que* delegati furouo da Federico accolti con 
dolcissima gentilezza. Papa Adriauo avuto appena av- 
viso di un tal fatto, indispettì di tale maniera, che 
esacerbato dai rancori, per la forza che tengono le af- 
fezioni dell'animo sul fisico delle persone, colto da un 
epatema, morì. Venne a lui surrogato il cardinale Ro- 

(1) Radevicus, De Gest. Friderici I lib. 1 cai?. £j, 



LIBRO DICIOTTESIMO * 7 i 

laudo da Siena, che accettò il papato, ed assunse il ~" M -l ' 
nome di Alessandro 111. Quella elezione non andò a Dopo 

ce* 

genio di Federico, il quale desiderava che la cattedra anno* 
apostolica avesse ad essere occupata da alcuno de'suoi I1J 9* 
aderenti: per la qual cosa seppe maneggiarsi secreta- 
mente e con tanta scaltrezza, che per mezzo di alcuni 
prelati fece offerire il papato al cardinal Ottaviano, 
che lo accettò, ed assunse il nome di Vittor IV (i). 
Federico per invigilare più da vicino quegli imbrogli 
erasi approssimato ai confini della Romagna; e di là, 
quasi il facesse per romperla nuovamente coi Milanesi, 
violando i patti della convenzione segnata conesso loro, 
spedì a Milano un suo cancelliere, con ordine di de- 
porre i consoli e di eleggere un podestà, cosa che 
per la ripugnanza de' Milanesi, quel cesareo impiegato 
non potè eseguire (2); anzi, onde scampare dall' ire fu- 
renti di quella popolazione, fu costretto a fuggirsene 
con tutta la rapidità possibile. 

Ne' giorni stessi que' da Cremona , invidiosi delle 
prosperità dei Cremaschi, e bramosissimi di vederli de- 
pressi, inviarono alcuni messaggeri a Federico, perchè 
avessero ad esibirgli quindici mila marche d'argento (3), 
|;ond ? egli avesse a decretare l'abbattimento delle mura 
e 1' appianamelo delle fosse di Crema: Argent fait tout f 
dice il proverbio francese, e più nobilmente Virgilio 

« Quid non mortalia perfora cogis 

»» Auri sacra James (4) . p 



(1) Cardinalis de Aragonia, in Vita Alexandri III apud 
Murai, toni. 3 pari. 1. Rer. Italie. 

(2) Otto Morena, Hist. de Relus Laudensium^ tom. 4- i?er. 
Italie. 

(3) Muratori, Annali, tom. fìf. 453. 

(4) Virgilius, JBnead. 3 vers. 56. 



a 7 a LIBR0 DICIOTTESIMO 

- Le circa seicento mila lire austriache, delle quali era 

~!°P° dotata quella supplica, le recavano troppa potenza; 
unno l'imperatore Federico Barbarossa la accolse favorevol- 
ll5 9* mente, e per quella commise ai Cremaschi di abbat- 
tere ogni fortilizio della città loro, prima che avesse a 
spirare il giorno 2 febbraio dell'anno seguente. Quelle 
soperchierie allarmarono alcuue città lombarde; la fede 
malamente osservata da Barbarossa ai trattati le in- 
sospettì; il podestà, che dietro 1' abolizione dei consoli 
aveva egli tentato di costituire iu Milano, le assicurava 
che queir imperatore audava insidiando la libertà del 
governo repubblicano; e la protezione data dal mede- 
simo all'antipapa Vittore le persuadeva , non essere 
solamente gelosia de' proprii diritti, ma debito di re- 
ligione quello di opporre forza alla forza, e di romperla 
apertamente contro di un sovrano, che violava le con- 
venzioni giurate, e che proteggeva uno scisma. 

§ io. Le prime città che alzarono la cresta in quel- 
Y occasione furono Milano, Brescia e Piacenza, e lo 
avrebbono forse fatto ancora alcune altre, se rivalità 
particolari non le avessero trattenute (1). Quelle tre si 
collegarono insieme, e la prima impresa, alla quale si 
appigliarono, la quale anzi fu ridotta a fine dalle sole 
forze de' Milanesi, fu la ricupera del castello di Trezzo, 
che era presidiato da una guarnigione tedesca; ne eb- 
bero per assalto il conquisto, ne fecero prigioniero il 
presidio, e quello che recò miglior interesse, fu l'im- 
padronirsi del molto oro ed argento, cui Barbarossa 
aveva deposto iu ìquel castello, come in luogo di sicu- 
rezza (2). Dopo unitesi le armi de' Milanesi con quelle 

(1) Otto Morena, ubi sup. 

(2) Romualdi Salernitani Chronicon, apud Marat, tom. 7. 
Ktr. Italie, 



LIBRO DICIOTTESIMO s 7 3 

de' Bresciani si spinsero contro i Cremonesi, acerrimi ^*" mmmm ^ 
fautori di Federico; ma furono da quelli respinti con J*°P? 
tanta gagliàrdia, che oltre agli estinti, altri circa quat- ann0 " 
trocento rimasero prigionieri. 11 ^9 > 

Dopo i Bresciani insieme ed i Milanesi, corisapevòli 
di quant' ira ardessero i Cremonesi e Barbarossa insieme 
contro di Crema, é che ne minacciavano prossimo l'at- 
taccò, le avviarono insieme quattrocento fanti, ed al- 
cune schiere di cavalleria, a crescerne il presidio. Erano 
quelle milizie pervenute dà pochi giorni in Crema, che 
si dovettero chiudere le porte di quella città, perchè 
i Cremonesi minacciavano d' invaderla; costretti quelli 
a fermarsi fuori delle mura> cinsero quella città di as- 
sedio, è pochi giorni di poi furono i Cremonesi raf- 
forzati ancora dalle soldatésche de' Pavesi e da quelle 
che per quindici mila marche d' argentò avevano com- 
pre dall'imperatore Federico. L'assedio di Crema prò- ? 
cedette lunghi mésij ed in quell' intervallo tanto dagli 
àssedianti, quaùto dai difensori si commisero crudeltà 
inaudite. Quella piazza, ridotta finalmente agli estre- 
mi i il dì 17 del gennaio 1160 fu costretta a ce- 
dere dietro le seguenti asperrime condizioni: i. Q fu 
concesso àgli ausiliari Bresciani e Milanesi di uscire e 
tornare a' loro paesi , lasciandosi però addietro armi e 
ba^asli; 2. furono costretti ad uscire ancora i miseri 
abitanti, e per grazia fu loro concesso di portare con 
essi quanto potevano. Fu allora uno spettacolo vera- 
mente lagrimevole in vedere una numerosa popolazione 
costretta uel cuor dell' inverno ad abbandonare e tetti 
e proprietà e patria: altri carichi di suppellettili e ni 
quanto avevano di più caro, ed altri coi teneri pargo- 
letti fra le braccia o coi padri cadenti o colla sposai 
inférma sulle spalle, attraversare piangenti il canapa 
Yol. III. 18 



274 LIBRO DICIOTTESIMO 

! nemico. Entrati poscia in Crema i vincitori la diedero 
Dopo a sacco, indi alle fiamme; e gli implacabili Cremonesi 
anno trasportati poscia da un'ira maniaca diroccarono i mi- 
1160. serabili avanzi di quel lugubre incendio (1). 

Seguirono poscia fra le soldatesche de* Milanesi e dei 
Bresciani e quelle di Federico vari fatti d' armi con 
alterna fortuna; ed avendo Federico occupato a'Milanesi 
il castello di Carcano, e postavi a difenderlo una guer- 
uigione tedesca, que'di Milano bramosissimi di ricupe- 
rarlo, traendo seco il loro carroccio, e seguitati ancora 
da lunghe schiere bresciane, mossero a cingerlo di as- 
sedio. Avvisatone Barbarossa coli' esercito ingagliardito 
da que'sussidi che gli erano giunti da Pavia, da Ver- 
celli, da Novara e da altre città, si spinse contro di 
loro, ed il mattino del dì 9 luglio gli attaccò. Gli riuscì 
di respingere quell'ala dell'armata nemica, contro la 
quale combatteva egli in persona, e ributtata parte an- 
cora del centro, giunse ad avere il carroccio, cui fece 
mettere in pezzi, scannare i buoi che lo traevano, ed 
in segno di trionfo, si fece portar dietro la bandiera 
e la croce, che erane confitta sull'antenna. Ma furono 
diverse all'altro corno le sorti: le armi de' Milanesi 
erano da quei lato sostenute dagli ausiliari bresciani, 
i quali ruppero le file imperiali, le seguitarono allei 
le, parte sino a Montorfano e parte ad Anghiera; 1 



(1) Malvezzi, DisL J cap. 44? di quella desolazione di Creine 
ha scritto: Cremam quoque funditus evertit. La cronaca Bresc* 
di san Giovanni all'anno MCLX. Crema desimela. Quel ter-, 
ribile fatto però leggesi meglio descritto nelle opere di Sire Raul, 
di Ottone Morena, di Radevico e di Ottone di s. Biagio, quasi 
tutti autori contemporanei, che tutte sono raccolte in un volu- 
me in 4-°, e pubbl. l'anno 1778 in Milano col titolo: Vicende 
di Milano durante la guerra con Federico I. 



(i) Ottone di s. Biagio, in Chronic. 

(2) Acerbus Murena, in continuai. Hist. Rerum Laudenthini 
)ttonis patris sui, toni. 6. Rer- Italie. 



n6t* 



LIBRO DICIOTTESIMO 975 

poi volti addietro assaltarono Barbarossa, mentre pen-2E55!55! 
fcavasi trionfante, e poco mancò non lo facessero prigio- Do P° 
iliere. Rimasto il campo in potere dei Milanesi e dei anno 
Bresciani, lo spogliarono; ed il dì seguente, avvisati Il6 °- 
quelli, che un grosso corpo di Lodigiani e di Cremo- 
nesi, ignari dell'avvenuto, andavasi approssimando, onde 
congiungersi all' armi di Federico , lo assaltarono fra 
Cantù e monte Baradellò, e lo sconfissero (t). 

Dopo quel fatto l'imperatore Federico ritirossi a Pa- 
via, ed ansiosissimo di vendicarsi dei Bresciani, dei Pia- ^"J 10 
centini e singolarmente dei Milanesi, non lasciò mezzo 
iutentatd per ingagliardire l'esercito. Trasse nuove genti 
da molte città d' Italia, ne fece venire altre molte di 
Germania! poscia entrato coli' armata sul Milanese, si 
diede a devastarne le campagne, onde spogliare quella 
popolazione de* mezzi di sussistenza. La fame cominciò 
a destare i Milanesi ad intestine discordie: altri avevano 
fermo il chiodo di sostenere la propria indipendenza 
fino all'ultimo sangue, altri gridavano di aversi a sup- 
plicare V imperiale clemenza: fra non molto però furono 
tutti costretti a pregare pietà. I consoli Ottone Visconti, 
Anselmo Maudelli, Amizzone da Porta Romana ed An- 
selmo dall' Orto, insieme con molti nobili si presenta- 
rono a Federico, ed a nome di tutta Milano gli giu- 
rarono sommissione, e gli promisero di essere prontis- 
simi a far quanto mai fosse di suo piacimento. L' im- 
perator Barbarossa volle in sicurezza della fede loro 
Quattrocento ostaggi a piacimento, poi decretò che den- 
irò otto giorni chicchessia dovesse uscire da Milano 
1 2ou quanto poteva portare seco (2). A quel terribile 



2^6 LIBRO DICIOTTESIMO 

— editto, molti, abbandonate le sostanze e la patria si tU 



Dopo fuggirono a Pavia, a Lodi, a Bergamo, a Como ed ia 
anno molte altre città vicine, ed altri carichi di suppellet- 
Jl ® 2è tili, di bambinelli o d'infermi si ritirarono ne'prossimi 
sobborghi. Evacuata Milano di quella maniera", il dì 6 
di marzo Federico entrovvi con tutta l'armata, ed ab- 
bandonò quella miserabile metropoli alla avidità mili- 
tare; in quel terribile saccheggio spogliaronsi ancora 
le chiese dei sacri arredi ef fino di alcune reliquie di 
santi; dopo il sacco ne fu commesso l'incendio, indi 
trattine i sacri tempii, fu diroccata (i). 

§ ii. Abbattuta Milano, alcune bande dì Federico 
si spinsero sul contado bresciano, ne sorpresero varie 
castella, e fra le altre quello d' Iseo cui demolirono (2)*. 
I Bresciani che erano già sbigottiti per la orrenda ca- 
tastrofe di Milano, e che molto più trepidavano al Veder 
penetrato dall' oste il proprio territorio, sorprese ed 
abbattute alcune loro castella, cominciarono a pensare 
gravemente a' propri casi; e calata la eresta avviarono 
all'augusto Federico i consoli della città, accompagnati 
da moki distintissimi personaggi, perchè in pubblico 
nome avessero ad implorare clemenza. Federico accettò* 
queir atto di sommissione, dietro il patto però, che i 
Bresciani dovessero sborsargli tantosto un grosso pecu- 
lio; che gli giurassero di abbattere al più presto pos- 
sibile le torri e le mura della città e di appianarne 
le fosse; che gli consegnassero tutte le fortezze del con- 
tado; che lo sussidiassero con soldatesche ad ogni bi- 



(1) Chronac. di s. Gio. di Bresc. arin. MCLXII: Civita* 
Mediolani destructa. 

(2) Cronaca medesima, Tsè destructus a Federico in die 
$> JYazarii. 



LIBRO DICIOTTESIMO 277 

sogno; e che abolito il consolato, dovessero da lui ri- ^""*"*^ 
severe un podestà. La paura di avvenimenti peggiori Dopo 
costrinse i Bresciani ad assoggettarsi a quelle durissime 
condizioni, e Federico spedì a governare Brescia in suo 
nome il podestà Marquardo di Gumbrach (1), 

Dopo Brescia, accettata alla grazia dell' impero ancora Anno 
Piacenza, altra delle città confederate de' Milanesi, ed u&5$ 
impostele dal sovrano condizioni somiglievoli a quelle 
di Brescia, destinò in seguito podestà delegati a gover- 
nare in suo nome le altre città lombarde ancora, le 
quali o si erano studiate di conservarsi neutrali od 
avevano combattuto per esso lui; cosicché fra non molto 
tutte le province italiche al di sopra degli Appennini 
erano dominate da imperiali governatori (2). La sola 
rocca di Garda, presidiata dalle milizie di un capitano 
veronese, che aveva nome Trusifeudo, resistette indomita, 
e conservossi a lungo indipeudente, quantunque per- 
cossa per quasi un anno intero dalle forze de'Bresciani, 
de 5 Veronesi, de' Bergamaschi e de' Mantovani, che per 
ordine dell' imperatore la combattevano; ma alla fine, 
dietro un'onesta capitolazione, fu quella aucora costretta 
#d arrendersi. 

§ 12. L'agitato papa Alessandro intanto, persegui- 
tato secretamente da Barbarossa ed apertamente dai 
fautori dello scisma, andava emigrando per la Francia, 
consueto e provvidissimo ospizio dei pontefici persegui- 
tati; e T antipapa Vittore sostenuto dalla sentenza fa- 
vorevole del conciliabolo di Pavia (3) e da altre con- 
ferme, insuperbiva, del carpito triregno; ma colto da 



(\) Muratori, Annoi, toni. 6f. 466. 

h) Murena, apud Murai, tom. 6. Ber. Italie. Col. ino. 

(5) Fieury, Hìstoir. EccL liv. 70 cap. !\i. 



278 LIBRO DICIOTTESIMO 

H22S25 mortale infermità passò ad altra vita, e qqantuq- 

Dopo q ue f oss ' e gli mor to scismatico , non mancarono sacri 

anno faccendieri, che seppero far credere ai fedelucci di 

u§3, grossa pasta, che Iddio dispensasse largamente le sue 

grazie sopra il sepolcro di lui (i); la qual cosa, siccome 

ne consiglia il coltissimo prevosto Lodovico Muratori, 

ne deve rendere ben cauti a distinguere i veri dai 

finti o dai supposti miracoli (2). 

Dai favoreggiatori dello scisma fu allora promosso 
all'antipapato il cardipal Guido da Crema, che assunse 
il nome di Pasquale III; e l'augusto Federigo, lungi 
dal giovarsi della morte dell' antipapa per rompere il 
corso allo scisma, come esultasse in vedere lacerarsi il 
pallio della santa chiesa, approvò l'elezione del nuovq 
antipapa. 

§ i3. Tali operamenti spiacevano non poco agilità* 
^ nno liani, e spiacevano loro di molto ancora le intollera- 
bili ayanìe, onde erano concussi dagli imperiali po- 
destà delle province; per questo la protezione data 
da Barbarossa allo scisma, e le avidissime maniere, 
onde i suoi ministri opprimevano le province, su-, 
scitarono i popoli a tentare quanto mai essi poter 
vano, onde liberarsi da uà persecutor della chiesa, ed 
a liberarsi da un sovrano che non potevano più sof- 
lerire. Verona, Vicenza, Padoya, Trivigi e le altre mi- 
nori città di quella Marca furono le prime a collegarsi 
pqntro di lui (3), e lo fecero con tanta secretezza, che 

(1) Àcerbus Murena, Contlnuatìone Hist. Laudensis: Fra 
qujus sanctis meritis, cioè bell'antipapa Vittore, fieum dicitur 
multa miracula ibi ferisse. 

(2) Muratori, Annali^ tom. 6j'. ^ji. 

(3) Gio. Battista Vcrci, Storia della Marca Trivigiana, 
tom. ijl 52. 



LIBRO DICIOTTESIMO 279 

gli stessi imperiali podestà delle medesime non ne eb- g—"— 
bero sentore alcuno. I Veneziani che erano essi ancora Dopo 
assai malcontenti di Federico, incitavano sottomano anno 
quegli occulti maneggi. Finalmente nell'aprile n64> II6 ^' 
scoppiò la ribellione di quelle province, ed i mi- 
nistri imperiali furono da quelle città tutti ad un 
punto scacciati. In quella occasione i Bolognesi ancora, 
quantunque ignari di quanto andavasi nelle province 
venete operando, ma solo perchè stomacati dagli atti 
crudeli e dalle incessanti vessazioni dell' imperiale po- 
destà loro, lo massacrarono (1). 

Arse di sdegno Barbarossa all' udire quelle furenti 
sommosse, e raccolte in fretta le poche truppe tedesche, 
Ghe per le sofferte malattie e per le incessanti diser* 
zioni ancor gli restavano, e chiamati a sussidio i Cre- 
monesi, i Pavesi, i Lodigiani, i Novaresi, siccome quelli 
tra i Lombardi, de' quali meglio fidavasi, penetrò ostil- 
mente sul Veronese, e cominciò ad invadere ed abbat- 
terne alcune castella. Ma appena vide approssimarglisi 
francamente le schiere delle città alleate, e si ac* 
corse qual fosse lo spirito di genti che impuguano il 
ferro per la difesa della religione e delle proprietà, 
prò aris et focls^ impallidì, e soffocata la rabbia in 
petto, ritirossi, e dopo non molto ritornò in Germania, 
onde armare nuove genti. 

Le vicende di papa Alessandro presero allora miglior 
vento, sicché tornato egli di Francia, passò a Roma, 
ed assordato dal plauso pubblico e dagli ululati ev- 
viva rientrò nella basilica e nel palazzo di Laterano. 
Federico intauto fatta raccogliere a Wilburgo un'adu- 



(1) Matth. de Grifonibus, Annales Bononienses opud Mu- 
rai, toni. 17. Rer. Italie. 



s8o LIBRO DICIOTTESIMO 

W mmmm . naoza di quarauta e più prelati, fece da quelli ricq- 
Dopo noscere per vero papa il nuovo antipapa Pasquale III; 
anno gl'imperiali podestà continuavano ad angariare 3 manp 
ti 65. salva queste miserabili province, e lo facevano di così 
avida maniera, che a detta di Acerbo Morena, che non 
era oppositore, ma anzi partigiano di Federico, esige- 
vano sette volte più del prescritto (1); cosicché §e per 
la protezione data da Barbaross^ allo scisma era egli 
odiato dai popoli, per le avanìe de' suoi ministri ere 
pubblicamente abbominato; né sia perciò meraviglia, se 
per tutte le città di Lombardia cominciassero secreta- 
mente a spargersi i semi della rivolta. 

§ i4- Quaud'ecco presentarsi Federico con un nuovo 
esercito sull'Alpi, e non potendo discendere per i pas- 
saggi dell'alpi Giulie, Caruiche, né per quelle del Ti- 
rolo, perchè difesi dall' armi della Marca trivigiana e 
veronese, sbucò, non saprei dire per qual valico, ia 
Yalcamonica; di là discese a pigliar campo nelle vici- 
nanze di Brescia, dove diede il guasto a molte ville e 
castella, come il Bresciano fosse paese nemico; e dopo 
avere costretti i Bresciani del territorio, perchè non gli 
fa dato di entrare nella città, a dargli in rnano ses- 
santa ostaggi, cui addirizzò a Pavia (2), passò 3 mal- 
menare egualmente il territorio meridionale di Bergamo, 
indi mosse a raccogliere una grande adunanza de' suoi 
primati a Lodi. 

Presentaronsi a Barbarossa in quella dieta i commis- 
sari della più parte delle città di Lombardi^, si que- 



(1) Plus de septem quam Imperatori deberetur, ab omnibus 
ìnjuste excutiebant. Àcerbus Murena, Hist. Laudens. toni. 6. 
Rer. Italie. 

(2) Sire Raul, apud Murai, toni. 6. Rer. Italie. 



LIBRO DICIOTTESIMO aftì 

velarono in nome delle medesime delle aspre maniere *^=^^s 
e delle estorsioni che praticavausi da que' ministri, che Dopo 
egli aveva delegati a governarle, e lo pregarono di anno 
averle a sollevare. Fiuse egli in sulle prime di ricevere II ^- 
in buon^ parte que 3 reclami, poscia come fossero sta^i 
prodptti al vento 

>» Torse lo sguardo e seguitò la strada m (i); 

passò a Pavia, indi a Bologna^ poscia in Romagna, fer- 
mo nel proposito di espellere dalla cattedra apostolica 
Alessandro III, per la qual cosa ebbe molto a contra- 
stare contro quelli che il sostenevano, e fu obbligato 
a trattenersi in que' paesi. 

§ i5. Molte città di Lombardia intanto, indispettite 
per le non esaudite querele, e ferme di non più voler 
tollerare le angarìe e le crudeltà de' governatori im- 
periali, a somiglianzà di quelle della Marca di Trivigi, 
anzi incitate ancora occultamente da quelle, raccoltesi 
secreUmente a consiglio, fecero lega insieme, e dichia- 
rarono: di non ricusare all'imperatore il supremo do- 
minio, ma di volersi assolutamente governare per 
mezzo de' propri magistrati, siccome avevano incomin- 
ciato fino dai tempi di Arrigo IV; e giurarono di op- 
porsi con armi unite a chiunque avesse osato di con- 
trastarle, (2), 



(1) Querimonias Langobardorum quasi vilipend-ens , ac prò, 
nihilo habens , nihil inde fedi. Acerh. Murena, toni. 6. Rer. 
Italie, col. 11285 il verso poi è di Monti. 

(2) Contra oninem hominem, quicumque nobiscum facere 
voluerit guerram aut inalimi, contra quod velit nos plus j Vi- 
ceré, quam Jècimus a tempore Henrici Regis. Acta s. Gandini 
apud Bollandislas ad diem 18 Aprilis. 



282 LIBRO DICIOTTESIMO 

^^^^ — Le prime città lombarde, che ad imitazione di 
Dopo q Ue l[ e della Marca Trivigiana si collegarono, furono 
3nno Brescia, Bergamo, Cremona e Ferrara. Allora avvenne, 
*&!• che alcuni discendenti dell'antica, potentissima ed assai 
diramata famiglia da Lomelo, ai quali era toccata in 
partaggio la contea, che dicevasi di Montechiaro, per- 
chè Montecljiaro ne era il capo -luogo (i); signori che 
avevano larghissimi allodi ed ampie giurisdizioni in 
Carpenedolo, Castel- Goffredo, Asola, Redoldesco, Mar- 
caria, Acquanegra, Moso (2) ed in altri paesi. Passati 
quelli allora ad una nuova suddivisione fra gli eredi 
dei due fratelli i conti Goffredo ed Ugone, i discen- 
denti dal primo, dall' ampiezza delle possidenze ven* 
nero detti i conti dell' Aver- Longo, e semplicemente 
Longo, e dal nome del secondo trassero il cognome i 
pignori Ugoni. I conti Longo che erano i fratelli Na- 
yizio, Vizzolio ed Azzone, desiderosi di evitare ogni 
contesa col comune e cogli abitanti di Montechiaro, 
dietro la promessa di una leggiera annuale riconoscenza, 
Cedettero a quelli il possesso delle vaste campagne che 
essi tenevano in quel paese (3); ed i conti Ugoni in* 



(1) Comites qui agunt sunt Comiles de Monteclaro, quod 
Monteclarwn est caput Coinitatus. Deposizione di Gazzotta da 
Acquanegra, testimonio 19 esaminato in un antichissimo processo 
membranaceo, del quale esiste copia nel Registro B dell' Archiv. 
Com. di Montechiaro; ed altra fatta da Zamboni , ch'io con- 
servo, Collettanea Zamb. E. f. i3 e seg. 

(2) Ciò si rileva dalle deposizioni dei molti testimoni esaminati 
nel citato processo, e singolarmente da quella di Egidio Ribol- 
doni da Redoldescq. 

(3) L'istrumento di quella cessione è scritto il dì 23 apri- 
le 1167, dal Notaio Adriano Rondolli da Montechiaro; una copia 
del quale è nell'archivio di quel paese, Registr. B$ altra nella 
libreria de' nobili conti Mazzuchelli, occlusa nel manoscritto in- 



LIBRO DICIOTTESIMO 283 

vece ruppero a questioni col comune e cogli abitanti T*™— 
del paese medesimo (i), e ne cominciarono formalmente D°po 
una lite» I Bresciani indispettiti di questo, e forse più anno 
ancora, perchè que'signori, dietro il sistema de' grandi i 1 ^' 
feudatari, si saranno appigliati al partito imperiale, e 
non avranno voluto ascriversi alla nuova confederazione* 
che avevano essi ferriata con alcune città lombarde, 
dichiararono loro la guerra, gli assalsero, li sover* 
chiarono, gli espulsero da Montechiaro, e diroccarono 
quel castello (2). 

Tanto le città collegate di Lombardia, che quelle 
della Marca, commiscranti la dispersione de' Milanesi, 
ed accorte di quanto giovamento quelli potrebbóho 
essere alla confederazione loro se fossero ristabiliti, uni- 
rono tutte le forze loro, e sul declinar di aprile dello 
stesso anno, le inviarono intorno alla desolata Milano a 
richiamarvi la profugata popolazione, a difenderla ed 
aiutarla a restaurare le diroccate abitazioni, a chiudere 
le spaziosissime brecce, onde ne erano aperte le mura* 
Mentre davasi opera a tali cose, le schiere degli air 

titolato: Memorabilia antiqua cwitatis Brìxiae^ ed altra fatt<| 
da Zamboni io conservo nella sua Collettanea E. fol. 8f e 
quelP atto comincia con queste parale. In Xti nomne, die 8 

exeunte Aprile, in Castro Monti sciavi. Presentibus etc 

In presenti Comites Naurisius, Tizolius, et Azzo de Longhis 
&. Nostri Imp. Comites Monti s alari , Asulae, Afosi, et alia-? 
rum Ieri arimi etc. etc. 

(1) Dalla deposizione di Ogerio Yita ottavo testimonio esami- 
nato nel sopra indicato processo, si legge: Augerius Vita de 
Redoldesco eodcm die receptus testis , dicit .... Comites qut 
litigante qui dìcuntur Co. Ugones, apellarì Coniites de Mori" 
teclaro, et similiter sui antecessores» 

(2) Di quel diroccamento parlano le cronache Bresc. di s. Gio- 
e di s. Pietro; la prima dice assolutamente: Monsclarum de- 
structum, la seconda solamente: Castrum Mofttisclari destructum* 



234 LIBRO DICIOTTESIMO 

mmmmm leati sforzarono i Lodigiani ad associarsi essi ancora 
^°P° alla lega, e conquistarono nuovamente il restaurato 
anno castello di Trezzo, dove una guernigione tedesca qu- 
1167. gtodiva il tesoro di Barbarossa, il quale fu di altissima 
giovamento alle città collegate. Ebbe avviso Federico 
di que' trambusti 9 mentre per gli impegni assunti a 
favore dell' antipapa non potevasi spiccare da Roma- 
gna, e mordendosi il dito andava protraendone le 
vendette. Ma colte ad un tratto le sue truppe da un 
tifo pestilenziale perivano alla dirotta, e ne fu tanta la 
strage, che solo di nobili ne caddero circa duemila (1). 
§ 16. Sbigottito l'imperatore ad un tanto infortunio, 
ritirossi dalla Romagna , e traversata 1' Etruria tentò 
valicare gli Appennini, onde eqtrare in Lombardia; ma 
que' da Pontremoli, sostenuti da altre genti, gli chiu- 
sero i passi; e perciò fu costretto a prendere le vie 
della Lunigiana ed a giovarsi dei passaggi che il mar- 
chese Obizzo Malaspina a lui concedette attraverso agli 
stati suoi (2). 

Finalmente fiacco dal viaggio, emunto di truppe, ed 
ardente dall'ira, superati i valichi del Genovesato, 
giunse a Pavia, dove pubblicò un manifesto, nel quale 
dichiarò nemiche dell' impero le città collegate della 
Lombardia e della Marca Trivigiana; e senza dar tempo 
ad indugi, sostenuto dal marchese Malaspina, da quello 
di Monferrato e dall'armi de' Pavesi, de' Novaresi e 
di que' da Vercelli, si spinse contro il territorio mila- 

(1) Godefridus Monachus, apud Freherum. I più distinti che 
perirono in quella occasione furono Federico duca di S ve via 
cugino dell' imp. Guelfo II di Baviera, P arcivescovo di Colonia, 
i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden, ecc. ecc. 

(2) Cardinalis de Aragonia, in Vita Alex. Ili apud Murai. 
toni. 3 pari. 1. Rer. Italie. 



LIBRO DICIOTTESIMO s85 

toese, devastò Rossate, Abbiagrasso, Mazzenta, Corbetta^^S^ 
fcd altri paesi. I Bresciani, i Bergamaschi, i Lodigiani^ ^°P? 
i Cremonesi, i Parmigiani accorsero uniti; e dopo al* anno 
cuna mossa, che osò tentare contro Piacenza, lo sfor^ I,t,y * 
zarono a ritirarsi in Pavia (1). 

Ivi, percosso da un sospetto continuo e dalla paura* 
trapassò Y inverno; ma appena la novella stagione co* 
minciò a sciogliere i ghiacci, che Federico mosse ra* 
fidamente in Germania, percorrendo le vie del Pie-< 
monte e della Svizzera (2), traendosi dietro in quel 
viaggio molti di quegli ostaggi, che aveva egli avuti 
dalle città di Lombardia. Arrivato presso a Susa, gli 
venne denunziato, che Zilio Prandi, nobile bresciano, il 
quale era uno di quegli ostaggi, avesse secretamente 
incitate le città italiane a fugarlo d'Italia: fosse vera 0? 
falsa T accusa, non si diede tempo a processi od a di-* 
fese, e Zilio Prandi fu di subito appeso alla forca per 
man del boia (3). E 1' imperatore, dopo alcune SGabre? 
vicende, rifuggissi in Germania (4)- 

(1) Tanto si apprende da Muratori, Antiquitì Italie* Dis* 
seri. 485 nella quale ha pubblicato ancora un atto autentico di 
tjue' tempi , nel quale sono annoverate le città allora comprese 
nella Società Lombarda, dicendo: civitatem Venetiarum, Ve- 
rónam,... Vicenliam, Paduani, Trwisum, Ferraridm, Brixiam, 
Berqamum, Cremonam, Mediolanum. Laudimi $ PlaCentiamj 
Mantuam^ Mutinafn, Bonòniam. 

(1) In Alamaniam per terram Comitis Liberti de Savogia 
iter arripuìi. Murena, ubi sup. 

(5) Obsides Brix. redditi mortuo Zilio, Chfon. di s. Gio'. 
all'anno 1168. — Ffidericus ultra motites Xiliunt zuspcndìt 
cronac. di s. Pietro, e Sire Raul, in Hist. lom. 6. Ber, Italie. 
Federicus 9 die Martii suspendit Zillimn de Piando obsideni 
de Brixia, juxta Secusiam dolore ci furore repletus quod 
Ihixiens. Medioh tic* 

(4) Inde ab iit in Alamaniam ,- Sire Ratti; ubi sup, 



286 LIBRO DICIOTTESIMO 

mmmm ^ Era egli partito appena, che i collegati, sicurissimi 
D°P° che la più parte degli ostaggi, che le città italiane 
anno erano state costrette a cedergli, era custodita in Bian- 
1168. darte, si spinsero contro di quel castello^ lo presero, 
ricuperarono quegli infelici, ne trucidarono la guerni- 
gione, della quale salvarono dodici figli di nobili e 
ricche famiglie tedesche, e li consegnarono alla vedova 
dell'appeso Zilio Prandi da Brescia, perchè o vendi- 
casse a piacimento sopra di quelli la morte del marito 
costringesse le famiglie loro a comperarne il ri- 
scatto (i). 

§ 17. Preso animo i collegati per essere Y intra- 
prendente Barbarossa lontano da loro, si spinsero 
uniti contro que 5 di Pavia e contro al marchese di 
Monferrato, che allora soli in tutta Lombardia par- 
teggiavano ancora a favore di Federico. Resistei 
tero fermi t primi, ma il marchese al vedersi mi- 
nacciato voltò bandiera, ed al rimanente dei Lom- 
bardi egli ancora si collegò. Paurose le città alleate, 
che tramutandosi le circostanze, avesse il marchese a 
mancare di fedeltà alla confederazione, idearono di eri- 
gere un monumento stabile a tenere divise le forze del 
Monferrato e quelle de' Pavesi, e scelta una bella si- 
tuazione fra Pavia ed Asti, assumendo un'ardita im- 
presa cominciarono ad erigervi una nuova città, cui 
dal nome del papa Alessandro III diedero il nome di 
Alessandria* E siccome le opere procedono a meraviglia 
ove concorra a giovarle uno spirito pubblico concorde, 
fu quella città in brevissimo tempo circondata da fosse 
e da ripari in modo, di essere in grado a resistere ad 

(t) Joannes Salisburgensis in epist. — Muratore Annah t. 6 
f 490. 



LIBRO DICIOTTESIMO 387 

attacchi ostili; e fu sollecitamente pur popolata da circa^559H 
quindici mila persone (1). J?°P? 

Mentre tutte le città della Marca Trivigiana, cioè anno 
quelle che di presente ad un di presso appartengono n ^ 4 
al regno veneto, e le lombarde, trattane la sola Pavia, 
con tanta concordia ed ardore adoperavansi per la causa 
comuue, non mancavano fra di quelle alcune, che per 
cause particolari contendevano fra se medesime. I Ber- 
gamaschi mal soffrendo le condizioni della pace cele- 
brata coi Bresciani dodici anni addietro nella chiesa 
di san Michele presso Telgate, ne ruppero la fede, ed 
occuparono all' improvviso le castella di Volpino, Ce* 
retello e Coallino, che avevano allora spontaneamente 
cedute (2). Non rapportano i cronisti che i Bresciani 
abbiano tentata una subita vendetta di quell'affronto: 
il falco sa attendere con destrezza l' istante propizio a 
spingersi cori violenza, e ad abbrancare per le pupille 
il quadrupede silvestre. Quelle tre castella non interes- 
savano immediatamente la città, ma il vescoto della 
medesima, perchè erano giurisdizioni episcopali; e die* 
tro a ciò altri motivi, quali comuni colle città confe- 
derate, quali particolari di Brescia, impegnavano di al- 
tra maniera le forze della città. Non è quindi meravi-» 
glia, se prudentemente i Bresciani lasciarono per alcun 
tempo le male azioni dei Bergamaschi invendicate^ 

I Cremonesi ancora in que' tempi stessi tentarono di 
perturbare ai Bresciani il pacifico possesso del fiume 
Ollio, cui già da gran tempo godevano, e di occupare 



(1) Caffati, Annoi. GenuefiSi tom. 6 Rer. Italie. — Cardi- 
fialis de Aragonia 5 in Vita Alexandri III tom. 3 part* i* 
Rer. Italie. 

(2) MalveL Distinti. J cap* 4& 



28& LIBRO DICIOTTESIMO 

ancora alcune loro castella. I consoli di Brescia rac- 

j;°P? colsero le soldatesche, e si disposero a ribattere quegli 
anno invasori; tanto bastò perchè i Cremonesi, deposta ógni 
11 8# audacia, si avessero a ritirare dalle castella non siiè, e 
nelle quali si erano intrusi, e perchè avessero a giurare 
sugli evangeli di non più sturbare ai Bresciani il pos- 
sésso dell' Ollio, di ambe le sponde del medesimo o 
quant' altro mai fosse di loro pertinenza (i). 

§ 18. Mentre i Bergamaschi agitavano i Brescianf 
ad un lato ed i Cremonesi all' altro, pareva che gli 
elementi ancora congiurassero ai danni di questa pur 
troppo agitata provincia. Dal giorno 25 del luglio 1167 
sino ai nove del gennajo seguente, per cinque mesi e 
mezzo continui imperversarono incessantemente le piog- 
ge; per le quali gran parte de' prodotti marcì misera- 
mente per le campagne, né alle stagioni opportune sì 
poterono coltivare le terre e spargere le Solite sementi; 
al quale infortunio succedette una terribile carestia (2). 
Nel giorno del santo Natale fu scossa questa provincia 
da un orrido terremoto, e con tanta violenza, che mol- 
tissimi rimasero sepolti vivi sotto le rovine degli ab- 
battuti edifici; neli' inverno seguente poi cadde in tantaf 
copia la neve, che àncora rie' paesi della pianura giunse 
all'altezza di nove piedi (3). 

Che i conti Longo, i quali per la spontanea cessione' 
énfiteutica delle campagne di Montechiaro eransi da 



(1) Malvet. Disi. 7 cap. fy}i 

(2) Chronic. Fossae novae, apud Murai. foni. 7 Rer. Italia 
col. 873. — Chronifc. variuitì PisanuM, ibid. toni. 6 col. i8o r 
et i8r. 

|5) Fuitque etiam temporibus illis nix alta pedilus novéttP 
Mai vèti Disti 7 cap: ^1 et tys* 



LIBRO DICIOTTESIMO 289 

già due anni addietro mercata la benevolenza del co- » 

nmne e degli abitanti di quel paese, ed avevano per D°P° 
tale maniera sfuggita l'espulsione allora sofferta dai ^uuo 
loro cugini i conti Ugoni, seguitando forse eglino an- in- 
cora il sistema praticato dai grandi feudatari, sieno 
stati fermi ai partito imperiale, abbiano rifiutato di 
ascriversi alla confederazione lombarda, ed abbiano per 
questo incitata Tira dei cittadini; certo è che quelli si 
spinsero nuovamente contro Montechiaro, e nuovamente 
ne abbatterono il castello e la rocca della Minerva (1). 
L'imperatore Federico fatta raccogliere in Bamberga 
un'adunanza di principi e di prelati, fece da quelli 
dichiarare suo figlio Arrigo re di Germania e d'Italia. 
E conoscendo di quanto vantaggio gli potrebbe essere 
una amichevole corrispondenza col vero papa, schifo però 
dallo scendere ad uua ingenua corrispondenza conesso Anno 
ìlui, perchè sdegnava di mancare alle promesse date I,? °' 
all'antipapa Pasquale, spedì a papa Alessandro III un 
prelato munito di istruzioni furbesche, onde tentare 
una interinale riconciliazione conesso lui. L'accorto pon- 
tefice si avvide di quelle trame, accolse con gentili 
maniere il legato imperiale, e senza discendere a de- 
terminazione alcuna lofriuiandò (2). Riuscito vano a 
Barbarossa quello scaltro attentato, dopo essersi stu- 
diato di tranquillare alcuni turbamenti che agitavanlo 
iin Germania, diedesi ad allestire un forte esercito, onde 
scendere nuovamente minaccioso in Italia (3). 



(1) Inter haec anno MCLXIX, Castrum Montisclari , op- 
pìdumque Minervae a cwibus Brixiae dirupta sunt. Malve£ 
Dist. 7 cap. 68. 

(2) Cardinalis de Aragonia, loc. cit. col 461. — Baronius ad 
ann. 1170 § 58. 

(3) Godefridus monacus, in Chronico. 

VOL. III. ,9 



2 S o LIBRO DICIOTTESIMO 

- Ma le città collegate d' Italia non tenevansi intanto 

Dopo j e man ; intorpidite sotto !e ascelle. Que' di Milano non 

contenti di avere restaurata la città loro dalle solierte 

rovine^ ne ampliarono il circuito; con nuove mura e 

nuove torri e nuovi bastioni la difesero; e fra ì recinti 

ne compresero ancora le basiliche di sant'Ambrogio; 

di s. Lorenzo^ di s. Nazaro e di s. Eusebio, che prima 
Anno ili 

si 71. erano subornane; ed un marmo ne conserva ancora 

la ricordanza dei consoli di Milano Arderieo della Tor- 
re, ed Oberto dall'Orto che fra gli altri presiedettero 
a quelle costruzioni (1); e contemporaneamente tutte 
quelle città collegate fermarono patto, ed in moltiplica 
maniere lo giurarono (2) di opporsi di tutta forza a 
quanto fosse per tentare V imperatore Federico contro 
di loro, e di guerreggiare qualunque altro ancora osasse 
di parteggiarlo (3). 

Mentre que'cli Milano l'istauravano ed ampliavano la 
città loro, e con nuovi fortilizi*! la assicuravano, i con- 
soli di Brescia, de' quali era priore Arderieo Sala, fe- 
a„™ cero costrurre dentro le mura e presso la porta orien- 
*i 73, tale della città una piazza assai spaziosa; e perchè la 
destinarono ad uso di pubblico mercato, venne detta 
piazza del mercato nuovo, nome col quale è distinta 
ancor di presente (4)- Non servì però quella a lungo 
per un uso così interessante il commercio; perchè fra 



(1) Marmo rapportato da Puricelli nell'opera detta: Monu- 
menta Basilicae Ambrosianae. 

(2) Tisi, Notizie Storiche di Mantova, tom. 2/. 344- 

(5) Guerram vivant jaciam Imp. Federico si intraverit Lom- 
hardiam etc. Così leggesi presso Muratori, Antiguit. Italie. 
Dissert. fò col. 266. 

(4) Mercatum novum ab Arderieo de Salis et socìis suis 
constructum. Chronac. di s. Pietro ad ann. MCLXX1II. 



LÌBKO DICIOTTESIMO agi 

Tion mollo venne conversa in piazza di ricreazioni, di ^^^f? 
passeggi e di delizie (i). Dopo 

§ ig. Quando verso la fine del settembre 1 17 4? nien- anno 
tre la Lombardia era tormentata da una asprissima Il 74- 
carestìa, Barbarossa seguitato da Ladislao re di Boemia, 
da una lunga schiera di principi e da un potente 
esercito, calando giù per le rupi della Savoia, discese 
in Italia ; e dopo di avere dietro placide coudizioni 
occupato Turino, Susa ed Asti, si spinse di tutta furia 
contro Alessandria, città cui egli considerava costrutta 
a suo dispetto, e dal nome del pontefice Alessandro III, 
nominata ancora a suo dispetto Alessandria, e la cinse 
di assedio. Quella piazza resistette indomita per oltre 
cinque mesi all'impeto dell'armi e delle macchine im- 
periali, ed era per resistere più a lungo ancora, ma 
cominciava a peuuriare di viveri. I direttori della Con- 
federazione italica ne ebbero appena l'avviso, che chia- 
marono tantosto allarmi tutte le città alleate: accorsero 
allora frettolosamente e Milanesi e Bresciani e Berga- 
maschi e Novaresi e Vercelliui e que' di Verona, di ^ nno 
Vicenza, di Padova, di Trivigi, di Piacenza, di Man- 117^. 
tova, di Parma, di Modena, di Reggio, di Ferrara ed 
altri, e raccolta una potente armata (2) la condussero 
a campo nelle vicinanze di Tortona^ solo dieci miglia 
in distanza dalle tende imperiali. La minaccia di quel- 
Toste spaurì Barbarossa, lo costrinse a sciogliere l'as- 
sedio di Alessandria e ad andare ad accamparsi ia 
una posizione, nella quale gli Alessandrini non potes- 
sero attaccarlo ad un lato e le schiere de'collegati al- 
l'altro; e mentre paventavasi immineute una sauguino- 



(1) Malvet. Disi. 7 cap. 5*2. 

(2) Galvano dalla Fiamma, Manip. Florum^f, 204. 



2 9 2 LIBRO DICIOTTESIMO 

mmmamm S si ss ima bai taglia, molli ragguardevoli personaggi, dei 
Dopo q ua li alcuni erano Italiani ed altri Tedeschi, si inter- 
anno posero, supplicarono una sospensione di anni ed una 
ri 7 D ' amichevole composizione. Fra quegli illustri e provvi- 
dissimi signori si distinsero Ecelino I, detto da Onara, 
che fu l'avolo del famoso Ecelin da Romano; Anselmo 
Doara cremonese, padre del celebre Buoso, del quale 
si avrà molto a dire, ed il marchese Obizzo d' Este. 
Federico acconsentì a quelle istanze, purché nel trattato 
di accomodameuto avesse a conservarsi illeso l'alto do- 
minio imperiale sopra le contrastanti città; ed accon- 
sentironvi ancora i deputati della lega, purché si avesse 
a conservare illesa la repubblicana indipendenza di 
governo delle città confederate (i). 

Mentre gli arbitri scambievoli raccolti in congresso 
discutevano le diverse pretensioni delle parti, e studia- 
vansi di fermare gli articoli del trattato, ciascheduno 
supponendo certissima la pace, rimandarono gran parte 
delle soldatesche alle patrie loro. E Barbarossa, che 
non aveva già deposta l'idea di combattere, ma solo 
fingeva propositi di pace, finché gli fossero arrivati di 
Germania i nuovi rinforzi che andava sollecitando (2), 
spediva sovente a' suoi arbitri nuovi progetti ed elen- 
chi di nuove pretese, e le spingeva altissime, perchè 
non avesse a succedere combinazione. Non tardarono i 
collegati ad accorgersi di que' maneggi, ed indispettiti 
si ritirarono dal congresso. 

Obizzo, marchese di Monferrato, si era ascritto alla 
confederazione, quando vi fu sospinto dalla paura dei 
collegati, ed appena aveva veduto Barbarossa disceso 

(1) Gherardus Maurisius, in Chronic. — Dalla Fiamma, ibidem. 
(1) Muratori, Dissert. 48, Antiquit. Italie. 



LIBRO DICIOTTESIMO s 9 3 

nuovamente in Italia , trattisi dietro le spalle i giura- — 
nienti prestati alla lega, a Barbarossa nuovamente si ^°P° 
congiunse} lo stesso fecero i Comaschi; i Pavesi erano aijna 
sempre stati fedelissimi suoi partigiani, ed i Cremonesi, !1 7^ 
quantunque fossero stati fra i primi a collegarsi, pure 
dopo disceso l'imperatore avevano dati non dubbi se- 
gni di poca fermezza alla giurata confederazione (i). 
Essendo le cose in tale stato trapassarono più mesi. 
Federico teneva per ordinario le stanze in Pavia, aspet- 
tando ansiosamente da Germania i sollecitati sussidi; 
ed i direttori della lega invigilavano accortamente o^ui 
movimento ostile, e cou frequenti esercizi! agguerrivano 
le soldatesche. 

§ 20. Quando dagli scabrosissimi sentieri delle rupi 
elvetiche cominciarono a discendere lunghe schiere di 
armati tedeschi. Appena ne ebbe Federico l'avviso, che 
accorse ad incontrarle fiuo a Belinzona, e con quelle 
e con le truppe dei Comaschi suoi alleati avviossi verso 
il Ticino, onde congiungersi con le armi del marchese 
di Monferrato e di que'di Pavia. I Milanesi, accortisi 
di quelle mosse,* eccitarono di tutta fretta i collegati 
ad uscire ed a porsi a campo, onde prevenire Y unione 
dell' esercito tedesco , la più. parte del quale era ad- 
dietro ancora, colle forze degli alleati imperiali di Lom- 
bardia. Non dormigliarono i confederati a quell'avviso, 
e primi di tutti i Bergamaschi, i Bresciani, i Novaresi, 
i Vercellini, i Lodigiani e que' di Piacenza, perchè più 
vicini, indi a proporzione delle distanze arrivarono gli 
altri ancora, ed andarono ad accamparsi fra Borsano e 
Bustarsiccio, per meglio indicare, fra Leguauo ed il 



(1) Card, de Aragonìa, in Fila Alex. /IL 



a 9 4 LIBRO-DICIOTTESIMO 

Bgggg Ticino (i); ed ivi con in mezzo il carroccio si posero 
f>°po in ordine di battaglia. Sorgeva l'alba del mastio 1176, 
anno cne * capitani di quel campo spedirono un grosso corpo 
11^6. di cavalleria ad iscoprire le mosse dell'inimico: non 
erano qtie' circa settecento soldati avanzati tre miglia, 
che scontrarono una schiera di cavalleria tedesca, e di 
tutto colpo con quella si azzuffarono. Stettero alcune 
ore indecise le sorti, ma cresciuto il corpo de Tedeschi, 
per le truppe che a quello ad ogni istante sopraggiur 
gnevano, gli Italiani furono costretti a dare addietro, 
e ritirandosi trassero quelli che gli inseguivano fin dove 
erano approntate le schiere de' collegati. Trovatisi per 
quella mossa da fronte a fronte i due eserciti ostili 
cominciossi di tutta furia l'attacco: Io spirito di con- 
quista e la cupidigia del bottino spingeva gli uni al 
conflitto; gli altri vi erano incitati dalla difesa de' pro- 
pri focolari e della patria libertà; vibrando il ferro 
slanciavansi gli uni al cimento, impavidi gli altri ri- 
spondevano col ferro. Il mugliato comando de' capitani, 
l' impeto de' cavalli, il fischio delle frecce, il lampo 
delle spade, il cozzo degli usberghi, il clamore de' fe- 
riti , il sangue e più di tutto l'ira accecata, furente, 
tutto concorreva a rendere terribile quella giornata. 
Spingevasi ognuno per incalzare, ognuno sdegnava di 
recedere. Quando caduto e calpestalo da cavalli il su- 
premo banderaio de'Tedésehi, rotte le prime file de'me- 
desimi, rovesciato di sella lo stesso Federico, e costretto 
a salvarsi fuggendo con estremo pericolo attraverso alla 



(1) Sire Raul, Hi si. de Gestis Friderici I lom. 6 Rer. Italie, 
11 nome oltramontano di questo autore non deve mettere alcun 
sospetto, perdi è. quantunque egli fosse nato in Francia, allora 
però viveva e scriveva in Milano. 



LIBRO DICIOTTESIMO a 9 5 

ni Ischia, tutte si sbandarono le sue schiere, gran Darte- 
li eli e ciuali rimase vittima del ferro de' collegati e di * )o ! )0 
quel numero quasi tutte le milizie di Como. Il bottino anno 
che trassero i confederati dallo spoglio del campo, pel ll l^* 
gran numero di cavalli, di bagagli, di armi, di arredi, 
e quel che è più della cassa di guerra imperiale, fu 
doviziosissimo (1), e fu tanto considerata dagli alleati 
quella vittori?, che in Milano festeggisene poscia per 
lungo tratto la ricordanza anniversaria (2). 

g 21. La sconfitta di Legnano fece abbassare di molto 
la cresta a Federico; abbattuto dal pericolo, onde aveva 
salvata a stento la vita, spoglio di danari e di genti, 
persuaso alla fine quanto vantaggiose gli potrebbero 
essere le corrispondenze amiche col vero papa, gli inviò, 
siccome legati plenipotenziari, gli arcivescovi di Ma- 
gonza e di Maddeburgo ed il vescovo di "Wormz. Papa 
Alessandro accolse volontieri quella ambasceria ad Ana- 
gni, dove egli allora ospiziava, e rispose di iu;ere pron- 
tissimo alla pace, purché in quella fossero compresi 
ancora i confederati italici ed il re di Sicilia; e fiso 



(1) Intcrfectorum, submersorum, captivorum non est mime- 
ras. Sculum Imperatoris 9 vexillum^ criicem, et tarìceam habe- 
rnus. Aurum et argentimi multum in cliielUs ejus repcrimus...* 
infinitum captivorum numerimi 5 etc. , etc. Così si espressero i 
consoli di Milano in una lettera, che allora indirizzarono a quei 
di Bologna, lettera conservata e rapportata da Rodolfo di Di- 
ceto a f. 591, 

(2) Un antichissimo Calendario della chiesa milanese, dato ili 
lnce da Muratori toni, 11 part. 1. Iler. Italie, a f. 1057, così 
si esprime: IV Kal. Junii y Sanctorum Sisinii^ Martyrji^ et 
Alexandria anno Dui MCLXXVI inler Legianum et Tici* 
uum..,. expulerunt de campo Imp. Federicum^ cimi toto exer- 
citu suOj et infiniti Teutonici capti sunt ibi . et gladio occisi^ 
ci fere tatuò- populus Cumanorum ibi remansit. 



sg6 LIBRO DICIOTTESIMO 

" - un tale principio si convenne, onde schivare maggiori 
D°P° Incomodi all'imperatore, ai delegati delle città lom- 
barde ed a quelli delle Marche di Trevigi e di Ro- 
magna, di radunarsi nella primavera dell' anno seguente 
ad un congresso in Venezia. 
Anno Erano i primi del maggio 1177, quaudo il santo pa- 
ll ll- dre, i deputati dell'imperatore, quelli delle città con- 
federate e del re di Sicilia giunsero in Venezia, ed 
alla presenza del doge Sebastiano Ziani si cominciarono le 
conferenze del congresso (1). Procedevano le discussioni, 
e se ne facevano sempre più calde le dispute, ma non 
potevasi mai convenire. Accortosi il pontefice di quelle 
difficoltà, egli che per lo innanzi era stato così largo 
di promesse ai delegati della società lombarda ed a 
quelli del re di Sicilia, e che aveva protestato ai mes- 
saggeri di Federico, che non sarebbe mai disceso ad 
alcuua composizione, se in quella non erano compresi 
ancora i Confederati ed i Siciliani, vinto forse dall' ar- 
densissimo desiderio di liberare la chiesa da uno scisma, 
volta faccia ad un tratto, e violata la fedeltà alle pro- 
messe (2), propose un trattato di pace fra l' impera- 
tore e la santa sede, e limitossi a domandare una 
tregua, relativamente al re di Sicilia ed alla italica 
confederazione. 

Quanti avevano voce in quel congresso rabbrividi- 
rono a quell' atto d' incostanza del santo padre, e lo 
stesso arcivescovo di Magonza, che era il primo fra i 
delegati imperiali, ne fece le meraviglie, ed a nome 



(1) Veggasi la Dissertazione /fi. Antiquit. Italie. Medii JEnn^ 
di Muratori. 

(2) Sigonius, De Regn. Italie. Uh. 14 ha scritto: il papa de- 
s erendo Jidem quam Longobardis promiserat. 



LIBRO DICIOTTESIMO 297 

ancora de' suol compagni rispose: » che T imperatore ^^^^ 

n aveva ordinato ed a lui ed a' suoi consorti di trat- ^°p ( > 
,. ....... , G.C. 

r> tare di pace, e non di armistizi o di tregue, e che aiulo 

n tramutandosi dal papa le proposte, non potevano ,l 77- 
» non solo venire a determinazione alcuna, ma non 
>? pure trattare di alcun articolo, prima di avere con- 
» sultato nuovamente le intenzioni dell'imperatore (1) ». 
La qual cosa si fece, e lo scaltro Federico, che ben 
vedeva qtiauto dalla buona armonia della curia romana 
sarebbe ridondato a lui di vantaggio, e vedeva aucora 
quanto fosse necessario il guadagnar tempo, onde porsi 
in islato di combattere i collegati ed il Siciliano, segnò 
secretamente la pace col santo padre \ e poscia per 
mezzo della interposizione di lui, accordò una tregua 
di sei anni alle città confederate ed un'altra di quin- 
dici al re di Sicilia. 

Mordevausi per lo dispetto il dito i deputati di Bre- 
scia e quelli delle altre città alleate, né sapevan par- 
tire che papa Alessandro avesse francato i suoi inte- 
ressi con un trattato di pace, e lasciate le città loro 
esposte, dopo finita la tregua, a nuove rotture; le città 
loro, che erauo le prime esposte al pericolo di altre 



(1) Romoaldo arcivescovo di Salerno, che era a quel congresso, 
siccome legato del re di Sicilia, nella sua cronaca pubblicata da 
Muratori nel tom. 7. Rer. Italie, rapporta della seguente ma- 
niera la risposta data da Cristiano arcivescovo di Magonza e 
deputato imperiale al s. Padre in quell'occasione ? Nos ab /m- 
peratore accepimus in rnandatis, ut vobiscum de pace Ecclesiae^ 
Regis Siciliae , et Lombardorum haberemus colloquium, et 
tractatum\ sed quia vos trac tatù pacis omisso, novum verbum 
nobis de treguis faciendis proponitis, non possumus Sanctitati 
vestrac super hoc certuni dare responsuin, quoadusque verbum 
ìstud quod de novo audwimus ad Imperatoris audientiam re* 
feranius. 



2 9 8 LIBRO DICIOTTESIMO 

s ■ discese di eserciti germanici, e che sole avevano e coi 

Dopo t esor i e co l sangue sostenuti i travagli dell' ultima 
;mno guerra, ed abbassata 1' alterigia di Barbarossa (i). Ma 
11 77* fatta di necessità virtù, e considerando da buoni cat- 
tolici, che per quel trattato aveva avuto termine lo 
scisma, ed era stata finalmente restituita la tranquillità 
alla chiesa, ringraziarono V Altissimo, e seguitando le 
pie costumanze, cantarono il Te-Deum. 

§ 22. Non trascurarono però le città alleate di ten- 
tare i mezzi necessari, onde possibilmente provvedere 

ai loro interessi, e verso la metà di settembre dell'anno 
-Anno . . . , * « i 

ii^8. seguente, avviarono ì propri deputati a Parma, perchè 

raccolti in congresso, avessero a trattare de'mezzi d'im- 
pedire a Barbarossa ulteriori discese dall' Alpi come 
nemico, de' mezzi di ribatterlo, caso che lo facesse, e 
d'intromettere frattanto ragguardevoli personaggi, onde 
ottenere ferma pace. I Deputati, che intervennero a 
quel congresso, furono Guglielmo de Osa da Milano, 
Ardizzone Gonfalonieri da Brescia, Guglielmo Napelli 
da Bergamo, Eleazaro da Lodi, Malvezzo da Mantova, 
Bonifacio da Piacenza, Manfredi da Parma, Amabei da 
Verona, Albrici da Padova, Astolfi da Trevigi, Pio da 
Modena, Guidotti da Reggio, Rodolfi da Bologna (2), 
i quali per avventura saranno stati incaricati di trat- 
tare ancora in nome di quelle città associate, delle 
quali non leggesi il nome dei propri delegati. Non 
resta però memoria alcuna delle determinazioni che si 
ebbero da quel congresso. 

§ 23. Tornato allora liberamente il sommo ponte- 
fice Alessandro ìli alla sacra sua sede in Roma, dalla 



(1) Sire Raul, ubi Slip. 

('i) PtuicelU, Monumenta Basiticele Amhrosianae* man. 57 3* 



LIBRO DICIOTTESIMO »99 

quale città per ordine di Federico era stalo espulso ^^^"^ 
]' antipapa Pasquale 111 ed ogni suo aderente (i), ra- ^"i^ 
dunò gran parte dei prelati della chiesa e gii slessi anno 
consoli ed i senatori di Roma a generale consiglio n 7i)- 
nella basilica di Laterano, dal quale si tennero tre 
sessioni, e si fermarono ventisette canoni. I principali 
de' quali erano diretti a fissare alcune regole, onde 
prevenire gli scismi, a correggere le scostumatezze e 
le cupidigie degli ecclesiastici, ed a reprimere l'eresia 
de' Manichei, che sotto varie nomenclature e variate 
diramazioni, per larghissimi tratti dell' orbe cristiano 
andava a que' tempi ripullulando (2). Quel sauto padre 
sopravvisse circa due anni a tanta compiacenza, e ^nno 
passato poscia a miglior vita, cedette la cattedra apo* n8i f 
stolica a Lucio III suo successore (3). 

In que' frattempi passò ad altra vita ancora il ve-? 
scovo di Brescia Raimondo; aveva quegli reso illustre 
il suo pontificato per lo ardente zelo e per le molte 
virtù: egli aveva procurata la pace fra i Bresciani ed 
i Bergamaschi, della quale si è già detto; aveva eoa 
una sentenza affrenate le ambizioni di Lanfranco abate 
de' Benedettini di santa Eufemia di Brescia, che ten- 
tando usurpare i diritti goduti allora dal parroco di 
Manerbio, pretendeva una speciale giurisdizione sopra 
la chiesa di Cigole (4); aveva fatta un'ampia elargii 



(1) Giovanni ria Ceccano, Chronac. Fossae novae. 

(2) Labbe, toni, io Conciliar, pag. 1607. — Fleury, Uh. fé 
cap. 20 e scg. 

(3) Pagi, Chritic. Baronii ad ann. 1181. 

(\) Gfadenigo ha tratta quella sentenza ria una pergamena 
dell'archivio delle monache di s. Gosmo di Brescia, e Tha pub- 
blicata, fJrìx. Sacr. pag. 21 5. 



3oo LIBRO DICIOTTESIMO 

— ""— zione al capitolo della cattedrale di Brescia di tutte 
J?°P° le decime, regalle e possidènze, che egli godeva in 
anno Castenedolo e uè* suoi dintorai (i); aveva il vescovo 
ll $ l * Raimondo investito di altre giurisdizioni feudali Y illu- 
stre famiglia de* conti Martiuengo (2)$ aveva concesso 
a Gubera badessa del monastero di santa Maria, che 
era allora in Manerbio, la facoltà di estrarre da un 
largo vaso d'acqua, che egli aveva in Bagnolo, un 
altro vaso, provvidissimo per le irrigazioni di spaziose 
campagne di Manerbio e di altri paesi vicini, sopra al 
qual vaso vennero costrutti ancora vari edifici a ruo- 
ta (3). Raimondo finalmente, siccome era solito ritirarsi 
per alcune settimane ogni anno in un ostello prossimo 
alla antichissima chiesa di s. Pancrazio di Montechiaro, 
e su quel colle, lungi dal frastuono delle genti, volgersi 
pienamente a Dio, aveva preso per Montechiaro una 
affezione particolare ; procurò per questo ed ottenne da 
papa Alessandro un distintissimo privilegio alla pai> 
rocchiale di quel paese (4). 

§ 24- Mentre scorrevano gli anni della tregua ae* 
cordata dall'iniperatore Federico alle città italiche con^ 
federate, anni funestati da una lunga ed asperrima ca* 



(1) Il diploma di quella donazione si conserva nelP archivio 
capitolare di Brescia. 

(2) Malvet. Dist. 7 cap, fé. 

(3) Il documento, col quale il vescovo Raimondo concesse quel 
vaso d'acqua al monastero delle monache di Manerbio, era nel- 
l'archivio di quelle di santa Pace di Brescia, e Gradenigo lo 
ha pubblicato nella Brixìa Sacra, pag. 220. 

(4) Di questa cosa ha dato un qualche indizio Ugheili, Italia 
sacra, tom. 4 col. 741. Ne resta però il documento autentico 
nelP.archiv, Com. di Montechiaro, del quale io ne conservo co* 
pia tutta da Zamboni, Collettan. E. f. 31, 



LIBRO DICIOTTESIMO 3oi 

restìa (i), presero partito i Bresciani tli sperimentare ^^^ 
se l'amministrazione delle pubbliche cose potesse essere Dopo 
per avventura meglio raccomandata ad un solo , che anno 
nona molti; e dietro tale intendimento, invece di eleg- n ' 5, 
gere i consoli che alla fine del giugno 1182, avessero 
a succedere a quelli, che dietro costumanza ordinaria, 
dovevano discendere dallo scranno curule, chiamarono 
da paese forestiero un distintissimo personaggio, che era 
detto Gulielmo de Osa milanese, lo elessero podestà di 
Brescia, ed a lui affidarono la somma de'pubblici affari; 
salva però sempre la deliberazione di quelli che co- 
stituivano il cousiglio della Credenza , e quello gene- 
rale (2). 

Sebbene Marquardo di Grumbrach, fino dall'anno 1 1G2, 
avesse diretla la pubblica amministrazioue di questa 
provincia col titolo di podestà^ ciò non pertanto si può 
affermare che Gulielmo de Osa sia stato veramente il 
primo podestà di Brescia; perchè Grumbrach, quantun- 
que onorato di quel titolo, non fu però elevato a 
quella patria dignità per ispontanea elezione dei citta- 
dini, ma vi fu spedito da Barbarossa, siccome ministro 
piuttosto di angarìe e di oppressioni che non di governo; 
ed il milanese de Osa vi fu promosso per voto concorde 
dei pubblici patrii consigli. Il primo ne lo dipingono 
le cronache qual sanguisuga, del secondo non ne tra- 



(x) La oronaca di s. Gio. all'anno MCLXXI, comincia a 
dire : inceptio carioris temporis $ ed agli anni MCLXXVI e 
MCLXXXI continua a dire lempus plus canori e la cronaca 
poi di s. Pietro che incomincia a dire: caritas annone all' an- 
no MCLXXII, che lo ripete all'anno MCLXXV1I, procede a 
dire tempus strìctum fino all'anno MCCII. 

(2) Ambe le sopraccitate cronache all'anno MCLXXXII, ri- 
cordano Gulielmus de Osa poltas Brix. 



3o* LIBRO DICIOTTESIMO 

•" ""- mandano querele. Dimentichino per questo i Bresciani, 

D°P° se il possono^ il lìome di Marquardo di Grumbrach > 

anno come dimenticherebbero volontieri gli Efesini, quello di 

U82. Eraslonej e ritengano che il primo podestà di Brescia, 

e per le maniere legittime, onde fu eletto, e per la 

non lamentata condotta ministeriale, che egli tenne, fu 

Gulielmo de Osa. 

§ 25. Frattanto Brescia e le altre città, che alla so- 
cietà lombarda appartenevano , non sapevano vivere 
quiete, essendo tutta la tranquillità loro raccomandata 
puramente ad una tregua, il termine della quale au~ 
davasi ogni giorno approssimando. Supplicarono per 
questo alcuni altissimi personaggi, perchè avessero ad 
intrommettersi presso l'imperatore ed addurlo ad una 
ferma pace. Il Pontefice Lucio III e lo stesso figlio di 
Barbarossa, il re Arrigo YI si adoperarono gagliarda- 
mente per un tanto affare (1); ed uno della illustre 
famiglia de' signori Cardinali da Brescia, famiglia che 
andò estinta presso la fine del secolo XIV, il quale era 
Gulielmo allora arcivescovo di Ravenna, ansiosissimo 
del bene della sua patria e di quello insieme di tutte 
le altre città con Brescia confederate, quantunque fosse 
provetto di età, e quantunque il viaggio di Germania 
fosse allora, per le non anco eseguite innovazioni delie 
strade , assai più scabro che non è di presente, nulla 
si sgomentò di valicare i ripidi passaggi dell'Alpi, di 
andare a presentarsi all'imperatore e di adoperarsi a 
tutt'uomo, onde addurlo a concedere pace (2). Che non 



(1) Muratori, Antiquit. Italie, medii aevi^ Dlssert. $>. 

('2) Gulielmo Cardinali di Brescia, che allora occupava la 
cattedra arcivesc. di Ravenna, è lascialo in dimenticanza da 
pressoché tutti gli scrittori. Fra quelli io trovo il solo autore 



LIBRO DICIOTTESIMO 3o3 

ottengono le ingenue, ragionate e vivamente prodotte—- -" 

istanze ? Federico colpito dalle fervorissime suppliche ^°p^ 

di quell'ottimo vecchio bresciano di nascita ed arci- nriXÌ0 

vescovo di Ravenna diede luogo a negoziazioni di pa- **o 2 ' 

ce, commise un congresso da radunarsi a Piacenza allo 

spirar dell'aprile n83, inviò a quel congresso i suoi 

deputati, le città confederate vi spedirono esse ancora 

i loro; fra le quali Brescia delegò a tale incarico Oprando 

Martinengo, personaggio al quale Malvezzi ha dato lode 

per la molta prodezza (i); le altre città della lega, che 

spedirono deputati a Piacenza in quell'occasione, furono 

A n Ti fi 
Milano, Bergamo, Verona , Vicenza, Padova, Trivigi , u§j t 

Mantova, Modena, Reggio, Parma, Bologna, Faenza, 
Lodi, Novara, Vercelli e le dipendenti dal marchese 
di Monferrato Obizzo Malaspina (2). 

Dagli scambievoli delegati a quel congresso si di- 
scusselo e si concertarono gli articoli del trattato; de- 
finiti i quali, i delegati medesimi mossero in Germania, 
e lì presentarono all' imperatore, che era allora a Go- 
stanza, il quale gli approvò, ed il dì 25 giugno dello 
stesso anno li confermò con un diploma, che leggesi 
ancora (3); e di tale maniera venne celebrata la famosa 

della cronaca Ravennate stampata dal P, Bacchiai ? dietro alla 
rara opera di Agnelli, detta Liber Pontìjicalis^ sive Vìtae Pori- 
tificum Ravennatum.) Mutlnae , 1708, typis Automi Capponi 3 
il quale ivi toni. 11 part. 2 f. io5, dell'appendice, ricorda ap- 
pena di quel Guglielmo il nome. Il patrio cronista Malvezzi 
però, Dist. 7 cap. 53 tesse onorata memoria di quel cospicuo 
bresciano. 

(1) Oprandum Martinengum strenuissimum civem dirrexe- 
runt. Malvet. Dist. 7 cap. 53. 

(2) Muratori, Dissert. l\% sopracit. <*- e lo stesso negli An- 
nali tom. 7 f. 35. 

(3) Quel diploma leggesi ne' testi civili, De Pace Ceslantiae, 
e più corretto nella citata Disseriazione di Muratori. 



3o/ f LIBRO DICIOTTESIMO 

B ^ MMMM> pace dì Costanza, per la quale venne solennemente ap- 

Dopo provata la libertà repubblicana delle città dell' alta 

C*. Ci. 

anno Italia, concesse dall'imperatore alle medesime tutte le 

ii8o. regalie, a se riservando solamente l'alto dominio e le 
appellazioni. E però facile il persuadersi che Barbarossa 
non accordò gratuitamente coudizioni così generose; 
una antica cronaca ne assicura, che i Piacentini sbor- 
sarono per ottenere quel trattato di pace dieci mila 
lire imperiali all' imperatore e mille a cadauno dei 
suoi legati (i); per la qual cosa è facile il credere, che 
Brescia ancora e tutte le altre città confederate avranno 
dovuto pagare per lo stesso motivo una tassa pro- 
porziouata. 

§ 26. Brescia, al ritorno di Oprando Martinengo suo 
delegato al cougresso, munito di uua copia del diploma 
della pace celebrata, e contemporaneamente le altre 
città confederate al ricevere dai loro commessi uoo 
scritto eguale, esuberarono per la gioia, e scosse da 
uno scambievole trasporto, gareggiarono a vicenda in 
festeggiare della più splendida e più romorosa maniera 
un credulo tanto avventuroso annunzio. Quelle città 
credevansi assicurata per quel trattato la futura pro- 
sperità; e ragionevolmente pur sembra che ne avessero 
un fortissimo argomento di crederlo, ma quelle speranze 
andarono per la più parte deluse, e ben di sovente si 
avvera, che 

m Incidit in Scyllam cupiens evitare Charibdyn. 

poiché, sebbene per la tranquillità, di che godettero 
quelle città per la ottenuta pace, le patrie industrie 

(1) Chronicon Placentinum, apud MuraU tom. iG. Rer. Italie. 



LIBRO DICIOTTESIMO 3o5 

non lievemente si risvegliarono; la slessa tranquillità - 

fu non pertanto la causa indiretta di terribili disastri; ^°P° 
perchè non più essendo per la paura dell'imperatore aimo 
costrette poscia le città lombarde a tenersi fermamente n-»3. 
unite, cominciarono a gareggiare fra sé medesime, ad 
insidiarsi a vicenda, a guerreggiarsi; dalle quali contese 
ne discesero i diversi partiti, e da quelli le aspre fa- 
zioni, che per oltre due secoli tributarono poscia T Italia. 
Rimesse le cose a pace fra le città della superiore 
Italia e 1' imperatore, dopo aver egli bandita, secondo 
l'uso di que' tempi, una splendidissima corte a Magouza, 
corte che superò in magnificenza quante si erano mai 
date per lo innanzi, ed alla quale intervennero e da 
Germania e da ogni altra nazione vicina i personaggi 
i più distinti (1); dopo quel tanto festeggiamento, l' im- 
peratore Federico discese nuovamente in Italia: e fu 
quella la prima volta eh' egli discese i ripidi sentieri 
dell'Alpi senza uopo alcuno d' usbergo e d' armi, e lo 
fu, perchè discese semplicemente alto dominatore ed 
amico a città suddite ed amiche, e non sospinto da 
ira e da furore di vendetta. Onorò egli 1' una dopo 
Y altra della sua presenza quasi tutte le città rimesse 
a pace; e liete quelle lo accolsero significandogli altis- 
simi segni di sommissione, di compiacenza, di fedeltà. 
la quell' occasione entrò egli in Brescia presso la fine 
del dicembre 1.184, auuo funestissimo a questa città per 
un terribile incendio, dal quale rimasero desolate le con- 
trade di sant' A g ata, di Arco vecchio e quella della 
Corte del ducei) la quale moveva da Porta Bruciata, 
e dilungavasi seguitando le falde occidentali del colle 
del castello, cioè verso la piazzetta di s. Giorgio; e 

• 

(1) Godefridus Monacus. in Chronic. 

YOL. III. 20 



3o6 LIBRO DICIOTTESIMO 

1 dbpó avere V imperatore celebrate divotamente in Brc- 
Dopo gc j a j e f esle j e j gaato Natale^ si avviò verso Venezia (i). 
aflno Pu così contento T augusto Federico delle ingenue e 
11 *' festevoli accoglienze ricevute continuamente dai Bresciani 
per tutti gli otto giorni ch'ebbe a trattenersi in questa 
città, che onde^coTrispondere con^Un tratto d' imperiale 
munificenza, e sapendo quanto fosse dai Bresciani ri- 
putalo e venerato il regio monastero di santa Giulia, 
fece a quello ima donazione di Jampie possidenze (2). 

§ 27. Già fino dalla primavera di quest' anno, per 
interposizione del vescovo Giovanni Griffi da Fiumi- 
cello, l'imperatore Federico aveva concesso ai Bresciani 
il diritto di costruirsi una zecca loro particolare (3): 
e già fino dal secondo giorno di maggio, che era un 
mercoledì, avevano cominciato a coniare moneta pro- 
pria (4), e ne avevano gettata una d' argento corrispon- 
dente al peso ed al valore di un soldo imperiale. In- 
torno al margine destro di quella moneta era scritto 
FREDERICYS, nel centro del lato medesimo FRI, cioè 
primus: nel centro del rovescio era segnata una $, e 



(t) Ghronac. di s. Gio. anno MCLXXXI V..*. combusta est 
contrdta arcus, et s. Agatae ^ et curie Ducis , et eodem anno 
de mense Septembris Federicus intravit Italiam^ et Natale 
fecit Brisiam. — Malvet. Dist. 7 cap. 55. Mense Decembrio 
in eam cwitatem Brixiae pervenite qui a cwibus cum grandi 
festwitate recepfus, ibidem diebus odo inducias traxit. 
(2) Margarini, Bullar. Casinense^f. 206, constitut. 2o3. 
(5) Ottavio Rossi, Blog. Histor.f. 34. 

(4) Cronaca di s. Pietro, ann. MCLXXXI F moneta Brixiens. 
facla est] e Fautore delia cronaca di s. Giovanni, che può con- 
siderarsi scrittore coetaneo, perchè compì la sua cronaca solo 
29 anni dopo, più chiaramente ha scritto: MCLXXXI r ", die 
Mercurii secundo infrante Madio incepta est moneta Brixie. 
Sì confronti ciò con quanto si è detto addiei.ro alla nota 2 pag.,2a5. 



LIBRO DICIOTTESIMA Uj 

nel contorno di quella BRISI/V, della qual moneta bre- 
sciana ne è già inciso e pubblicato il disegno (r). Ma B°P° 
perchè vedesi un'altra moneta, e quella ancora d' ar- 8nno 
gento, e ben maggiore dell' accennata, la quale per es- n8<{« 
sere di forme diverse e di peso non corrispondente, 
non dà per alcun modo a sospettare, che la possa es- 
sere il doppio della prima; nel centro ad ambi i lati 
della quale è segnata una ^ croce equilatera, e d' in- 
torno al margiue dritto della medesima leggonsi le let- 
tere FRE. 1MPE. abbreviatura di Fredericus Imperator; 
e nel margine opposto, a somiglianza della prima, è 
scritto BRISIA. (2). Quantunque non siesi scoperto an- 
cora documento alcuno, che ne lo possa assicurare, pure 
mi sembra nou essere fuor di proposito il credere, che 
la prima di quelle monete siasi fatta coniare dai Bre- 
sciani quando dietro concessione di Federico si è in- 
cominciato a fabbricar moneta nella zecca bresciana, 
cioè ai 2 di maggio 1 184> come ne lo accerta la citada 
cronaca^ e la seconda sia stata fatta coniare dai mede- 
simi al declinare del dicembre dello stesso anno, onde 
onorare l' imperatore medesimo, quando lo ebbero ospite 
per otto giorni. So che altri 1' hanno pensata diversa- 
mente (3), ma so ancora che quando per mancanza di 

(1) Il tipo di quella moneta può vedersi nella fig. 1 della tav. 
aggiunta all' opera Zecca di Brescia di D, Carlo Doneda % 
ediz, di Bologna. 

(2) 11 tipo di quest'altra è inciso nella fig. 2 della tavola ac- 
cennata. 

(3) Guid' Antonio Zanetti da Bologna, nella nota i5 alla 
Zecca di Brescia di Doneda ha supposto che quella moneta 
siasi fatta coniare dei Bresciani lunghi anni dopo la morte dì 
Federico, e che vi abbiano coniato il nome solo, perchè inten- 
devano di mostrarsi grati ali 9 autore del privilegio della zecca 
accordato alla città loro. 



3o8 LIBRO DICIOTTESIMO 

5HHS5H documenti è uno storico costretto ad appigliarsi a con- 
Dopo getture, è chiunque in libertà o di seguitare l'opinione 
anno altrui o d' idearne una propria, purché non sia alla 
u*>4« probabilità ripugnante. 

§ 28. Il pontefice Lucio III, agitato per essergli con- 
trastata dai senatori romani Y autorità temporale, passò 
a Verona, dove abboccossi coli' imperatore Federico, 
quando partito da Brescia ebbe a passare per quella 
città movendo a Venezia (1). E dopo di avere quel 
santo padre radunato in Verona un sacro consiglio, dal 
quale furono ripetute le condanne contro le molte e 
spurie sette de 5 Manichei di que' tempi; indi eccitati i 
Cristiani e singolarmente i potenti ad impugnare le 
armi contro i Saraceni, e trarsi a guerreggiare in Orieute, 
quel santo padre infermò in Verona, e cosi gravemente, 
che costretto a cedere alla violenza della malattia, mancò 
di vita. Radunatosi allora in quella città il collegio dei 
cardinali, promosse alla cattedra apostolica 1' arcive* 
scovo di Milano Uberto Crivelli (2), il quale accettò il 
Anno papato, assunse il nome di Urbano III, e come ha la- 
n85. sciato scritto nelle annotazioni a Sigouio il canonico 
Sassi (3), quel sommo pontefice, quantunque gli pesas- 
sero sugli omeri le cure immense del primario governo 
della chiesa universale, si ritenne pur tuttavia l'arci- 
vescovato di Milano,, finche ebbe vita. 

U imperatore fermossi in queir anno per più mesi 
in Italia, e dopo avere trattati gli sponsali fra il re 
Arrigo suo primogenito e Costanza figlia postuma di 
Ruggeri re di Sicilia, e dopo di avere in vendetta di 



(1) Fleury, Stor. Ecch lib. fi cap. 53, 54 e seg. 

(1) Martinus Polonus, in Chronic. ad hunc ami. 

(3) Saxius, in Notis ad Sigonhtm* De Regno Italico, lib. i5. 



LIBRO DICIOTTESIMO 3o 9 

alcuni affronti, cui credeva eli avere ricevuti dai Cre- 

monesi, poiché sapeva quanto quelli abborrivano i Cre- J*opo 
maschi, fatta a loro dispetto rifabbricare la già da pò- anno 
chi anni diroccata Crema, ed aggiuntala, perchè potesse MW« 
avere potenti projteggitori allo stato di Milano, ritornò 
iu Germania (i). 



(i) Sicardus Cremonens. Episc. in Chron. ad arin. n85. /m- 
perafor in Italia rediens Cremavi in odium Cremonensium 
reaedificavit) quo anno ego Sicardus^ praesentis Operis com- 
pilator et scriba^ Cremonae, licet indigne electus sum ad Epir 
scopale qfficium. 



Fine del Volume III. 



XfH prosante edizione è posta sotto la tutela dette leggi 
y r ig»nfi essendosi adempito a quanto esse prescriyoao.